STORIA - in RUSSIA .biz

27 secoli di storia di una terra di confine - dai primi coloni greci alla 'Proxy War' odierna

La penisola crimeana tramanda segreti e suggestioni di una storia fatta di tre millenni di incontri e scontri di culture.
La storia e la geografia scelsero questa piccola splendida terra quale punto di incontro tra est ed ovest, nord e sud del continente euroasiatico, banco di prova e confronto per mondi completamente differenti che per oltre duemilacinquecento anni si sono combattuti ma anche arricchiti a vicenda attraverso scambi e commistioni di culture o il semplice progresso naturalmente indotto da quel forte spontaneo antagonismo.
Da una parte gli uomini del mare, i coloni greci dori e ioni portatori della migliore cultura minoica e micena matura già di migliaia di anni, dall’altra i popoli nomadi delle steppe di origine iranica turcomanna e mongola, dediti alla guerra e la razzia ma poi capaci anche di approfittare del valore aggiunto portato dai coloni occidentali.               
Un confronto che dalla parte degli occidentali vide schierati i greci che lasciarono in eredità la sfida ai ponti di Mitridate, da questi ai romani, poi a bizantini, veneziani e genovesi. Dalla parte orientale i protagonisti dell’eterna lotta furono cimmeri, tauri, sciti, sarmati, alani, unni, cazari, pecheneghi, kipciaki, tatari. Quando infine i due mondi vennero unificati dall’impero russo nel 1783, la contesa tra est ed ovest si trasformò in contesa tra nord e sud con le guerre russo-turche per il controllo degli accessi agli stretti chiave sui mari. Le guerre di culture si trasformarono allora in guerre politiche nelle quali la penisola venne ulteriormente coinvolta con la guerra di Crimea, alla quale partecipò anche il contingente italiano inviato dal Cavour. Seguirono poi la guerra civile conseguente la rivoluzione boscevica tra le armate ‘Bianche’ e ‘Rosse’, la seconda Guerra Mondiale con il drammatico assedio, bombardamento e caduta di Sebastopoli e la deportazione e poi riabilitazione delle minoranze crimeane (che coinvolsero anche oltre cento famiglie di italiani rifugiati politici dalla puglia, nessuno dei quali mai tornato dai Gulag), la dissoluzione del sistema sovietico ed il passaggio formale all’Ucraina.
Risultato di tutto questo è una terra ricca di emozioni che racconta storie avventurose ed incredibili da ogni pietra, trasuda storia e cultura in un paesaggio per millenni ambito da tanti popoli ma mai veramente appartenuto a nessuno.
La Crimea in realtà non fù mai nè greca, pontica, romana, bizantina, genovese, gota, cimmera, taurica, scita, sarmata, alana, unna, avara, bulgara, cazara, pechenega, kipciaka, tatara, caraita, russa, boscevica o meno che meno ucraina; non è mai stata nè nord nè sud, nè est nè ovest, nè Asia nè Europa – la Crimea è sempre stata Crimea, cioè un punto di incontro in sè e non già di appartenenza.  
L’autore cercherà di evocare il fascino di questa terra raccontando delle genti che l’hanno popolata attraverso una ricerca e ricostruzione storica e cartografica e cercherà di indurre il visitatore virtuale a pregustare il viaggio reale attraverso una raccolta fotografica della migliore paesaggistica della penisola e una guida turistica ai principali luoghi di interesse culturale o naturalistico.
La ricerca storica vuole a sua volta portare alla luce avventure fantastiche e stupefacenti sorprese, come quella che vedrebbe un’origine comune per la crimeana Sebastopoli e la nostra Ancona, ma vuole anche arrivare ad un insegnamento morale che dal passato possiamo guadagnare per il presente. Le lotte che in Crimea per millenni si perpetuarono non furono solo lotte tra popoli provenienti da civiltà differenti, in gioco fu il concetto stesso di civiltà. Alla fine vinse l’interpretazione occidentale - dove la civiltà che aveva impostato le sue basi sulla guerra, il saccheggio e lo sterminio non riuscì, riuscì la civiltà che aveva impostato le sue basi più su scambi e comunicazione che violenza. La nostra ‘civiltà occidentale’ prevalse attraverso le armi del commercio, comunicazione, produzione, studio, rispetto e confronto con gli altri più che sopraffazione. Se vogliamo quindi preservarla e migliorarla ulteriormente non dobbiamo fare altro che proseguire nella stessa direzione il lavoro fatto dai nostri avi attraverso lo stesso percorso di dialogo e conoscenza. Il viaggio, che sia virtuale o fisico, serve appunto anche a questo.
 
  
Tutto il materiale raccolto per produrre questo lavoro è originale prodotto dall’autore sulla base di bibliografia qualificata, materiale fotografico concesso in licenza e ricostruzioni cartografiche indedite. Tutti i diritti sul materiale raccolto ed il lavoro eseguito sono riservati esclusivamente all’autore Alessio Trovato e all’Agenzia STRETTO di BERING di Montemarciano.

INDICE

INDICE
Cap.I                      Gli uomini del mare – i coloni greci
Cap.II                    Gli uomini della terra - Cimmeri, Tauri, Sciti, Sarmati
Cap.III                   l’incontro dei due mondi
Cap.IV                   Da Mitridate ai Romani
Cap.V                    Nuovi barbari e la fine dell’età classica – Goti, Alani, Unni
Cap.VI                   Bisanzio – il legame con l’ordine antico
Cap. VII                 Verso l'accerchiamento - l'arrivo dei popoli turchi

Cap.VIII                 Dal ‘vicolo cieco’ alla momentanea rinascita
Cap.IX                   Nuovi protagonisti: Rus’, Selgiuchidi, Veneziani, Genovesi, Tatari
Cap.X                    Il crollo definitivo dell’ordine antico
Cap.XI                   Dominio ottomano  e fine della contesa tra Est ed Ovest
Cap.XII                 In attesa della  nuova Europa
Cap.XIII                L’impero russo ed il ritorno dell’Occidente
Cap.XIV                Il periodo sovietico – una parentesi atipica
Cap.XV                 La Repubblica ‘Autonoma’ di Crimea

Cap.I . Gli uomini del mare - i coloni greci

Tra il VII e VI secolo a.C. coloni greci provenienti da insediamenti ioni e dori si stabilirono sulle coste sud ed est della penisola crimeana. Nella zona che poi gli stessi greci chiamarono del ‘Bosforo Cimmero’, oggi Kerc, si insediarono coloni ioni provenienti da Mileto, in quella che chiamarono invece ‘Chersones Taurica’, oggi Sebastopoli, si insediarono coloni provenienti da Eraclea pontica a sua volta colonia dora fondata poco prima. Questi fenomeni migratori fanno parte di quella che in storia viene chiamata ‘seconda colonizzazione greca’ e che ebbe il suo inizio il secolo prima. Alle origini di questa ondata di colonizzazioni vi furono diversi fattori, come il bisogno di terre coltivabili, reso più impellente dal forte incremento demografico successivo al fiorire delle città; la connaturata povertà del suolo greco e l'affermarsi del latifondo a scapito della piccola proprietà oltre il desiderio di dar vita a commerci che facilitassero l’esportazione delle merci prodotte in sovrabbondanza e la ricerca di materie prime. Ma una delle principali cause di così consistenti movimenti di popolazioni è da rintracciare nel forte sviluppo del modello della polis* (nota 1) e nelle conseguenze a cui portarono le accese lotte politiche interne per assicurarsi il potere. Gli esponenti delle fazioni sconfitte sceglievano, o erano costretti a scegliere, la via dell’esilio e spesso questi rifugiati politici ricostruivano oltremare le loro comunità, dando vita a nuovi centri di aggregazione sociale e culturale. Questa seconda espansione coloniale si diresse sia a occidente sia a oriente, verso regioni in cui i greci non incontravano, almento inizialmente, troppa resistenza da parte delle popolazioni indigene, con le quali perlopiù riuscirono a convivere pacificamente. La stratificazione cronologica del fenomeno migratorio e l’intrinseca complessità del suo sviluppo consente solo di tracciare a grandi linee la mappa della colonizzazione greca nel Mediterraneo.
Nelle carte geografiche che seguono vengono comunque tentate delle schematizzazioni dei principali flussi a scopo esemplificativo.
did01.jpg
Carta 1 –ricostruzione delle principali rotte

did02.jpg
Carta 2 - ricostruzione della seconda colonizzazione greca dello storico Shepard
Un pò tutte le coste del bacino del Mediterraneo furono interessate dal fenomeno ed empori commerciali greci vennero aperti in Spagna ed Africa persino oltre lo Stretto di Gibilterra. Platone agli inizi del IV sec. a.C. ebbe a dire “...gli elleni si sono disposti su di un enorme territorio ... sono sparsi attraverso i mari come formiche e rane sono sparse ai bordi di uno stagno”.
Gli uomini che popolavano le nuove terre appartenevano in origine a tre principali sottogruppi etnici indoeuropei – dori, eoli e ioni* (nota 2). La denominazione comune di “elleni” che questi gruppi adottarono è di poco precedente questo movimento migratorio e successivo invece  a quello che a sua volta fu un’altro grande movimento migratorio avvenuto secoli prima.
Tra il XII e l’XI secolo a.C. i dori, muovendo da nord, occuparono tutto il Peloponneso, risparmiando solo l'Arcadia e l'Attica; successivamente mossero verso le Cicladi, Creta, Rodi e la costa sud-occidentale dell'Asia Minore. I rapporti fra i nuovi invasori e le popolazioni indoeuropee già stanziatesi in Grecia, gli ioni e gli eoli, non furono sempre pacifici e provocarono trasferimenti all’interno della penisola ellenica, oltre che movimenti di più ampia portata verso le coste asiatiche: è anche possibile che nella saga mitologica della guerra di Troia si conservasse una lontana eco di queste migrazioni di genti greche sulle coste dell’Asia Minore, che furono causa di conflitti con le popolazioni indigene. Al termine di tale ondata migratoria si costituirono sulle coste anatoliche tre regioni etnico-linguistiche, la Doride, l’Eolide e la Ionia, i cui abitanti furono poi profondamente legati con le comunità e le regioni dell’Ellade, patria di origine dei loro antenati coloni. Lo stesso contatto diretto con i “barbari indigeni” favorì presso i “greci d’Asia” lo sviluppo della coscienza di appartenere culturalmente a un mondo ellenico che superava sempre più le loro differenze. Quando infatti si esaurirono i movimenti migratori, tutte le terre che si affacciavano sull'Egeo, vero e proprio “lago greco”, erano occupate da popolazioni che, sebbene divise in unità territoriali politicamente indipendenti, riconoscevano di avere una comune identità, basata sulla lingua, sulla religione e sulle comuni tradizioni: è in questo momento che adottarono la comune denominazione di "elleni", mentre il termine Graeci, di origine latina, fu usato solo molto più tardi.  Storicamente quindi la civiltà greca vera e propria inizia solo in questa fase. I coloni che arrivarono sulle coste della Crimea attraverso la ‘seconda colonizzazione’ non portavano con sè semplicemente un’identità culturale comune appena costituita, portavano in realtà la commistione e la sintesi di tutte intere le culture dell’egeo raccolte durante la colonizzazione precedente. I dori, durante la loro discesa dal nord, soppiantarono e assorbirono la civiltà Micenea* che a sua volta era un arricchimento delle civiltà Cicladica* e Minoica* (nota 3) ancora precedenti. Gli ioni, da parte loro, andarono ad occupare zone precedentemente irradiate da tutte queste tre culture. Ripercorrendo indietro il tempo arriviamo quindi alla civiltà Minoica di Creta - parliamo quindi di una cultura che nel terzo millennio a.C. era arrivata alla produzione artistica della ceramica ed al commercio, che nel secondo millennio era già alla scrittura geroglifica e nel XVII sec. a.C. alla scrittura a segni sillabici (la ‘lineare A’) ad inchiostro.    La seconda ondata colonizzatrice portò quindi in Crimea un popolo, magari senza una forte identità politica e statale comune, ma sicuramente con una forte comune identità culturale maturata da più di un millennio di storia e progresso già alle proprie spalle. Scienze, filosofia, storiografia, architettura, ingegneria, letteratura, arte, teatro, tecnica e politica - in Crimea come in Sicilia, la colonizzazione portò la migliore civiltà del tempo e attivò il progresso anche delle popolazioni locali.
Se il seme che queste genti portavano era lo stesso ovunque, la terra che trovavano di volta in volta cambiava e mutava le sorti del raccolto. In Sicilia le colonie trovarono il terreno ideale nel mezzo del bacino del Mediterraneo e tra popoli affini tanto da raggiungere fasti tali da superare in grandezza la patria di origine e venire definite Magna Grecia* (nota 4), in Crimea trovarono una terra splendida ed in una posizione geografica ideale ma al confine con il mondo ed i popoli delle steppe. Il risultato saranno decine di secoli di lotte tra identià contrapposte ma anche di storie avvincenti da ripercorre e conoscere.
did03.jpg
Carta 3
Nella cartina la ricostruzione della provenienza geografica e culturale dei greci che colonizzarono la Crimea. La ricostruzione prosegue ad occidente alla ricerca di radici comuni derivanti dal grande fenomeno della seconda colonizzazione greca. Vediamo per esempio che i greci che fondarono Chersones ad est, l’odierna Sebastopoli, appartenevano allo stesso gruppo etnico che aveva fondato due secoli prima ad ovest Syrakousai - Siracusa. Questa venne infatti fondata da Dori corinzi nel 734 a.C. Da qui, a loro volta, discendenti di questi partirono per fondare nel 387 a.C. Ankon – Ancona. La data esatta della fondazione di Chersones è di attribuzione ancora incerta ma si colloca sicuramente tra le date di nascita di Siracusa e Ancona (se sono corrette le datazioni dei ricercatori Ancona venne fondata quanto Chersones iniziava a coniare moneta propria). Gli stretti legami culturali e storici sono quindi facilmente dimostrabili ma le affinità potrebbero essere molto più che puramente elettive. Basta considerare che i Dori che fondarono Chersones provenivano prevalentemente da Megara via Eraclea Pontica. Megara e Corinto erano due città gemelle dore che distantano appena 30 km l’una dall’altra e sono separate dal solo Istmo di Corinto, l’una sul versante orientale, l’altra su quello occidentale. Oltre questo va considerato che gli stessi Dori di Megara fondarono anche sul versante occidentale delle colonie come quella di Megara Hyblaea in Sicilia proprio vicino a Siracusa e solo pochi anni dopo l’arrivo dei Corinzi (728 a.C.). Nel 483 a.C., prima quindi della colonizzazione di Ancona, Megara Hyblaea fu distrutta da Gelone, tiranno di Siracusa (Erodoto, VI, 156), che accentrò tutte le risorse nella sua colonia deportandovi gli abitanti delle città da lui distrutte. Non si parla quindi di sole curiosità e coincidenze storiche ma anche, e con ogni probabilità, di parti di DNA in comune.

Cap. II . Gli uomini della terra - Cimmeri, Tauri, Sciti, Sarmati

Cap. II  . Gli uomini della terra - Cimmeri, Tauri...
Prima dell’arrivo dei greci, la Crimea era popolata da un’unica popolazione autoctona sedentaria della quale sono rimaste tracce. Gli stessi greci chiameranno questo popolo ‘tauri’. I tauri* (nota 5) vengono comunemente catalogati dagli studiosi occidentali come discendenti diretti dei cimmeri* (nota 6) o sottotribù dello stesso gruppo. In realtà non esistono prove alcune di un’origine comune, anzi, recenti studi (Università Statale Taurica ‘V.N. Vernadskogo’) distinguono nettamente le due tribù. I tauri erano prevalentemente stanziali insediati sopratutto nella parte montuosa precostiera, i cimmeri al contrario nomadi. Gli ultimi reperti ritrovati (in località Kizil-Koba) dimostrano come usanze, utensili, armi, alimentazione, abbigliamento e ornamenti fossero del tutto differenti se pur testimonianze di commistione siano presenti ma dovute più probabilmente a semplici scambi o razzie reciproche. Non sappiamo quale dei due popoli sia venuto prima, sappiamo tuttavia che i cimmeri erano conosciuti dalle civiltà occidentali molto prima dei tauri. D’altra parte erano un popolo inizialmente nomade ed è provato che fossero venuti in contatto con i greci prima dell’espansione di questi stessi verso il Mar Nero. I tauri vennero invece incontrati per la prima volta solo dopo la colonizzazione di qulla che poi diverrà la civiltà Chersonese.
Nel VIII sec. a.C. Omero* (nota 7) cita i cimmeri sia nell’Iliade che nell’Odissea descrivendoli e mitizzandoli come popolo del nord, combattente e nomade abitante le zone montuose di una terra oscura e tenebrosa. Tre secoli più tardi Erodono* (nota 8), nelle ‘Storie’ (quarto dei nove libri), ci dà molte più informazioni sia su cimmeri che tauri. Per quanto le fonti greche tendessero a mitizzare, proprio queste, molte volte, sono gli unici documenti scritti che possono fornire indicazioni utili a capire la storia del mondo antico. Il fatto che i greci fossero già arrivati alla storiografia e raccontare non solo di sè ma anche degli altri popoli quando spesso questi ultimi non erano ancora arrivati nemmeno alla scrittura, dimostra il salto di civiltà che avvenne al momento del contatto tra i due mondi e delle difficoltà che dovettero affrontare le colonie greche negli insediamenti più orientali. Secondo Erodoto i Tauri risultarono da una divisone interna al popolo cimmero. Nel momento in cui gli sciti* (nota 9), popolo nomade originario delle steppe asiatiche, invasero le terre a nord del Mar Nero, compresa la Crimea, i cimmeri furono costretti a decidere se resistere e combattere per conservare le proprie terre oppure emigrare. Il popolo si divise in due, la parte più consistente, mosse verso sud lungo le coste orientali del Mar Nero sino al Medio Oriente, una parte minoritaria scelse di restare e resistere nella parte montuosa della penisola. Questi ultimi sarebbero stati appunto i tauri. A questa leggenda è dovuta l’identificazione comune che generalmente viene data ancora oggi a tauri e cimmeri. E’ tuttavia più probabile che quando gli sciti arrivarono in Crimea trovarono due popolazioni distinte per radicamento nel territorio e costumi e cha appunto distintamente reagirono alla minaccia. I tauri, popolazione stanziale più attaccata alla terra, scelsero di difenderla, i cimmeri, nomadi o seminomadi, scelsero di evitare lo scontro con i più numerosi ed aggressivi sciti e semplicemente si spostarono. La cacciata dei cimmeri dalla parte nord del bacino del Mar Nero produsse il fenomeno tipico a catena che caratterizzò e aveva caratterizzato anche prima tutta la storia della parte centrale del continente euroasiatico dalla Mongolia al Bassopiano Sarmatico fino al Medio Oriente ed Europa Centrale e che più tardi provocò la caduta anche dell’impero romano. Questi territori piani, stepposi e continentali erano popolati da tribù nomadi di origine per lo più iranica, altaica, turcomanna o mongola. Quando una di queste prendeva sopravvento sulle altre o riusciva a raggruppare sotto un’unico capo più forze, diventava  un pericolo per le altre tribù vicine dato che l’attività di nomadismo si basava sul concetto di ricerca e cattura delle risorse ovunque queste si trovassero e non già sulla produzione di queste sulla base di un territorio posseduto, concetto invece alla base di tutta l’economia e cultura nata nel Mediterraneo. Tanto più la tribù vicina era debole, tanto più facilmente veniva assoggettata e passava ad ingrossare le fila della tribù fagocitante, tanto più la tribù vicina era invece ricca e potente, tanto più ingolosiva la razzia della concorrente e la costringeva a spostarsi più a occidente o a sud non avendo interessi per la terra in sè ma solo per le risorse che su questa spontaneamente crescono o qualcun’altro ha prodotto. Queste tribù quindi, a loro volta migrando, andavano a scontrarsi con altre a loro volta nomadi producendo un effetto a catena sino a chè l’ultima della catena non incontrava insediamenti stabili di popoli stanziali e si arrivava allo scontro di civiltà come avvenne appunto in Crimea, avamposto occidentale e uno dei primi punti di contatto e quindi di scontro tra i due modi di intendere la civiltà. La migrazione dei cimmeri dovuta all’espansione scita intorno al VIII secolo a.C., e raccontata da Erodono, è confermata dai reperti e dalle cronache delle altre civiltà del tempo che un paio di secoli dopo si videro arrivare le orde cimmere in cerca di nuove terre da sfruttare e popoli da razziare. Assiri, babilonesi, antichi ebrei e vari popoli dell’Asia Minore conobbero questi nomadi che venivano dal nord e li descrissero tutti come ‘barbari nomadi guerrieri del nord che spietati piombano nelle ricche città civilizzate per saccheggiare e portare distruzione’. La descrizione sarà più o meno la stessa per tutti gli invasori delle steppe sino ad Attila, Gengis Khan e Tamerlano a distanza di decine di secoli, il chè testimonia che lo scontro fu sempre non già fra greci, romani o bizantini da una parte e unni, mongoli o turcomanni che fossero dall’altra, non fu mai un semplice scontro tra popoli provenienti da civiltà diverse ma fu scontro tra concetti diversi di civiltà in sè. I cimmeri terminarono la loro corsa nella regione di Sinop sulla costa sud del Mar Nero dove vennero affrontati dal Re della Lidia* (nota 10) Aliat e probabilmente sterminati. Dopo questo evento infatti, verificatosi intorno al 600 a.C., i cimmeri scomparvero dalla storia e ne vennero perse per sempre le tracce. Lo scontro con gli sciti avvenne, secondo alcuni ricercatori, proprio nel periodo in cui i cimmeri si stavano trasformando da popolo puramente nomade a semi-sedentario e stavano impostando una forma di organizzazione statale più evoluta. Il loro potenziale di sviluppo rimase inespresso e non lasciarono nè documenti scritti, nè testimonianze materiali di rilievo tanto che non è possibile determinare con esattezza neppure a quale gruppo etnico appartenessero e da dove venissero in origine. Il ricordo del loro passaggio è testimoniato più che altro dalle fonti scritte delle stesse civiltà più evolute con le quali si scontrarono.
Più noti, numerosi e temuti dei cimmeri furono gli sciti. In Crimea arrivarono intorno al VII secolo a.C., subito dopo aver cacciato i cimmeri e quasi in contemporanea con l’arrivo dei greci sulla costa. Si inserirono poi negli spazi lasciati dai cimmeri e dietro questi percorsero le stesse rotte continentali sino in Medio Oriente e Mesopotamia. Li descrivono il profeta Geremia nell’Antico Testamento, lo storico Erodoto e le cronache assire, babilonesi, persiane e macedoni con anche maggiore disprezzo e terrore rispetto a quello riservato ai cimmeri: ‘Predatori e sanguinari dagli usi e costumi grotteschi ... appendono trofei umani ai loro cavalli come teschi e scalpi... combattono con ferocia ma anche incredibile coraggio...’. Tra il VII e VI secolo a.C. imperversarono in tutto il nord del Mar Nero, in Caucaso, Mesopotamia, Siria, Palestina e sino ai confini con l’Egitto. A sud-est vennero fermati solo dai medi* (nota 11) di Kiacsara e persiani* (nota 12) di Teispe e poi si scontrarono sia con Ciro il Grande che con Dario I. Finalmente nel 512 a.C., la grandiosa armata di Dario I, che di lì a poco sarebbe arrivata a scontrarsi anche con i greci, li affronta direttamente e respinge.  E’ in questa occasione che gli Sciti chiesero rinforzo ed alleanza alle tribù sottomesse e quelle amiche. Si rivolsero anche ai tauri con i quali convivevano in Crimea i quali però sono tra i pochi che osarono rifiutare di partecipare ad una lotta che non li riguardava in una terra per loro lontana. Per quanto esistano prove di convivenza pacifica tra i due popoli ed anzi anche di commistioni, scambi e matrimoni misti, questo particolare conferma ancora la natura differente dei tauri che li identifica come popolo fortemente stanziale e legato alla propria terra.
add04.JPG
Disegno rappresentante guerrieri cimmeri ritrovato su ceramica etrusca. Il fatto che persino gli etruschi fossero venuti a conoscenza dei lontani cimmeri attraverso probabilmente la veicolazione greca dimostra quanto la seconda colonizzazione fu una sorta di prima grande ‘globalizzazione’ per l’antichità.
Dopo la sconfitta ricevuta da Dario gli sciti iniziarono ad impostare un’esistenza più sedentaria ed a possedere la terra. La massima espansione la raggiunsero intorno al IV sercolo a.C. quando, guidati dal Re Atej, si estendevano su di un territorio che andava dal Danubio al Volga. Dopo la morte di Atej in battaglia contro Filippo II il Macedone (padre di Alessandro Magno), gli sciti persero forza e consistenza e si ritirarono concentrandosi prevalentemente proprio in Crimea. Gli insediamenti più importanti si trovavano intorno all’odierna Simferopoli, nell’entroterra. Qui iniziarono a costruire le loro prime vere e proprie città, in precedenza le loro abitazioni non erano che tende montate su carri. Di lì a poco però avrebbero conosciuto la cività greca che andava insediandosi poco più a sud con la quale non avrebbero potuto non scontrarsi. Introno al secondo secolo a.C. attaccarono e presero diverse città greche del sud-est ed iniziarono a minacciare seriamente Chersones. Questa fu la causa della richiesta di aiuto dei chersonesi a Mitridate che comportò l’inserimento delle piccole colonie greche nell’arena politico-strategica internazionale del mondo antico. E’ da questo evento infatti che le colonie da polis greche isolate e autosufficienti, diventeranno avamposto prima delle civiltà mediterranee, poi dell’intero mondo occidentale. I legami successivi con il regno del Ponto, poi con Roma, Bisanzio nonchè Repubbliche Marinare, è da questa necessità di non perdere contatto, sostegno e condivisione di identità che nascono e si tramandano.

Dell’incontro tra i due mondi approfondiremo più avanti, per ora è necessario terminare la ricerca sulle popolazioni primordiali che frequentavano la panisola per immaginare la composizione del quadro originale al momento dell’arrivo dei primi coloni.

Accanto agli sciti infatti, simili per lingua e costumi, essi stessi nomadi e guerrieri, viveva un quarto popolo, chaimato poi dai greci sarmati* (nota 13). Erodoto, nel caso dei sarmati, attribuisce a questi una genealogia ancora più romanzesca rispetto a quella riservata ai tauri ma, anche in questo caso a parte la mitologia, non priva di verità.Secondo Erodoto dopo una delle grandi battaglie tra greci e Amazzoni* (nota 14) in Medio Oriente, i greci vittoriosi fecero prigioniere le guerriere e le portarono con sè attraverso il Mar Nero su tre navi. Durante il percorso le donne presero il sopravvento sugli uomini ma, non sapendo navigare, fecero naufragio nel Mar d’Azov. Qui si trovarono a scontrarsi con gli sciti che abitavano quelle terre. Dopo le prime battaglie gli sciti si accorsero che i cadaveri lasciati sul campo appartenevano a donne e si rifiutarono di combattere ulteriormente. Inviarono allora i loro migliori giovani guerrieri per assimilare le donne chiedendole in spose. Le amazzoni, considerata la differenza di cultura, si dichiararono disposte ma ad una sola condizione – che il risultato dell’unione non fosse un’assimilazione ma la nascita di una nuova tribù. Questa tribù sarebbe stata appunto quella dei sarmati che si andò a stabilire nella zona del Don. Da allora le donne di quel popolo continuarono a mantenere un comportamento misto, simile a quello delle loro madri, cacciando con gli uomini e partecipando alle battaglie, e a quello dei loro padri, parlando una lingua che ricordava da vicino la lingua scita. A parte la leggenda è ben probabile che gli antichi greci avessero notato le particolari abitudini di alcuni popoli nomadi dell’est le cui donne avevano un ruolo sociale molto simile a quello degli uomini per ricamarci sopra dei miti come quello delle amazzoni e delle guerriere sarmate; d’altra parte tutt’oggi in molti paesi dell’est, come appunto Russia e Ucriaina dove i sarmati vissero, le donne  svolgono spesso compiti che da noi sono considerati più adatti agli uomini. Tra le varie curiosità Erodoto racconta di come le donne sarmate non potessero addirittura sposarsi finchè non avessero ucciso almeno un nemico e che alcune tribù praticavano addirittura cannibalismo, ma le leggende raccontate dall’antico storico non superano in stranezza la realtà degli usi e costumi effettivamente attribuiti a questo popolo. Recenti scavi archeologici in necropoli sarmate hanno dimostrato per esempio che in alcune tribù veniva spesso praticata la deformazione volontaria del cranio. Pare infatti fasciassero le teste dei neonati sino a deformarne progressivamente il cranio allungandolo forse per preferenze estetiche o forse, al contrario, per spaventare i nemici.

Lo storico Diodoro Siculo* (nota 15), successivo ad Erodoto, racconta poi di come i sarmati nel tempo diventarono più forti e numerosi degli sciti e a loro volta li soprafassero. Se anche la tradizione storeografica occidentale continua ad accreditare questa versione, gli studi più recenti sostengono invece che la diminuzione di forza e presenza scita e la parellela invece crescita dei sarmati non abbia avuto affatto a che fare con presunte relazioni belliche tra i due popoli, che anzi pare abbiano sempre collaborato e siano stati sempre alleati. In occasione della guerra degli sciti contro i persiani di Dario I, ad esempio, i sarmati risposero affermativamente alla richiesta di alleanza. Contrariamente al caso dei tauri, già visto, che rifiutarono il loro aiuto, i sarmati furono validi alleati e, pur perdendo, combatterono fino all’ultimo al fianco degli sciti contro il più moderno, organizzato, armato e consistente esercito persiano. Anche durante la guerra contro le forze di Mitridate, corso in soccorso dei greci, di cui si parlerà più avanti, si schiereranno uniti. Vero però è che i sarmati furono un popolo nomade composto da una moltitudine di tribù spesso non coordinate tra loro, dalla forza alterna e qualche volta anche antagoniste tra loro - rocsolani, jasighi, aorsi, siraki, alani ed altri ancora. 

Più probabile è comunque che la causa del progressivo subentrare dei sarmati agli sciti non vada ricercata in altro che il naturale movimento ad onda delle tribù nomadi di origine iranica. Dal cuore dell’Asia un ceppo acquisiva la massa critica per espandersi, si spostava nelle regioni più fertili, incontrava popoli più ricchi, a sua volta acquisiva forza e consistenza, poi mano a mano, all’infrangersi dell’onda si sparpagliava, veniva assimilato, diviso da lotte interne o annientato da altri, ad ogni modo all’esaurimento della sua spinta era pronta già l’onda successiva. Sarmati come sciti non lasciarono testimonianze scritte per cui possiamo solo tener fede agli storici greci, le testimonianze archeologiche e le nostre stesse supposizioni. Di certo sappiamo solo che si sostituirono progressivamente agli sciti e intorno al primo secolo della nostra era iniziarono ad insediarsi stabilmente anche in Crimea e che intorno al terzo secolo la tribù degli alani* (nota 16) iniziò ad acquisire particolare importanza. Questi furono l’unico sottogruppo dei sarmati a non venire sopraffatti dai goti del III secolo e che anzi probabilmente contribuirono all’estinzione del ceppo madre. Ad ogni modo nel terzo secolo sia tauri che cimmeri, sciti e sarmati saranno già superati dalle nuove fresche ondate – goti ed unni premeranno nello scacchiere e si aprirà ancora una volta un capitolo nuovo.
 
 

Cap. III . L'incontro dei due mondi

Davanti alle rovine dell’antica Chersones Taurica il visitatore comune può rimanere affascinato dalla composizione che gli antichi resti creano con la baia e la natura pittoresca del posto, il visitatore edotto può invece rimanere letteralmente incantato dal romanzo che quelle pietre raccontano.
Nel momento in cui arrivarono i greci iniziò infatti un’avventura incredibile che si protrasse per due millenni e mezzo e continua ancora oggi, una partita a scacchi eterna tra Oriente e Occidente necessariamente da raccontare. Abbiamo visto come tauri, cimmeri, sciti e sarmati si estinsero man mano combattendo gli uni contro gli altri, facendosi assimilare o sconfiggere da terze forze poi inseritesi. Al momento dell’arrivo dei greci, però, questi popoli erano tutti e quattro presenti nella penisola ed ognuno era pronto a combattere per tenere o conquistare posizioni. I tauri attestati su posizioni fisse sulle montagne a ridosso della costa, i cimmeri pressati dagli sciti, quest’ultimi ridimensionati ma anche ricompattati dopo le sconfitte con persiani da una parte e macedoni dall’altra, in ultimo i sarmati pronti a subentrare. Arrivarono probabilmente per primi gli ioni provenienti da Mileto* (nota 17). Questi scelsero la regione est della penisola crimeana sullo stretto tra Mar Nero e Mar d’Azov. Fondarono la prima città – Panticapei, oggi Kerc, poi si espansero man mano verso ovest lungo le altre coste crimeane e verso est, dall’altra parte dello stretto. Poco dopo, VI sec. a.C. (alcuni autori azzardano una data esatta: 528 a.C.), dori provenienti da Eraclea Pontica iniziarono ad insediarsi nella punta opposta a sud-ovest della penisola. Eraclea Pontica era a sua volta una base di appoggio o forse emporio commerciale ione ceduto poi ai dori della polis di Megara. La sua fondazione ufficiale è considerata dora ed è datata 550 a.C. Le due colonie principali, distinguendosi per origine etnica, particolarità culturali e contesti politici di appartenenza, non si fondarono mai in un unico Stato ma crearono due entità istituzionali separate. Da una parte il Regno del Bosforo Cimmero con Panticapei capitale, dall’altra la Città-Stato di Chersones Taurica sul modello delle polis. Pur appartenenti entrambi alla già gloriosa civiltà ellena discendente delle millenarie civiltà dell’Egeo* (nota 18), le distinzioni tra ioni e dori erano importanti ed avevano carattere etnico, storico, culturale ed anche parzialmente linguistico. Sia gli uni che gli altri erano popoli dalla comune origine indoeuropea ma gli ioni comparsero per primi e furono probabilmente proprio loro che diedero vita alla cultura che si sviluppò a Micene*. Nel II millennio a.C. gli ioni occuparono l'Attica e alcune aree dell'Eubea, la maggior parte delle isole dell'Egeo, e prima del X sec.a.C., la stretta striscia di terra sulla costa occidentale dell'Asia Minore. Mileto a sua volta rappresentò la perla della confederazione ionica. E’ infatti qui che proprio al tempo della seconda colonizzazione greca nacque la filosofia. La scuola ionica, o scuola di Mileto, impostò per prima la ricerca del principio di tutte le cose, avviando un'indagine che si emancipò via via da elementi mitici e che diede origine a un primo tentativo di spiegazione della realtà, intesa globalmente come "natura“, in termini razionali. Talete di Mileto* e Anassimandro* furono gli iniziatori di quella scienza che solo più tardi vedrà i suoi nomi più illustri - Socrate, Platone e Aristotele. A proposito della ricerca di questi pensatori, fra i quali si deve ricordare anche Anassimene* (note 19,20,21), si è parlato di ‘naturalismo ionico’, in quanto essi tentarono di ricondurre tutti i fenomeni a un principio naturale, senza postulare l'esistenza di entità divine. In campo artistico, architettonico (Ippodamo di Mileto), scientifico (Talete di Mileto), storiografico (Ecateo di Mileto), e letterario (le favole ‘Milesie’), la polis di Mileto diede ulteriori straordinari contributi alla civiltà del mediterraneo. I dori da parte loro, furono un popolo, almeno inizialmente, più aggressivo e probabilmente meno evoluto. Tuttavia, spostandosi da nord e invadendo il Peloponneso a partire dal XIII-XII secolo a.C., e mano a mano diffondendosi nell’Egeo sino a Creta, entrarono in contatto con la Civiltà Micenea che a suo tempo aveva assorbito l’ancora precedente Minoica. Questo spostamento, determinato a sua volta da pressioni di altri popli indoerupei ancora più a nord, costrinse ad assestamenti migratori anche gli altri grandi gruppi etnici che poi formarono l’Ellade – ioni ed eoli. Gli spostamenti comportarono anche commistioni, scambi e fusioni di culture tanto che alla fine dei movimenti migratori, come abbiamo già visto chiamati ‘prima migrazione’, il risultato fu un arricchimento reciproco ed un allineamento di affinità. I dori, oltre ad arricchirsi del progresso iniziato dai popoli che trovarono stanziati prima di loro, portarono importanti innovazioni come l’introduzione dell’uso del ferro e novità in architettura come ‘l‘ordine architettonico dorico’ e la costruzione dei primi templi. Un istinto più risoluto e guerriero comunque permase ed è dimostrato anche dalla successiva storia di Sparta, appunto di origine dora, che a partire dal VI secolo a.C. in poi, produsse una società a forte impronta militare, plasmata su principi di austerità e dura disciplina. Con lo scoppio della guerra del Peloponneso nel 431 a.C., la rivalità tra Sparta e Atene, già manifestatasi in precedenza, giunse al culmine. La sconfitta delle forze ateniesi nel 404 a.C. fece di Sparta lo stato più potente della Grecia ma l'autoritaria e la rigidamente stratificata organizzazione sociale reprimevano l'iniziativa individuale e l'introduzione di modelli politici e ideologici diversi. Questa chiusura verso l'esterno limitò la grandezza dello stato di Sparta. Altre polis dore mostrarono maggiore apertura come Corinto e Megara che molto prima della chiusura in sè stessa di Sparta erano andate a sfogare la necessità di sviluppo nei commerci e nelle colonizzazioni. Da Megara a Eraclea Pontica e da qui a Chesones i dori portarono con sè il loro spirito di intraprendenza misurato ed arricchito dalle migliori civiltà dell’Egeo.
All’arrivo in Crimea dori e ioni portarono con sè quindi culture simili ma anche rilevanti diversità come pure si insediarono su terre simili ma rilevanti diversità incontrarono già nelle relazioni iniziali con i popoli che trovarono sul posto. Distinzioni vi furono anche nella loro storia che non fu mai veramente comune tanto che mai si unirono sotto uno stesso unico Stato ma mantennero identità di polis separate. I primi coloni erano in prevalenza giovani uomini – contadini sopratutto ma anche mercanti e artigiani. Solo più tardi di solito arrivavano professionisti più qualificati mano a mano che si evolvevano gli insediamenti insieme all’evoluzione, diversificazione e stratificazione sociale. Ogni nuovo insediamento raramente superava agli inizi le poche centinaia di individui. I collegamenti con Eraclea Pontica per i dori Chersonesi e le altre colonie ione per i Panticapei non erano semplici all’inizio, in un mare ancora poco conosciuto. Di solito la navigazione era costretta a costeggiare per cui i percorsi erano molto lunghi e collegamenti e commerci piuttosto rari. I coloni, isolati, in numero limitato, circondati da popolazioni sconosciute e spesso ostili, erano costretti ad una vita molto difficile. Mano a mano che superavano le difficoltà del primo solco da tracciare si facevano più serie le difficoltà per quel solco difendere. Le popolazioni locali ingolosite dalla presenza di nuove città sempre più prospere a volte fraternizzavano, collaboravano, commerciavano e anche si facevano assimilare, altre volte invece aggredivano e razziavano a seconda delle tribù, della fame di risorse e della capacità o meno degli stessi coloni di farsi accettare.
did05.jpg
Carta 5 – posizione iniziale
Gli Ioni trovarono almeno inizialmente sicuramente meno difficoltà. Nelle zone in cui si andarono ad insediare non vi erano popolazioni stanziali già stabilite, solo tribù semi-nomadi di sciti e i pochi cimmeri rimasti dopo la cacciata subita ad opera di questi ultimi. Non molto radicate nel territorio queste tribù non videro nell’arrivo degli ioni una minaccia nè un banchetto già pronto da assaltare. Gli stessi ioni da parte loro seppero instaurare buoni relazioni e cercarono di accattivarsi le simpatie dei locali attraverso gli scambi, l’economia e mostrando che il progresso che portavano poteva essere a beneficio di tutti. Non mancarono naturalmente gli scontri e gli stessi ioni seppero impugnare la spada, non era tuttavia quello il metodo privilegiato di colonizzazione e non quella la civiltà che andavano ad esportare.
Panticapei, la prima vera città greca in Crimea, venne fondata da questi coloni ioni provenienti da Mileto tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C., nel VI secolo sorsero poi Tiritaka, Kitei e Feodosia, la più grande e ricca dopo la capitale ed ancora oggi la città più importante di origine greca dopo Sebastopoli, Kerc ed Eupatoria. I popoli delle steppe non frequentavano di norma le coste ed i greci inizialemente non si avventuravano all’interno per cui nella fase iniziale non fu difficile mantenere le distanze. I primi contatti portarono a qualche grave scontro ma anche a qualche positiva integrazione che rafforzò numericamente le esigue guarnigioni iniziali. Le attività economiche primordiali erano concentrate sopratutto nella coltivazione di cereali ma anche viticoltura, allevamento, caccia e pesca. Poi mano a mano si svilupparono varie forme di artigianato, edilizia, falegnameria, metallurgia, ceramica, tessile, lavorazione dei preziosi. Alla fine del VI secolo a.C. erano già ben sviluppati i commerci con le altre colonie del Mar Nero ed anche con Atene da cui ricevevano sopratutto olio di oliva, vini di qualità superiore e manufatti artistici di pregio.
A sua volta da questa regione orientale della Crimea che gli stessi greci chiamarono Bosforo Cimmero (‘Bosforo’ in greco ‘stretto’, ‘Cimmero’ per via dei primi uomini che abitavano la zona), venivano esportati prodotti alimentari verso altre colonie via via sempre più lontane. Già intorno alla metà del VI secolo a.C. Panticapei batteva moneta propria e di lì a poco avrebbero fatto altrettanto anche le altre colonie. Gli insediamenti per un lungo periodo non superarono che poche migliaia di individui tra questi anche parecchi ‘barbari’ più o meno assimilati. Ogni colonia si costituiva inizialmente in singola polis (città-stato) indipendente dalle altre. Le forme di governo erano varie – dalla democrazia all’oligarchia. Interessi economici comuni ma sopratutto le minaccie che orde sempre più incontrollabili di barbari ponevano, costrinsero le varie città ione a consolidarsi politicamente. Secondo lo storico Diodoro Siculo l’unificazione delle colonie ione in Crimea avvenne intorno all’anno 480 a.C. La forma di governo iniziale per quello che da questa data in poi può essere chiamato il ‘Regno’ del Bosforo Cimiero*  (nota 22) era quella dell’arcontato* (nota 23). Forme di autogoverno popolare erano conservate ed alcune città all’interno della confederazione avevano più o meno autonomia ma l’organizzazione statale andò via via affermandosi come sempre più oligarchica e aristocratica. La comunità del Bosforo andò sviluppandosi progressivamente in dimensione e ricchezza grazie al successo sopratutto delle produzioni agricole. Questa ebbe un grande incremento anche tra le popolazioni locali dal momento che i greci, consumando non solo per sè ma anche esportando in Medio Oriente e verso la madre Ellade, crearono una forte domanda che stimolò anche molti indigeni a dedicarsi all’agricoltura tanto questa divenne remunerativa. Al tempo stesso i greci introdussero nel ‘mercato’ prodotti del tutto nuovi come opere artistico-artigianali spesso apprezzate. Pare che gli sciti ordinassero spesso agli ioni armature e ornamenti artistici in metalli preziosi a temi animaleschi su loro stesso disegno. Artisti greci reinterpretando in questo modo ordinazioni ‘custom’, iniziarono una produzione artigianale del tutto nuova che riassumeva gusto indigeno e tecnica greca. Il possesso della terra non era esclusiva della sola colonia ma veniva spesso permessa anche a sciti ed in qualche caso tauri la proprietà di terre periferiche alle città a patto che le coltivassero negli interessi di tutta la comunità la quale mano a mano si ritrovava ad essere sempre più multietnica. A parte qualche motivo di tensione che possiamo ritenere sporadico, inizialmente la convivenza tra coloni e locali non dovette essere estremamente dura. I locali trovavano grande giovamento dalla nuova economia che i greci portavano i quali, da parte loro, non potevano fare a meno di forze addizionali e sempre fresche per poter produrre ed edificare un vero regno. D’altra parte chiudersi sarebbe stato decisamente più pericoloso perchè avrebbe aumentato ulteriormente la curiosità, probabilmente l’invidia e sicuramente il rischio di saccheggi.  Le cose però peggioreranno quando le grandi orde scite ricacciate indietro prima da midi e persiani a oriente e poi dai macedoni a occidente, si ricompatteranno e convergeranno principalmente proprio in Crimea travolgendo probabilmente anche i fratelli solidali con i coloni stranieri. Questi eventi accadranno però più tardi, fino al IV secolo a.C. lo sviluppo è continuo e progressivo. Dalla Grecia arrivarono ingegneri, agronomi, giuristi, insegnanti, dottori, scultori, pittori, filosofi, storici, drammaturghi, artigiani del ferro, della pietra e del tessile.    I coloni si interessavano di teatro, letteratura, filosofia, storia, arte e sport. Nei teatri delle città venivano rappresentate le migliori tragedie della tradizione ellenica con preferenza per quelle che vedevano protagoniste proprio le colonie crimeane come in ‘Skifi’ di Sofocle e ‘Ifigenia in Tauride’* (nota 24) di Euripide. A questo punto le colonie paiono aver superato le difficoltà iniziali ed essere riuscite ad esportare e riprodurre completamente il loro mondo pur se partendo da zero in una terra lontana. Meno di quattrocento anni erano bastati a creare una nuova piccola splendida Ellade in Crimea. Nel III secolo a.C., tuttavia, iniziarono i problemi. Le terre intorno alle città tra mare e montagne erano già tutte coltivate a grano e non c’era modo di aumentare la produzione, al tempo stesso, apparentemente inspiegabilemente, dalle zone continentali i barbari non consegnavano più derrate nonostante la domanda greca fosse sempre più grande. Le esportazioni crollarono dato che la produzione già di per sè era sufficiente sì e no a soddisfare la domanda interna. Gli sciti, da vicini di casa difficili ma con i quali si poteva collaborare, si fecero sempre più minacciosi. Sarà solo in questa fase che le colonie del Bosforo Cimmero e la città stato di Chersones si troveranno per la prima volta a ‘navigare sulla stessa barca’ unite dalla condivisione della stessa minaccia. Chersones, a differenza di Panticapei, aveva avuto già dall’inizio una vita più travagliata anche se i risultati della civiltà chersonese poi supereranno quelli del Bosforo. I dori, arrivati per secondi nella penisola, non poterono scegliere la posizione strategicamente migliore che inizialmente non poteva che essere considerata quella scelta dagli ioni. La zona oggi corrispondente allo stretto di Kerc infatti, divide Mar Nero da Mar d’Azov nonchè si trova sulla direttiva crimeo-caucasica, una zona cioè ideale sia per le vie di comunicazione marine che terrestri. Tra l’altro la zona dello stretto era al tempo non abitata da tribù stanziali particolarmente gelose del loro territorio ma, come visto, da genti di tradizione più nomade e, finchè non presente in eccessiva quantità, non troppo pericolosa o per lo meno controllabile attraverso una politica non invasiva. Tolta la zona dello stretto non rimaneva altro ai dori che stanziarsi dalla parte opposta nella zona oggi di Sebastopoli sulla punta sud-occidentale della penisola crimeana. Strategicamente una scelta altrettanto valida, per via delle straordinarie baie naturali ideali per tenere al sicuro le navi e per la posizione geografica che massimamente si addentra nel Mar Nero. L’intuito strategico-geografico dei greci è dimostrato anche dal fatto che poi quegli stessi luoghi vennero scelti molto più tardi anche da impero russo e sovietico che proprio lì stanziarono il cuore della flotta del Mar Nero. Ancora oggi Sebastopoli è oggetto di tensioni tra Russia e Ucraina per la gestione della ‘Ciornomorskaja’ flotta che l’Ucraina vorrebbe la Russia ritirasse e cui questa non può rinunciare. La Baia di Balaklava, in cui i dori iniziarono la loro avventura, divenne due millenni e mezzo più tardi la base principale di sottomarini nucleari sovietici e per la sua posizione strategica e conformazione naturale fu coinvolta in tutte le guerre svoltesi in Crimea. I dori non scelsero meno bene degli ioni quindi, se non chè si trovarono in una condizione ambientale del tutto diversa. Più aggressivi e spavaldi degli ioni, come abbiamo visto, non si fecero scrupolo di insediarsi in una zona, sì strategicamente ideale, ma anche infestata da una popolazione locale autoctona orgogliosa, conservatrice, molto attaccata al territorio nonchè anche spesso violenta. E’ anche verosimile che gli stessi dori, meno ‘filosofi’ degli ioni e più avvezzi alla ‘cappa e spada’ decisero da subito di tracciare il solco a scanzo di equivoci e, subito dopo i primi fortuiti scontri e le prime razzie subite, alzarono la prima serie di mura di cinta e si arroccarono in difesa. Di lì a pochi secoli le mura di cinta saranno già tre e l’assimilazione delle popolazioni locali rimarrà sempre più selettiva che nel caso degli ioni. I tauri, dal canto loro, resistettero nella loro identità sino alla nostra era, e prima di scomparire fecero in tempo ad assalire e sterminare anche un distaccamento di truppe romane nel primo secolo d.C. rimanendo immortalati nelle cronache dell’antichità anche da Tacito* (nota 25) che dopo le descrizioni già impietose fatte in precedenza da Erodoto e Strabone*(nota 26), li divulga ancora di più come selvaggi, feroci e predatori barbari. D’altra parte il nome ‘tauri’ a questo popolo venne dato proprio dai greci e da qui il nome anche della città stato Chersones Taurica (‘chersones’ in greco ‘penisola’) che in antichità andò ad indentificare geograficamente l’intera Crimea. Esistono varie teorie più o meno accreditate che giustificano il motivo per cui agli autoctoni venne aggiudicato questo appellativo poi diventato vero e proprio nome. L’autore si permette di aggiungere la propria di teoria, alla ricerca della variante più affascinante, e forse arbitraria, ma non necessariamente meno verosimile in mancanza del resto di una versione ufficiale e concorde degli storici. L’immagine del toro come animale di culto, appunto in greco ‘taurus’, era molto diffusa a Creta durante l’età d’oro minoica ed è probabile che il mito ed il rispetto per la forza e potenza dell’animale venne diffuso e tramandato in tutto il mondo ellenico dopo il passaggio della civiltà minoica sotto quella micenea a sua volta conquistata dai dori. Possiamo immaginare quindi che questi, più di ogni altro popolo dell’Ellade ereditari delle tradizioni di Creta e ispirato da ideali di forza e virilità, portavano con sè il culto del toro anche nelle colonie. Incontrando un popolo ostile, orgoglioso ed indomabile come quello che incontrarono sulle montagne a ridosso della costa sud crimeana è possibile che vollero a questo associarvi un’immagine della loro antica tradizione che evocasse senso di paura ma anche rispetto.
In mancanza di una versione ufficiale prendiamoci quindi la libertà di immaginare quella più originale e affascinante che vuole sottolineare l’antica memoria storica che i coloni portarono in una terra in cui la memoria storica non si consolidava dato che non si conosceva ancora la scrittura. Quale che fosse l’origine del nome la storia delle relazioni tra dori e tauri assomiglia comunque a quella di un’infinita corrida. Non mancarono episodi di assimilazione ai greci ma la scomparsa definitiva dei tauri come separata identità etnica è dovuta più all’assimilazione piuttosto con gli sciti. Alla progressiva commistione con i più evoluti sciti corrispose una progressiva perdita delle caratteristiche distintive e peculiari dei tauri tanto che dal III sec.d.C. in poi questi diventano ‘archeologicamente irreperibili’. A quel periodo va quindi fatta risalire la loro scomparsa. Nel VI secolo a.C., invece, erano ben presenti e crearono parecchi problemi ai Chersonesi ma, paradossalmente, proprio la loro presenza potrebbe essere stata una fortuna per questi dal momento che li costrinse da subito a preoccuparsi della difesa, li obbligò a dotarsi di importanti mura difensive e permise a questi di farsi trovare preparati alle successive orde che vennero più tardi dalle steppe. Chersones in effetti, per merito di questo ‘allenamento’ continuo e dello spirito dorico probabilmente più militaresco di quello ionico, resistette meglio alle ondate barbare successive e conservò sempre un’autonomia maggiore rispetto a tutte le altre colonie. Secondo alcuni ricercatori la data ufficiale dei primi insediamenti a Chersones risale al 528 a.C. Il contingente iniziale non superava le poche centinaia di coraggiosi coloni. Anche qui l’economia iniziò a svilupparsi dalla base cioè l’agricoltura. La coltivazione del grano fu il primo passo, in questo caso però rallentata dalle mancata collaborazione della popolazione locale che anzi costituiva un rischio costante. Nonostante le difficoltà, intorno al 370 a.C. Chersones iniziò a battere una propria moneta. Chersones, come il Regno del Bosforo, raggiunse il suo massimo splendore tra il IV e III secolo a.C. quando l’economia si sviluppò nella varie specifiche della produzione, servizi e commercio e il suo territorio di città-stato si estese su tutto lo spigolo sud-occidentale della penisola. La città da sola raggiungeva almeno i dieci mila abitanti. Esportava vino, che vendeva anche agli sciti, farina, pesce, sale, miele e cera. Anfore con l’etichetta chersonese sono state trovate anche in Alessandria d’Egitto. Dalla Grecia importavano olio di oliva, vini pregiati, ceramiche e oggetti artistici. La forma di governo era quella della democrazia. Il potere veniva affidato a rappresentanti eletti democraticamente da tutti i maschi adulti liberi riuniti in assemblea popolare. Durante recenti scavi archeologici, come sempre, dalle antiche rovine della città sono emerse interessanti sorprese. E’ stato rinvenuto infatti un numero rilevante di ‘ostrakon’, i cocci testimonianza della pratica dell’ostracismo*(nota 27). I personaggi ritenuti politicamente pericolosi venivano quindi denunciati indicandone il nome su dei cocci dopo che un assemblea popolare chiedeva la procedura giuridica dell’ostracismo. Colui che veniva giudicato colpevole di ‘pericolosità politica’ veniva esiliato per un periodo più o meno definito. Le famiglie potevano restare ed il condannato tornare dopo che la pericolosità fosse venuta meno. Alcune di queste ostrakon portano il nome non solo dell’accusato ma anche appellativi e offese, a volte anche pittoresche come quella che accusa un certo Megakla, figlio di Ippocrate, e lo definisce (traducendo liberamente cercando per altro di ammorbidire la forma) “prostituta politica”. La forma dell’ostracismo, per quanto politicamente spregiudicata già al tempo, e che oggi giudicheremmo giuridicamente scorretta, intorno al VI secolo era considerata assolutamente necessaria visti i frequenti colpi di stato antidemocratici che avvenivano in molte polis delle colonie e ancor più dell’Ellade. Al momento del massimo splendore anche qui come a Panticapei i cittadini si dilettavano di arte, poesia, musica, storia, teatro e filosofia. Uno splendido anfiteatro è venuto alla luce dagli scavi dell’antica città oggi alle porte di Sebastopoli. Qui venivano celebrati i drammi classici ma anche si tenevano attività sportive, molto importanti per i dori che avevano acquisito tutte le caratteristiche alte dell’ellenismo ma non avevano dimenticato la loro origine guerriera. I valori di forza e virilità erano molto apprezzati negli uomini e la divinità preferita era Artemide, quella che poi nella tradizione romana verrà identificata con Diana, divinità della caccia e della natura selvaggia. Dal terzo secolo a.C. iniziò però anche per Chersones il periodo della crisi produttiva e della minaccia degli sciti che si erano sostituiti ai tauri assimilandoli e che, molto più organizzati e ambiziosi, costringeranno poi al ricorso all’alleanza con Mitridate che aprirà una fase del tutto nuova nella storia delle colonie crimeane.

Cap. IV . Da Mitridate ai romani

Gli sciti costituirono un regno nella zone interne steppose della penisola con capitale Neapoli Skifskj, vicino l’odierna Simferopoli. Il ridimensionamento subito dalle lotte contro medi, persiani e macedoni li costrinse a ritirarsi via via e concentrarsi in questa regione. Le conseguenze furono una pressione senza precedenti nei confronti delle colonie greche disposte sulle coste. A partire dal III sec. a.C. Chersones Taurica ed il Bosforo Cimmero furono costrette a scontri sempre più duri, ad una crisi economica sempre più grave e perdite progressive ed inarrestabili di territorio. Dopo oltre un secolo e mezzo le colonie si ritrovarono allo stremo, in netta inferiorità numerica, circondati e con i barbari alle porte. Vista la disperata situazione sia Chersones che Panticapei iniziarono a cercare alleanze. L’occasione venne colta al volo dal Re del Ponto* (nota 28) Mitridate VI Eupatore*(nota 29)  che da sempre coltivava la sconsiderata ambizione di unire tutte le terre intorno al Mar Nero per costituire un impero greco-persiano tanto potente da poter competere con quello romano. Mitridate inviò le sue truppe comandate dal generale Diofante che tra il 110-107 a.C., dopo sanguinose campagne, sconfissero gli sciti.   Il   prezzo  imposto   alle  colonie  greche  per   l’aiuto ricevuto fu inevitabile – la perdita dell’indipendenza sostanziale e l’annessione al Regno del Ponto.
did06.jpg
Carta 6 – posizione dopo l’attacco scita e l’intervento di Mitridate
La sottomissione al Ponto di per sè durò molto poco ma da quel momento finisce l’età ‘classica’ delle colonie indipendenti greche in Tauride ed inizia quella del ‘grande ballottaggio’ tra sfera di influenze dei grandi imperi occidentali e orientali e più tardi imperi del nord e del sud. Se l’arrivo dei greci aveva portato la ‘globalizzazione culturale’ nella penisola, l’arrivo di Mitridate porterà la questione crimeana nello scacchiere politico internazionale dell’antichità. Da ora in poi la Crimea non sarà più il luogo in cui alcuni avamposti del mondo occidentale stanno cercando di inserirsi ma il confine stesso tra oriente e occidente – il punto più a oriente per gli occidentali, il punto più a occidente per gli orientali. Mitridate, attraverso le sue campagne e la sua spregiudicata politica, ottenne quindi l’intera Crimea, sia quella greca che quella scita, si allargò sulla sponda orientale del Mar Nero, consolidò controllo su Paflagonia e Cappadocia (zone costiere e continentali di quella che corrisponde oggi alla Turchia) e provocò grandi pressioni alla Bitnia alleata dei romani. Quando credette di essere abbastanza forte osò attaccare la provincia romana dell’Asia Minore ed avanzare verso la Grecia.  La reazione romana fu immediata e portò alle tre guerre Mitridatiche* (nota 30) che impegnarono l’impero per ben 25 anni, dall’88 al 63 a.C.  Mitridate approfittò della grande riserva umana e guerriera rappresentata dai popoli delle steppe conquistati, primi tra tutti sciti e sarmati. La Crimea divenne un ricco serbatoio di risorse umane per le sue mire espansionistiche e grandi quantità di guerrieri vennero fatti prigionieri e condotti in Asia Minore ad affrontare i romani nelle sue grandi campagne. I romani da prima riuscirono a contenere l’urto, evitando il grave pericolo che le provincie dell’Ellade si ribellassero e sposassero la causa di Mitridate, poi mano a mano ripresero i territori persi, in ultimo costrinsero il re del Ponto a retrocedere e venire asfissiato in uno spazio sempre più piccolo. Alla fine Mitridate si trovò abbandonato anche dal figlio Farnace* (nota 31) che si unì ai romani sottraendogli le ultime armate. Mitridate si rifugiò a Panticapei, l’ultimo avamposto rimastogli e si suicidò*(nota 32). I Romani riconobbero il contributo di Farnace e gli concessero di regnare sul Bosforo e Chersones nominandolo ‘amico ed alleato di Roma’.  Farnace in realtà coltivava in segreto l’antica ambizione del padre che pure aveva tradito. Accumulò energie e aspettò il momento opportuno che non si fece attendere. Nel 49 a.C. a Roma scoppiò la guerra civile tra le fazioni di Pompeo Magno, il vincitore su Mitridate, e Giulio Cesare. Farnace nominò il suo vice Asandro a governare il Bosforo e, via terra, con una consistente armata che andò rimpinguando lungo il cammino, percorse tutta la costa orientale del Mar Nero. Sollevò le popolazioni locali, attaccò tutte le postazioni romane ed arrivò sino in quella che oggi è la Turchia a ricostituire in pochissimo tempo lo stesso impero perso dal padre. Nel 48 a.C. venne affrontato a Niceopoli da Cneo Domizio Calvino, luogotenente di Cesare, cui si erano rivolti in cerca di aiuto i sovrani orientali che si erano visti privati dei loro territori. Questi subì un’inattesa sconfitta e Farnace si illuse che Roma, afflitta dai conflitti interni, non avrebbe saputo dare la stessa risposta che diede al padre. Nel frattempo però Cesare dopo il ‘passaggio del Rubicone’ nel 49 a.C. e la battaglia di Farsalo del 48 a.C., aveva inseguito Pompeo sino in Egitto dove questi cercò di rifugiarsi. Quando Cesare arrivò Pompeo aveva già trovato la morte ad opera di Tolomeo XIII che, in lotta con la sorella Cleopatra per la successione del regno d’Egitto, uccidendo Pompeo aveva creduto di fare un favore al potente Cesare e ricevere da questi l’appoggio necessario a vincere la sfida per la sucessione. Visto che Cesare scelse la causa di Cleopatra possiamo immaginare che la testa di Pompeo offertagli da Tolomeo fece al grande condottiero minore effetto delle grazie della giovane splendida sorella. Fatto è che Cesare scegliendo Cleopatra rimase invischiato in quelle che vennero chiamate le guerre alessandrine (47-47 a.C.) e che solo grazie all’intervento di Mitridate di Pergamo, Re della Misia* (nota 33), che mosse dalla Siria per venirlo ad aiutare, potè svincolarsi, respingere e sconfiggere Tolomeo, consegnare il regno a Cleopatra, risolvere le restanti principali questioni politiche in Egitto, e finalmente, muovere verso Farnace che stava per realizzare la sua corsa contro il tempo. Cesare ed i suoi alleati incontrarono Farnace a Zela il 2 agosto del 47 a.C. e spazzarono via il suo esercito. La battaglia durò solo cinque giorni e a settembre Cesare era già a Roma a completare la sua scalata al potere. Parlando al Senato della ‘faccenda Farnace’ egli liquidò lo scampato pericolo con il lapidario ed immortale “Veni, Vidi, Vici”. Fuggito dopo la disfatta, Farnace aveva cercato riparo  nel punto di partenza in Crimea ma venne tradito e fatto uccidere a Chersones dallo stesso Asandro che nel frattempo aveva evidentemente troppo pregustato il sapore del potere perlo restituire. Terminava così la corsa di Farnace Secondo, figlio di Mitridate Eupatore, che del padre aveva ereditato le stesse ambizioni e lo stesso destino.
L’esperienza e lo scampato pericolo avevano messo in allarme Roma che da quel momento in poi avrebbe cercato di controllare più strettamente la Crimea vista la pericolosità dei suoi regni greci autonomi e delle enormi riserve umane barbare abili ed arruolabili in avventurose campagne dagli scaltri condottieri di turno. Secondo Plutarco* (nota 34) lo stesso Cesare nel 45 a.C., al culmine del proprio potere personale, stava preparando la sua più grandiosa campagna. Avrebbe, sostiene lo storico, attaccato i Parti* (nota 35) in Mesopotamia per liberarsi definitivamente del più grande antagonista di Roma ad oriente, poi sarebbe risalito lungo il Mar Caspio per unificare tutto il Caucaso, avrebbe poi puntato sugli sciti per infine attaccare i germani da oriente e tornare in Italia da nord. La campagna, oltre ad edificare ulteriormente l’ego di Cesare consegnandolo definitivamente alla storia come il più grande condottiero di tutti i tempi, avrebbe anche avuto una logica preventiva che, due secoli dopo, le invasioni barbariche vere e proprie avrebbero confermato.
Cesare come sappiamo venne assassinato solo l’anno successivo ed il piano, reale o solo teorico, non venne mai realizzato, vero però è che egli pose molta attenzione alla questione del Bosforo Cimmero e cercò di ottenerne il controllo con il minimo sforzo possibile forse proprio in funzione propedeutica di futuri sviluppi. Cesare assegnò il potere sul Bosforo al fedele e prezioso alleato Mitridate di Pergamo nella speranza che questi potesse facilmente gestirlo. Mitridate di Pergamo però nella penisola era atteso dallo stesso Asandro che aveva già tradito ed eliminato Farnace e che non si fece scrupolo di eliminare anche lo stesso Re di Misia. Contemporaneamente ambasciatori di Chersones a Roma chiesero a Cesare indipendenza e protezione in cambio di alleanza. Cesare soddisfò la richiesta e concesse a Chersones lo status di ‘città libera’ alleata di Roma, d’altra parte non avrebbe potuto impegnare direttamente grandi quantità di truppe ed aprire ora un ulteriore fronte estero visti i già tanti fronti politici interni, nè avrebbe potuto lasciare in Crimea un unico regno greco autonomo ed incontrollato.
did07.jpg
Carta 7 – Azioni di Mitridate Eupatore, Fornace e intervento di Cesare
Scelse probabilemente la strategia del ‘dividi ed impera’ in attesa di risoluzioni più organiche che però non avverranno perchè stroncato dalla congiura. I successori di Cesare posero attenzione alterna alla regione pure tanto strategica. Le relazioni con Chersones furono più facili che con il Regno del Bosforo. La città-stato non aveva ambizioni particolari se non quella di conservare la propria indipendenza ed il proprio originario integrale carattere. Il Bosforo al contrario era diventato un regno misto multietnico e disomogeneo con seri conflitti interni di potere e mire espansionistiche più o meno velleitarie. Roma venne costretta ad inviarvi una spedizione militare e partecipare ai conflitti interni del Regno al fine di favorire uno o l’altro dei contendenti al potere a seconda della maggiore o minore affidabilità potenziale di questi in politica estera. Solo intorno al 40 d.C., quando il Bosforo sembrerà finalmente stabilizzato, i romani saranno liberi di ritirare le legioni dalla penisola per poi però richiamarle solo due decenni più tardi per soccorrere questa volta Chersones attaccata nuovamente dagli sciti. Dai segni lasciati sulle rovine rinvenute delle antiche città scite pare che i romani non si limitarono a difendere Chersones ma vollero infliggere anche un duro colpo al cuore degli insediamenti barbari. Da questo momento sino a poco prima della caduta della stessa Roma, Chersones ospiterà contingenti permanenti romani. ‘V Macedone’, ‘XI Claudia’, ‘I Italiana’, queste le legioni che si succedettero negli avamposti chersonesi supportate anche dalla marina. Chersones ‘città libera alleata di Roma’, proprio grazie alla presenza delle forze e dell’ordine dell’Impero, tra il II e III sec.d.C. tornò alla gloria e splendore dei secoli d’oro della Chersones dora. ‘Città libera’ naturalmente era inteso in senso romano – libera nella politica interna, completamente nelle mani di Roma in quella estera. Al tempo stesso l’impero imponeva alla città una seria tassazione e le guarnigioni erano stanziate in centro città come nel porto erano di stazza le navi. Dall’altra parte però Roma garantiva sicurezza, ordine e commercio. Se i greci portarono nella penisola la cultura, i romani portarono lo Stato e la legge. Vie di comunicazione interne pattugliate dalle guarnigioni e sicurezza nei commerci di terra, commerci di mare rivitalizzati dalla domanda dell’enorme mercato offerto dall’impero, nuove canalizzazioni, terme, restrutturazione e rafforzamento delle mura di cinta, postazioni fortificate, medici ed ingegneri, questo il contributo dato da Roma. Molto importante si fece l’esportazione di pesce che veniva conservato sotto sale. Veniva preparata anche una speciale salsa di pesce salata a lunga conservazione molto apprezzata al tempo e che veniva distribuita per tutto l’impero. Si sviluppò fortemente l’artigianato del ferro, della ceramica e del vetro, nonchè anche la pura intermediazione commerciale sfruttando la favorevole posizione strategica di comunicazione. La città a questo punto conta oltre 12 mila abitanti e anche periferia e zone agricole si sviluppa. L’edilizia progredisce e trae giovamento dall’ingegneria romana. La forma di governo muta da repubblica democratica in aristocratica. L’assemblea popolare perde peso e ne acquista la figura dal primo Arconte ed il collegio degli Arconti formato da 6 membri. Le figure più altolocate della città possiedono la doppia cittadinanza (greco-chersonese e romana), il tenore di vita si innalza un pò per tutte le fasce sociali e la composizione etnica della popolazione non perde la propria originale prevalenza greca. La dislocazione delle forze romane non si concentrò solo su Chersones ma venne distribuita anche in altre località della costa sud-occidentale.  La seconda guarnigione più consistente si trovava nei pressi di Haraks in una fortezza a ridosso del mare con doppie mura di cinta e con all’interno terme, ninfeo, piscina e altari dedicati a Giove. Altro punto fortificato importante si trovava nella baia di Balaklava. Qui è stato rinvenuto anche un santuario romano. Soldati della guarnigione incisero l’altare con invocazioni di protezione a Giove, Ercole e Vulcano. La maggior parte dei soldati proveniva da distaccamenti delle forze dislocate in Mesia*(nota 36). Un tribuno militare risiedeva a Chersones in centro città, marina e almeno una legione erano sempre presenti. Il contingente minimo permanente doveva essere quindi di almeno tremila uomini oltre a ufficiali e specialisti. Non venne mai istituita una Provincia Taurica e la regione non fece mai parte ufficialmente a pieno titolo dell’impero ma è chiaro come i legami fossero importanti – dal punto di vista strategico per Roma, per prosperità economica e continuità di identità per i Chersonesi. Estinta l’Ellade come riferimento politico, estinto il Ponto, non restava che Roma a tenere agganciata la città al mondo occidentale dal quale proveniva. L’alternativa non poteva essere che di trasformarsi in una società mista greco-barbara dall’identità sempre più incerta come stava accadendo al vicino Bosforo o, peggio ancora, finire annientata del tutto dalle invasioni. Incredibile casualità o più incredibile ancora causalità della storia, fatto stà che intorno alle rovine della orgogliosa e indomita Chersones sorge oggi l’altrettando orgogliosa e indomita Sebastopoli, città che tutt’oggi gode di un’autonomia municipale speciale all’interno dell’Autonoma Repubblica Crimeana a sua volta autonomia speciale dell’Ucraina. Una città-stato di due millenni e mezzo !
did08.jpg
Carta 8

carta dello storico Shepard del 1923, una delle poche ricostruzioni che contempla non solo le Provincie ufficiali di Roma ma anche i territori direttamente controllati pur formalmente autonomi.
Secondo il noto storico l’intera Crimea alla morte di Cesare era completamente sotto il controllo romano.

Cap.V . I nuovi barbari e la fine dell’età classica - Goti, Alani, Unni

Nei primi anni della nostra era la storia della Crimea sebrava sulla via della consolidazione, della stabilità e del progresso. La parte sud era controllata dai romani con la regione di Chersones a maggioranza greca saldamente agganciata alla civiltà del mediterraneo e dei commerci mentre la parte nord, dei popoli delle steppe, veniva ben contenuta dall’ordine romano. L’impero tuttavia andava man mano perdendo l’originale vitalità e consistenza, sempre più afflitto dalle crisi politiche interne e le spinte centrifughe delle Province sempre peggio amministrate dalla stanca e corrotta amministrazione centrale. Il tempo dei Cesari era finito e l’impero non si sarebbe fatto trovare pronto alla sfida della nuova terribile ondata barbarica che, originaria questa volta dal cuore dell’Asia, sarebbe presto arrivata. Gli unni, spingendo da oriente, a catena innescheranno la polveriera di tutte le tribù barbare germaniche e iraniche che già premevano alle frontiere sempre meno permeabili. Sfondate le difese su Reno e Danubio un vespaio migratorio porterà il caos che determinerà la caduta di Roma, la separazione della parte orientale dell’impero che corrisponderà alla nascita dell’impero bizantino, unico continuatore ed erede della tradizione di Roma, e l’inizio di una nuova era – il Medioevo.   La prima regione a percepire il nuovo pericolo dovette essere proprio la Crimea, geograficamente il punto più vicino dell’impero al primo impatto.
did09.jpg
Carta 9 – Posizione durante il periodo romano
In questo senso il piano di Giulio Cesare di contenere i germani da est passando dall’Asia Minore risalendo tra Caspio e Mar Nero avrebbe potuto anche tagliare la strada sul nascere all’onda d’urto prima che diventasse incontenibile. Cesare però era stato assassinato prima di realizzare il piano e nessuno dopo di lui fu capace di ambizioni comparabili.
Prima ancora dell’arrivo degli unni altri due gruppi etnici avevano già mosso verso la costa settentrionale del Mar Nero e si erano messi sulla traiettoria d’urto che poi aumenterà l’energia della devastante onda migratoria – i goti e gli alani. I primi, i goti, erano una delle tribù germaniche orientali, secondo la loro stessa tradizione originaria dell'attuale isola svedese di Gotland e la regione di Gotaland. Ad ondate sbarcarono nelle coste del Mar Baltico e da qui si diressero a meridione spingendo a sud o conquistando le popolazioni che trovarono sul loro cammino. L’origine scandinava di questo popolo è controversa, non esistono prove certe che avessero avuto origine dall’isola svedese di Gotland come afferma il loro storico Jordanes che scriveva nel VI secolo, probabile è però che da qualche parte al di là del Baltico venissero e che poi si fossero rafforzati con l’inserimento di altre popolazioni germaniche prima del primo secolo della nostra era. Sicuro è che per almeno un secolo restarono e si formarono nella zona corrispondente oggi alla Polonia prima di muovere verso sud. Fu questo un raro caso di migrazione da nord a sud e non da est ad ovest. Nel secondo secolo avevano già occupato gran parte della regione tra Don e Danubio e nel terzo secolo una quantità non determinata di questi entrava in Crimea per costituirvi poco più tardi un regno.  Occuparono Neapoli Skifski e scalzarono definitivamente gli sciti che da allora scomparvero dagli annali della storia. Nel frattempo erano arrivati a trovarsi vicini anche delle Provincie ufficiali dell’impero romano ed avevano iniziato a farsi ben conoscere. I primi scontri iniziarono nel 238 d.C. In seguito regolarmente i goti eseguirono grandiose puntate offensive, inizialmente limitate ai soli Balcani ma poi mano a mano sempre più audaci ed imprevedibili nelle direzioni. Dal momento che non erano il solito popolo delle steppe ma erano piuttosto evoluti e sapevano evidentemente navigare (questo potrebbe in parte confermare le teorie sulle loro origini scandinave), forzarono i principi del Bosforo Cimmero a ‘prestare’ la loro flotta per devastanti atti di pirateria verso le ricche città dell’Asia Minore e del Caucaso. L’operazione via mare più clamorosa fu quella che ardirono tra il 267 e 268 d.C. quando pare addirittura 320.000 guerrieri imbarcarono nel Bosforo, percorsero il Mar Nero e attaccarono direttamente la Grecia. Vennero fermati e sanguinosamente repressi dall’imperatore Gallieno ma non dopo aver saccheggiato Atene. La sconfitta parziale non impedì ulteriori successive azioni di guerra e sconfinamenti, almeno sino al 276 d.C., tanto che l’imperatore Aureliano fu costretto a cedere la Tracia. Dalle missioni di guerra in Asia Minore i goti spesso tornavano con grandi quantità di prigionieri di cui poi chiedevano il riscatto. Tra questi molti erano i cristiani e pare che porprio tramite questi iniziò a diffondersi il cristianesimo anche tra i goti. Nel IV secolo questi erano completamente convertiti e crearono un vasto regno a nord del Mar Nero comprendente le zone interne della Crimea prima appartenute agli sciti.
Nel III secolo d.C. entrarono in Crimea passando dallo stretto di Kerc anche un consistente contingente di alani. Questi erano una delle più grandi trubù sarmate di origine iranica. Risiedenti a nord del Caucaso avevano mano a mano occupato tutte le terre tra Mar Nero e Caspio sino a nord oltre il Mar d’Azov. Mentre i goti erano semi-nomadi e si spostavano a sud in cerca di terre migliori e con l’istinto di creare da qualche parte un nuovo regno, gli alani erano dei nomadi totali. Si spostavano su grandi distanze e apparentemente senza idee almeno in origine chiare. Lo storico Ammiano Marcellino* (nota 37) li descriverà più tardi come tipici nomadi, dall’aspetto forte e robusto, alti con lunghi capelli e lo sguardo fiero e crudele, simili agli unni per abitudini ma molto meno duri e più colti. Ai goti erano state riservate descrizioni anche più lusinghiere che li vedeva come popolo guerriero e seminomade ma capace di lavorare la terra e produrre – ‘...Uomini alti e forti ma capaci di sforzi più di potenza che resistenza, poco pazienti ed un pò irrequieti, non molto portati all’ordine, occhi azzurri, sguardo severo, capelli lunghi e spesso rossi’. Nè goti nè alani erano quindi un regalo piovuto dal cielo per il mondo occidentale ma niente comunque in confronto con quello che rappresenteranno il secolo dopo gli unni.  Gli alani, pur tipici nomadi, portavano con sè una cultura non disprezzabile o del tutto primitiva. Lavoravano con perizia metallo, ceramica e preziosi, non mancano testimonianze discrete di proprie forme artistiche. Pare che gli alani che si insediarono in Crimea fossero molto simili a quelli originari del Caucaso settentrionale. Solo in queste due zone infatti sono stati ritrovate necropoli alane con resta umane testimonianti lo specifico usuale di impiantare la spada nel cranio o nel torace del guerriero defunto. Entrati in Crimea negli stessi anni, loro da est, i goti da nord, gli alani trovarono modo con questi ultimi sorprendentemente di familiarizzare piuttosto che combattere. Necropoli comuni sono state infatti trovate risalenti già ai primi anni del loro contemporaneo avvento nella regione.   Di lì a poco goti e alani fonderanno dei piccoli regni prima confinanti, poi alleati, infine del tutto misti. D’altra parte anche glia alani accettarono la confessione cristiana nel IV secolo e ai goti vennero presto accumunati dal comune pericolo degli unni. Di questi persino popoli di origine guerriera come goti e alani non potevano che avere paura.
Un’antica leggenda gota racconta di come il popolo del nord, prima di insediarsi in Crimea, incontrò lungo la strada, nelle terre abitate dagli sciti, una comunità di streghe. Infastiditi della negativa presenza i guerrieri cacciarono quelle donne. Queste, furiose, vagarono per le steppe dell’est alla ricerca degli uomini peggiori per accoppiarsi con essi. Il risultato, secondo questa curiosa storia, fu la nascita di un nuovo popolo fatto di demoni furiosi e sanguinari che sarebbero tornati a vendicarsi – gli unni appunto. Si tratta di un antico raccondo di fantasia ma dà l’idea di che opinione potessero avere di questi uomini delle steppe gli stessi goti che, ricordiamo, a loro volta erano barbari. L’origine degli unni in realtà è meno mistica, anche se non meno interessante. Risalirebbe infatti a tre secoli prima ed avrebbe sede addirittura nella lontana Cina nord-occidentale. Gli Xiongnu* (nota 38) sempre più pressati dalla dinastia Han che aveva deciso di porre fine alle loro continue razzie, iniziarono a frammentarsi e disperdersi.
Una tribù, parte di questa federazioni di popoli nomadi e guerrieri, migrò verso ovest per cercare altrove i bottini che l’impero cinese, troppo forte, non concedeva più. Durante il percorso verso occidente spazzarono tutto ciò che di stanziale trovarono e raccolsero altre tribù nomadi dalle origini e regioni più varie – uiguri, turchi, iranici, siberiani, urali e quant’altro. E’ chiaro che non raccogliessero con sè delle élites intellettuali ma solo predoni e chiunque avesse nulla da perdere. In questo senso la leggenda gota rappresenta una indovinata metafora. Più realistiche ma non meno impietose furono le descrizioni fatte dagli storici professionisti dell’epoca.
did10.jpg
Carta 10 – origini della ‘grande migrazione’ e caduta dell’impero romano
did11.jpg
Carta 11 – mappa delle invasioni barbariche

Ammiano Marcellino ne parla in termini del tipo: “...selvaggi tarchiati e compatti dall’aspetto di per sè spaventoso e mostruoso tanto da assomigliare più a bestie bipedi che essere umani... sono talmente primitivi che non usano nè fuoco nè cucinano, si nutrono solo di latte, radici e carne di ogni specie semicruda che affumicano lungo il cammino mettendola tra il loro sedere e la schiena del cavallo... vestono delle pelli e pellicce degli animali che scuoiano essi stessi e non fanno differenza tra abbigliamento di battaglia e domestico....non possiedono nè organizzazione sociale nè ordine, si occupano solo di saccheggio e razzia, tutto quallo che incontrano lungo la strada lo estinguono...non possiedono domicilio nè rispetto, galoppano per il mondo senza meta, nessuno di essi è capace di rispondere alla domanda – dov’è la tua patria? ... come animali senza intelletto non possiedono alcuna comprensione di concetti come legge, onore, religione, i loro unici valori sono i metalli preziosi ed il latrocinio...”.
Effettivamente la ‘conoscenza’ degli Unni comportò un trauma non solo intellettuale ma anche fisico per tutto l’ordine sociale del tempo; la descrizione dello storico latino, per quanto di parte, sembra del tutto verosimile. E’ però anche vero che se questo popolo, con un contingente limitato e limitati mezzi, in poco tempo fu capace di mettere a soqquadro un impero millenario, evidentemente qualcosa doveva avere oltre la selvaggia e brutale forza descritta da Marcellino. Di fronte ad un mondo che aveva raggiunto il suo apice, che aveva smesso di progredire sia nelle discipline umanistiche che scientifiche e che si era avviato già da sè lungo la strada della lenta decadenza, gli unni presentavano una vitalità ed una ‘fame’ di vittoria che l’impero aveva da tempo perso. Oltre a questo vanno considerate anche alcune semplici ma importanti innovazioni tecniche militari introdotte dagli unni quali gli archi rinforzati e le selle rigide. Gli archi unni erano più grandi, asimmetrici e costruiti con varie sorti di legno. Il risultato era uno strumento micidiale che permetteva di scagliare freccie più pesanti, più lontano e più velocemente, capaci di sviluppare una quantità di moto tale da penetrare persino le corazze e gli scudi. A sua volta le selle rigide permettevano al cavaliere maggiore stabilità e precisione nel puntamento a cavallo e agilità nel corpo a corpo quando all’arco veniva preferita la spada. Non mancano neppure esempi di gusto ed anche ‘raffinatezza’ unna che emergono dalle ricerche archeologiche e che dagli scritti dei cronisti del tempo non ci saremmo mai aspettati.   Esiste infatti uno stile chiamato ‘policromia unna’ consistente in una produzione propria in metalli preziosi di diversa natura a comporre policromatici manufatti di seria caratura artistica. Di fronte ad un occidente ‘stanco’, forse gli unni non furono altro che una delle tante sfide alle quali però questa volta non si seppe trovare risposta adeguata e forse, più che la selvaggia forza delle steppe, la gravità dei risultati non fu addebitabile che alla perdita di consistenza dell’aggredito stesso.
Goti e alani furono i primi a scontrarsi con la terribile orda degli unni intorno al 375 d.C. Il risultato dell’impatto fu la divisione dei primi in due gruppi, visigoti che andarono ad ovest, e ostrogoti che rimasero ad est per iniziare la migrazione solo in un secondo momento trascinati dagli unni stessi. Solo i goti stanziati in Crimea non mollarono la posizione e non migrarono. Il giovane regno dei goti tra Don e Danubio venne polverizzato e, insieme agli alani e via via insieme a tutti gli altri popoli sulla traiettoria, iniziarono la più grande migrazione della storia. I visigoti scappando dagli unni si allearono in un primo momento con l’impero Romano d’Oriente e si stanziarono in Mesia, sulla sponda occidentale del Danubio. Infranta poi l’alleanza con Bisanzio, che sperava di utilizzarli proprio per contrastare i più temibili unni, questi attaccarono la capitale d’oriente per poi saccheggiare la Grecia ed infine puntare sull’Italia. Saccheggiata Roma nel 410 si diressero sempre più a occidente per evitare gli unni che a loro volta di lì a poco avrebbero varcato il Danubio per andare a ricattare Bisanzio e ricavarne pingui bottini con il terribile Attila (1.800 kg d’oro ottenuti da Costantinopoli in cambio della non aggressione). Varcati i Pirenei nel 415, costituirono il Regno Visigoto di Aquitania comprendente buona parte della Spagna e sud della Gallia (Francia) con capitale Tolosa. Nel 451 visigoti, esercito romano, unni e ostrogoti si incontrano finalmente in Gallia nella battaglia dei Campi Catalaunici che vide romani e visigoti schierati insieme per contrastare gli unni che avevano sottomesso parte degli ostrogoti e li avevano costretti con sè alla conquista dell’Europa Centrale. Le forze romane comandate dal generale Flavio Ezio con l'appoggio dei visigoti di Aquitania, dei burgundi, degli alani e dei franchi riuscirono a respingere Attila* (nota 39). Fu questo il primo esempio di una coalizione di romani e barbari cristianizzati uniti di fronte a un invasore straniero.
Attila, respinto oltre il Reno, incredibilmente non rinuncia alle sue ambizioni di conquista e l’anno dopo è già in Italia a devastare Milano e Padova per puntare anche lui su Roma. Il suo esercito era ormai stremato dalla fame e dalle malattie e, quando un'ambasceria guidata dal papa Leone I andò incontro alle truppe, Attila accettò una tregua e si ritirò in Pannonia non prima però di aver terrorizzato i veneti al suo passaggio a nord-est, costringendo questi a rifugiarsi nel territorio affacciato sul mar Adriatico, costituito da isole, paludi e lagune, che sarebbe diventato più tardi la città di Venezia. Nel 453 Attila, ricompattato l’esercito, si preparava a invadere nuovamente l'Italia, ma muore di morte naturale prima che il suo piano possa realizzarsi. Alla sua morte la potenza degli unni decadde a causa delle discordie per la successione e per le ribellioni delle popolazioni sottomesse, tra queste gli ostrogoti che con Attila avevano trovato riparo in Pannonia dopo la battaglia dei Campi Catalaunici. Con il Re ostrogoto Teodorico si aprirà un’altra fase delle invasioni barbariche che porterà a mezzo secolo di dominazione ostrogota in Italia e all’intervento dei bizantini per la liberazione da questi. Nel frattempo gli alani, spinti dagli unni, avevano incontrato vandali e svevi nell’Euopa centrale e con questi avevano iniziato un percorso che li porterà sino alle  coste  nord-Africane. Gli  unni  dopo  il  453, dimostrarono  tutta  la debolezza del loro regno, basato solo sulla figura carismatica del capo, ora scomparso, e la forza pura delle armi. Privi di ordine, legge, stato e persa la loro figura dominante, iniziarono una diaspora che li porterà lentamente ad estinguersi completamente. Una delle tribù scomposta dall’insieme tornò in Crimea dopo il passaggio già effettuato quasi cento anni prima.  Qui gli unni utiguri - questo il nome della tribù – si trovò ad avere a che fare con gli unici goti ed alani che non erano nè scappati all’arrivo dell’ondata iniziale unna, nè avevano questa seguito in un secondo momento.  Il primo passaggio aveva già provocato tutta la devastazione possibile, solo Chersones era riuscita a resistere rinchiusa nelle sue mura, salvandosi dal ferro e dal fuoco ma non da una profonda crisi economica.  Il ritorno degli unni, anche se non più invincibili e sanguinari come un tempo ma ben più stanchi e confusi, provocò tuttavia ancora una volta una scissione tra i goti. Una parte di questi si ritirò oltre lo stretto di Kerc per rifugiarsi nella zona oggi di Novorossisk, l’altra si attestò sulle zone montuose a sud della penisola. Le zone steppose interne della penisola vennero per la seconda volta occupate dagli unni. E’ a questo punto però che si farà sentire il contributo di Bisanzio, l’erede di Roma. Se da una parte sopratutto Chersones non abbandonò mai la resistenza e cercò sempre di rimanere attaccata al mondo occidentale dal quale proveniva, dall’altra l’occidente cercò sempre di mantenere vivo questo suo avamposto estremo e fece sempre tutto il possibile per non perderlo.
Ritirate le truppe i romani, arrivarono di lì a poco i bizantini a garantire l’unica continuità e l’unico punto di riferimento in un ordine occidentale apparentemente sempre più alla deriva ma anche sempre pronto a risorgere.

Cap. VI . Bisanzio – il legame con l’ordine antico

Cap. VI  . Bisanzio – il legame con l’ordine antic...
Le grandi migrazioni dei popoli barbari trovarono impreparato l’impero romano che cadde definitivamente nel 476 con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo. In realtà la decadenza dell’impero era iniziata già prima tanto che un’amministrazione unica e centralizzata non sembrava più realistica neppure agli occhi degli stessi rappresentanti del potere del tempo. Nel 330 Costantino il Grande aveva già deciso di spostare la capitale ad oriente nell’antica colonia greca di Bisanzio che egli stesso rifondò e ribattezzò – Costantinopoli – appunto. La città, più centrata rispetto al nuovo baricentro commerciale del sistema, più vitale, più sicura, dopo la suddivisione dell'impero voluta da Teodosio nel 395, divenne la capitale delle province romane d'Oriente e dopo la caduta di Roma sarà questa l’unica continuatrice ed erede di tutta la tradizione e civiltà greco-romana fino ad allora maturata. Lingua ufficiale dell'impero bizantino fu il greco, sebbene i suoi imperatori si ritenessero continuatori delle tradizioni, dei simboli e delle istituzioni di Roma. Retto da un unico sovrano, senza alcun corpo di leggi che ne formalizzasse i poteri, l'impero divenne il crogiolo di un'originale sintesi tra istituzioni romane, cristianesimo ortodosso, lingua greca e cultura ellenistica. A fondamenta del sistema vi erano un ben organizzato sistema fiscale, burocrazia articolata, abile diplomazia e apparato militare tecnicamente avanzato e che puntava principalmente sul predominio nei mari grazia alla potente flotta. Con l'imperatore Costantino furono poste le premesse perché potere imperiale e autorità ecclesiastica potessero convivere pacificamente: un'armonia, questa, che si sarebbe sostanzialmente mantenuta lungo tutta la storia dell'impero. Fu creato un efficace sistema monetario basato sulla moneta romana del solido aureo che ebbe corso sino alla fine dell'impero. La proprietà della terra era concentrata nei latifondi e l'agricoltura rappresentò la principale fonte di ricchezza dell'impero; i vasti possedimenti abbandonati a causa delle pesanti tasse cui erano soggetti furono incamerati dalla Chiesa e dall'impero, che assicurarono in questo modo una solida base materiale ai rispettivi poteri. La vita economica fu caratterizzata dal severo controllo delle autorità imperiali sulla quantità, qualità e modalità della produzione agricola e artigianale, sull'organizzazione e lo svolgimento dei traffici commerciali e sul livello dei prezzi. L'imperatore Giustiniano cercò a sua volta di restaurare l'antica potenza imperiale. Giustiniano realizzò, con il Corpus iuris che da lui prende il nome, il riordinamento legislativo dell'impero, e tra il 534 e il 565 riconquistò le coste mediterranee dell'Africa, l'Italia, la Sicilia, la Sardegna e la fascia costiera spagnola verso il Marocco. La restaurazione dell’antica carta geopolitica sembrava quasi realizzata ma queste imprese, sommate alle forti spese sostenute per alimentare un'ambiziosa politica di opere pubbliche, svuotarono le casse dello stato, mentre una grave epidemia di peste decimava la popolazione. L'assassinio dell'imperatore Maurizio (che regnò dal 582 al 602) provocò poi la prima delle sanguinose guerre per la successione che si sarebbero avvicendate nei decenni seguenti. La vittoria di Eraclio contro i persiani nel 628, con la quale furono riottenute le province di Siria, Palestina ed Egitto, sembrò segnare l'avvento di un nuovo ciclo di prosperità. In realtà l'impero, ridotto allo stremo delle forze e attraversato da aspri conflitti religiosi apertisi tra opposte sette cristiane, si trovò impreparato ad affrontare il nuovo grave pericolo rappresentato dall'ascesa degli arabi, che tra il 634 e il 642 conquistarono Palestina, Siria, Mesopotamia ed Egitto, giungendo persino a porre l'assedio a Costantinopoli, senza successo, alla fine del VII secolo e nel 717-18. A partire dal IX secolo l'impero cominciò a rifiorire. L'offensiva musulmana si arrestò lungo il confine orientale sia a causa dell'indebolimento del califfato sia per l'efficace strategia bizantina. Gli eserciti imperiali furono in grado di riconquistare i territori dell'Asia Minore, nonché quelli tolti agli slavi in Grecia, Macedonia e Tracia. La flotta riprese Creta e Cipro. Questa fase di risalita si compì durante il lungo regno della dinastia macedone, iniziato nell'867 con Basilio I e durato fino al 1081. Rifiorì anche l'attività intellettuale: vennero copiati e riassunti gli antichi manoscritti, si compilarono enciclopedie e antologie, ripresero gli studi di matematica e astronomia; nella letteratura e nell'arte vi fu un ritorno ai modelli dell'età classica. Non meno importante fu il rinnovato intensificarsi degli scambi commerciali sulle coste del Mediterraneo e del Mar Nero. Le armate bizantine occuparono la Bulgaria negli anni Settanta del X secolo, per poi sottrarre ai musulmani il controllo dell'altopiano anatolico e di parte della Mesopotamia e della Siria. Nel 1014 Basilio II represse duramente una rivolta scoppiata in Bulgaria, assoggettando poi i principati indipendenti dell'Armenia e della Georgia. Come i suoi predecessori, fallì però nel tentativo di modificare l'assetto della proprietà fondiaria, che rimase concentrata nelle mani di pochi latifondisti e della Chiesa: una base troppo ristretta per reggere l'ampia struttura istituzionale dell'impero. A Basilio II succedettero imperatori mediocri che non colsero l'importanza dello sviluppo tecnologico, culturale ed economico che interessava l'Europa occidentale e il mondo islamico. I selgiuchidi approfittarono di questo indebolimento per espandersi in buona parte del Medio Oriente bizantino. Ancor più grave fu lo scisma che nel 1054 separò la Chiesa ortodossa da quella di Roma: con la perdita degli ultimi possedimenti in Italia, lo scisma segnò il distacco definitivo dell'impero bizantino dal mondo occidentale. L'imperatore Alessio I Comneno, capostipite dell'omonima dinastia, si rivolse al papa per ottenere aiuto nella lotta contro i turchi: i principi cristiani intrapresero la prima crociata nel 1096. Se le imprese delle crociate rappresentarono nell'immediato un fattore positivo per l'impero, furono in realtà l'elemento che ne accelerò il declino. Per essere indotte a sostenerne il notevole sforzo organizzativo e finanziario, infatti, le ricche città mercantili italiane ottennero speciali concessioni commerciali in terra bizantina, assumendo il controllo di buona parte dei traffici e della ricchezza interna dell'impero. Bisanzio godette di una ritrovata prosperità nel corso del XII secolo, ma a prezzo di un costante indebolimento politico e militare. I crociati accettarono persino le condizioni poste da Venezia (che dell'impero era emersa come la principale antagonista) e saccheggiarono Costantinopoli nel 1204, dando poi vita al cosiddetto impero latino d'Oriente. La continuità del dominio bizantino fu assicurata dalla ristretta autorità esercitata sull'Epiro, su Trebisonda e soprattutto su Nicea. Nel 1261 Michele VIII Paleologo riconquistò Costantinopoli; la dinastia da lui fondata resse poi l'impero fino al 1453, sempre debole a causa della ristrettezza di risorse finanziarie e agricole disponibili. All'inizio del XIV secolo l'emergente dinastia turca degli ottomani conquistò gli ultimi territori bizantini in Asia Minore. A partire dal 1354 gli ottomani iniziarono la penetrazione nei Balcani, terminata drammaticamente con l'assedio e l'espugnazione di Costantinopoli (1453), che determinò la fine dell'impero. La tradizione culturale bizantina non si estinse nel 1453: studiosi bizantini, che nel XIV e XV secolo si recarono in Italia per iniziativa individuale o come rappresentanti dell'imperatore, esercitarono una forte influenza sul Rinascimento italiano. Il recupero dei classici durante il regno dei Paleologhi, soprattutto nella compilazione di enciclopedie, storiografie, antologie letterarie, ma anche in filosofia, matematica e astronomia, venne trasmesso a un pubblico raffinato di studiosi italiani e greci residenti in Italia, così che la cultura bizantina sopravvisse alla dissoluzione dell'impero. Né va dimenticato l'effetto che ebbe nei secoli IX e X la conversione al cristianesimo ortodosso del sovrano bulgaro e di quello serbo, che portarono i loro popoli entro la sfera di influenza culturale e religiosa dell'Occidente.
I mille anni dell’impero bizantino, brevemente descritti, corrisposero anche ai successivi mille anni di Chersones. La città, ora chiamata Cherson, in un greco non più antico ma medioevale, legò il suo destino a quello di Costantinopoli nella quale vedeva il riflesso degli antichi avi ma anche e sopratutto la protettrice dal mondo oscuro e ostile delle steppe che iniziavano già alle pendici del versante nord delle montagne a ridosso della costa. Da una parte il mondo dei mari, dei commerci, di una lingua familiare, una religione condivisa, un sistema economico basato sulla proprietà, lo scambio e la produzione; dall’altra i predoni delle steppe – i vicini più ostili, astrusi, scomodi e pericolosi che si potessero avere. A costo di una sempre più limitata indipendenza i Chersonesi non esitarono a sottostare all’influenza politica bizantina che, come già quella romana aveva dimostrato, sapeva ricompensare in sicurezza, civiltà, stabilità e servizi. Il regno del Bosforo al contrario non sentiva questo legame con l’origine e la necessità di un forte punto di riferimento occidentale, d’altra parte come abbiamo visto, da subito l’aspetto delle colonie ione della parte est della penisola parve essere di tipo meno esclusivo, più permeabile alla commistione multietnica e culturale. Va considerato che se ai nostri tempi e nella nostra civiltà la multietnicità può essere fonte di arricchimento culturale ed avere accezione anche positiva, al tempo delle colonizzazioni greche questa non poteva che avere significato e conseguenze del tutto negative vista la troppa differenza di evoluzione tra le due parti. La spensierata commistione tra coloni e ‘barbari’ portò ad una società troppo presto mescolata ed appiattita verso il basso, priva di forte carattere e identità, nè ad occidente nè ad oriente e, in definitiva, un pò in balia degli eventi. La storia ‘occidentale’ della Crimea venne portata avanti quasi tutta da Cherson, l’unico vero avamposto della civiltà del Mediterraneo già al tempo dei romani, ora dei bizantini. Questi, a loro volta, non potevano che vedere con grande favore la collaborazione della città e la regione limitrofa che, pur in maggioranza barbara, si dimostrava alleata e sufficientemente fidabile. Un avamposto in Crimea significava piazzare un sensore in un punto che, la storia delle grandi migrazioni barbariche iniziate proprio da lì aveva dimostrato, era di vitale importanza. Un movimento sospetto individuato in questa zona poteva essere segnalato via mare alla capitale e permettere di prendere provvedimenti già prima che via terra arrivassero sorprese. Al tempo stesso una postazione in questa terra poteva essere anche una testa di ponte per missionari e diplomatici capaci di preparare un terreno politico favorevole a strategiche alleanze, del resto è proprio da qui che importanti missioni evangelizzatrici partirono e, attraverso la religione, crearono legami e difese. Questo aspetto è ancora più importante se consideriamo la realtà della Russia ortodossa che alla fine avrà la meglio sugli ottomani diversi secoli dopo, in questo senso l’eredità bizantina venne a sua volta raccolta ed una continuità storica e culturale che porta sino ai nostri giorni può essere individuata nonostante tutte le incredibili vicissitudini capitate a questa penisola. Questa continuità è dovuta proprio all’opera di collaborazione tra bizantini e chersonesi. Cherson fu non solamente l’ultimo avamposto di difesa ma anche il primo punto di appoggio per l’espansione di cultura, religione e politica. Di qui passarono Cirillo e Metodio* (nota 54) per evangelizzare l’est Europa, qui il Principe Vladimiro accolse il Cristianesimo e lo diffuse tra i Rus’* (nota 40), qui Bisanzio pose le basi per contrastare con l’astuzia e la diplomazia gli inquieti popoli dell’est, nonchè, quando necessario, piazzò le sue posizioni militari a difesa dei propri  interessi. Commerci,  strategia  militare e diplomatica nonchè  posizione geopolitica privilegiata facevano della Crimea una terra irrinunciabile per Bisanzio e, per i chersonesi, coloro che meglio approfittarono e seppero individuare la comunione di interessi, l’alleanza fu del tutto proficua anche quando l’indipendenza venne sacrificata ad un controllo diretto di Costantinopoli. La tattica ereditata da Roma, del dominio attraverso la divisione dei nemici e l’accattivarsi gli amici più con l’astuzia che con la spada, venne subito messa in atto nella preziosa penisola. Già nel 488 l’Imperatore Zenone venne in soccorso a Cherson gravemente  danneggiata da un forte terremoto. Un serio sforzo finanziario venne sostenuto dall’impero per ricostruire la città ed anzi ulteriormente rinforzarla. Lo spessore delle mura principali di cinta raggiunse i tre metri con  torri di vedetta fortificate ogni 50-90 metri. La planimetria della città venne sostanzialmente conservata ma aggiunte basiliche, quartieri e opere pubbliche. Nonostante il periodo difficile dovuto ai movimenti migratori barbarici non ancora assestati, Cherson riprese la sua vita economica ed anzi di lì a poco avrebbe rivissuto momenti di splendore del tutto comparabili a quelli avuti con i romani e quelli, ancora precedenti, dell’indipendenza. Ancora più importante il contributo apportato da Giustiniano il Grande che, oltre a rafforzare ulteriormente le linee difensive ed ottenere da goti e alani una preziosa alleanza che avrebbe portato alla formazione di un utilissimo regno cuscinetto barbaro-cristiano, fu determinante nella cacciata definitiva degli unni-utiguri. Fu lo stesso re utiguro Groda a chiedere a Giustiniano di ricevere la comunione cristiana. Evidentemente riteneva che era venuto il tempo per il suo popolo di piantare radici, trasformarsi in stanziali e costituire un piccolo regno ufficiale nella parte interna della Crimea. Per fare questo Groda capiva bene che avrebbe avuto bisogno di un riconoscimento ufficiale dalla comunità internazionale che allora non poteva che passare attraverso la conversione a una delle grandi religioni monoteiste ad ognuna delle quali corrispondeva anche un impero di riferimento al quale riconoscere rispetto. Groda aveva quindi probabilmente individuato un piano di sviluppo per il suo popolo simile a quello scelto dai goti e che fu per questi molto profittevole. L’iniziativa non venne però capita dal suo popolo ed il fratello Mugel ne approfittò per ordire un complotto nei suoi confronti, ucciderlo e sostituirlo. Mugel, non soddisfatto, volle tentare l’impresa e cercare di conquistare definitivamente l’intera penisola ma quando sottomise la zona del bosforo (Kerc, l’antica Panticapei), Giustiniano inviò a Cherson un imponente contingente militare – la posizione non poteva essere persa e qualsiasi sforzo sarebbe stato giustificato. Gli unni sorprendentemente desistettero e scapparono scomparendo definitivamente dalla Crimea e dalla storia in generale dato che non lasciarono più traccie sostanziali neppure altrove. Scegliendo Mugel a Groda avevano perso l’ultima occasione per diventare una nazione vera. Occasione che invece non persero affatto i goti che con la minoranza alana a questi associata, avevano costituito un piccolo regno strettamente alleato all’impero bizantino. Questo regno, più o meno unitario, che nella parte orientale della penisola prendeva il nome di Gotia ed in quella occidentale Doros, si trovava a ridosso di Cherson, nella parte interna montuosa. Il cuore del regno si trovava nella fortezza oggi conosciuta con il nome di Mangup, al tempo Doros. L’utilità di uno stato cuscinetto di questo tipo era evidente per Costantinopoli e per Cherson. Si trattava di una linea difensiva aggiunta e di montagna che con le mura di Cherson andava a formare una doppia linea ben difficile da valicare per qualsiasi invasore nomade dell’est. D’altra parte si trattava di un regno cristiano-barbarico oramai culturalmente assimilato e fidabile nonchè etnicamente misto. I vantaggi che la parte barbara conseguiva dall’alleanza erano altrettanto evidenti – stabilità, pace, assistenza di una forza superiore, cultura, ordine, protezione dagli altri popoli barbari più affamati ed aggressivi, casa e terra finalmente dopo tanti secoli di battaglie e vagabondaggio senza meta. D’altra parte alternativa non poteva esistere – Costantinopoli non avrebbe mai lasciato le sue posizioni strategiche sulla costa nè avrebbe avuto senso per i goti di rimanere isolati, senza alleati ed insaccati nella penisola con il solo mare alle spalle in caso di massivo attacco come quello da poco scampato. I bizantini non solo approfittarono dell’alleanza ma la coltivarono generosamente per rafforzarla, tanto ne intuivano l’importanza. Aiutarono i goti ad edificare delle strutture difensive, con mura, postazioni, fortificazioni e avamposti di montagna. Diversi di questi ultimi, proprio perchè scavati nella roccia, si sono conservati bene fino ai nostri giorni e possono essere visitati. La civiltà Doros viene anche chiamata civiltà delle ‘città nella pietra’ proprio per queste postazioni tipiche di montagna ricavate dalla roccia cui si andranno ad aggiungere dell’VIII sec. monasteri ed eremi. Sia Cherson che Doros conobbero secoli di prosperità e serenità grazie alla collaborazione dei bizantini che, come i romani, offrivano non solo protezione ma anche un mercato già pronto, fiorente e coordinato al quale non bisognava fare altro che partecipare per ricavarne profitti. L’affidabilità delle difese venne sperimentata, dopo la dipartita degli unni, in occasione dei tentativi degli avari* nel VI sec., e dei bulgari* nel VII sec. (note 41,42), entrambi senza eccessivo successo. Linee difensive e diplomazia bizantina, evitarono gravi problemi a Cherson, Doros e il Bosforo per cui il fenomeno degli avari e dei bulgari, che pure fu rilevante per la storia di gran parte dell’Europa orientale e dello stesso impero bizantino, in Crimea non provocò danni irreparabili. Molto più impegnativa sarà invece l’esperienza con i cazari* (nota 43). 
did13.jpg
Carta 13 – schieramento posizioni alleate bizantine chersonesi e gote

Cap. VII . Verso l’accerchiamento – l’arrivo dei popoli turchi

Cap. VII  . Verso l’accerchiamento – l’arrivo dei ...
L’Asia centrale fu sempre una fucina di tribù nomadi e guerriere. Abbiamo già conosciuto gli sciti cui origine si perde nel tempo e sfugge ancora con precisione ma pare proprio da collocare anch’essa nel cuore dell’Asia. Cimmeri, sarmati, avari sono di origine ancora più incerta ma sicuramente non erano popoli di mare e la loro tradizione di nomadi delle steppe li ricollega alla grande famiglia asiatica. Gli unni, a loro volta, erano un popolo di razza chiaramente mongola e la loro discendenza dagli xiongnu della Cina nord-occidentale pare definitivamente dimostrata dagli storici. Nei loro percorsi migratori verso Occidente, alla ricerca di ricchi pascoli per i loro cavalli ed ancor più ricchi bottini per le loro razzie, alcuno di questi popoli tralasciò la preziosa Crimea, nè alcuno dei successivi popoli delle steppe lo avrebbe fatto successivamente. Finchè non sorsero due grandi imperi a contenere sul nascere questi movimenti migratori (russo e ottomano, quest’ultmo a sua volta di origine asiatica) la storia dell’Europa non fu libera dal pericolo delle improvvise calate da Oriente delle incontrollabili ed affamate orde. Non lo sarebbe stata certo la Crimea, primo bottino grasso sulla strada verso Occidente. Nel VI secolo compare una nuova superpotenza delle steppe - i turchi - originari anch’essi dal cuore più intimo e centrale dell’Asia, là dove la catena montuosa dell’Altaj e dei Saiani divide quelle  che sono oggi  Kazakhstan,  Siberia,  Mongolia e Cina. La comparsa dei turchi ebbe conseguenze straordinarie per tutta la storia occidentale. Se l’impero romano era caduto sotto la spinta provocata dagli unni, l’impero bizantino cadrà mille anni dopo sotto quella dei turchi, originari della stessa regione. Se però la spinta degli unni fu intensa ma breve e completò il suo processo di destabilizzazione nel giro di soli due secoli per poi dissolversi, quella dei turchi ebbe tutta altra natura e tutt’altro destino. Non si trattò di un’ondata inarrestabile e caotica ma di un lento processo di corrosione a tenaglia che durò otto secoli e si concluse nel 1453 con la presa di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani che sostituirono le potenze sia araba che bizantina con un loro impero ancora più potente e che avrebbe segnato la scena politica europea sino alla Prima Guerra Mondiale. A differenza degli unni i turchi erano quindi un popolo che, pur di origine nomade, aveva chiare idee di possesso, Stato e ordine. Nel loro passaggio in Persia abbracciarono anche la religione musulmana e questo contribuì alla formazione di una loro identità comune. A partire dal VI secolo, varie tribù turche si spostarono verso la Persia e il mar Caspio; alcune di esse, con il nome di bulgari, giunsero nei Balcani, dove già nel VII secolo strapparono un’ampia regione all’impero bizantino fondandovi uno stato molto potente, altre, i cazari, si insediarono dapprima nella regione montagnosa del Caucaso e del mar Caspio per poi  successivamente espandersi su gran parte delle steppe della Russia sudorientale. Nel Medio Oriente i turchi diedero vita a due importanti dinastie, quella dei gasnavidi e quella dei selgiuchidi. La prima raggiunse il suo apice intorno all’anno 1000 ed estese il suo dominio fino all’Indo. Appartenenti alla grande tribù degli oghuz (o turcomanni), i selgiuchidi strapparono il Khorasan (Iran nord-orientale) ai gasnavidi e si diressero in seguito verso occidente, imponendo la loro protezione sul califfato di Baghdad. Nel 1071 sconfissero i bizantini a Manzikert e si insediarono in Anatolia. Nel secolo successivo, sebbene invasi dai mongoli, i turchi riuscirono a conservare il predominio sulla regione, dove nel XIV secolo un’altra tribù turcomanna, quella degli osmanili, fondò quel piccolo regno autonomo che si sarebbe poi trasformato nel potentissimo impero ottomano capace di dare il colpo definitivo all’impero bizantino.  La direttiva nord della migrazione, coinvolse ovviamente la Crimea che venne interessata sia dai bulgari che, e sopratutto, dai cazari. In un quadro più ampio, fu questo il primo campo di battaglia di una lotta tra turchi e bizantini che si sarebbe conclusa solo otto secoli dopo. Già nel VI secolo, il risultato delle prima fase migratoria ed espansionistica turca fu un khanato* (nota 44) dalla straordinaria estensione territoriale. Nel 576 questo khanato, cercando di includere altri territori ad ovest, penetrò in Crimea. Il Bosforo venne sottomesso e la parte interna stepposa occupata. Cherson resistette. Il grande khanato turco, pervaso da contese interne, di lì a poco si sarebbe frantumato in tanti khanati minori e una seconda fase migratoria avrebbe preso vita. La parte occidentale del khanato assunse il nome di Khanato Cazaro dal nome della tribù dominante, appunto dei cazari, insediata nella regione tra Caspio, Azov, Caucaso e Volga. Nel VII secolo era questo il più importante regno di tutto l’est Europa e lo sarebbe stato sino al momento in cui nella stessa regione non avrebbero preso il sopravvento i Rus’ del Principato di Kiev* (nota 45). La zona crimeana del decaduto khanato panturco venne occupata in un primo momento dai bulgari. I cazari decisero intorno alla seconda metà del VII secolo di cacciare i bulgari attaccandoli proprio penetrando in Crimea. La parte più consistente di questo popolo scappò ed emigrò ancora più ad ovest dove, di lì a poco come anticipato, sarebbero andati addirittura a sfondare le linee bizantine per formare appunto la Bulgaria. I cazari occuparono le posizioni già appartenute al precedente khanato, senza sfondare le linee di Cherson ma preoccupandosi bene di tenere sotto il più stretto controllo il Bosforo. Lo stretto oggi chiamato di Kerc, era un punto strategico per tutti i passaggi da est, infatti la storia aveva dimostrato che le invasioni non necessariamente dovevano passare dal nord collegato al continente via terra, potevano avvenire facilmente anche via mare. Già alani e unni, questi ultimi affatto dotati di alcuna dimistichezza con l’acqua, erano arrivati in Crimea passando dallo stretto il quale, a seconda della sedimentazione portata dalla corrente, in certe epoche storiche, non la nostra, è stato traversabile a cavallo. Per motivazioni commerciali e precauzionali nei confronti di possibili successive ulteriori invasioni ancora da est, che difatti avverranno, il Bosforo era una postazione vitale da tenere a giudizio dei cazari. Conquistare Cherson a sua volta avrebbe significato eliminare un forte antagonista e avamposto bizantino che si insinuava nel cuore del proprio regno, d’altra parte però, per gli stessi motivi per cui i cazari l’avrebbero voluta, Costantinopoli non l’avrebbe mai ceduta e concentrarsi in una guerra sanguinosa con alle porte un terzo incomodo come il sempre più potente e pericoloso Califfato Arabo, sarebbe stato un suicidio per entrambi. I cazari, dotati delle qualità strategico-diplomatiche tipiche dei popoli turchi e che questi contraddistinse da tutti gli altri popoli nomadi dell’Asia, optarono per la pace ed il compromesso. Questo favorì Cherson, che sperò di poter stabilizzare finalmente le relazioni con gli scomodi inquilini della zona interna della penisola e tornare a prosperare sotto l’ombrello protettivo ancora una volta dei bizantini. La calma apparente probabilmente illuse i chersonesi che forse non potevano immaginare che l’ombra protettiva era destinata prima o poi a svanire perchè l’ombrello di Costantinopoli si andava facendo sempre più piccolo. I popoli di origine turca che minacciavano Cherson da nord sarebbero stati ben presto gli stessi che avrebbero minacciato anche l’impero bizantino da est, con la collaborazione degli arabi da sud. Nel momento in cui cadrà Costantinopoli Cherson sarà l’avamposto di un mondo occidentale oramai del tutto inconsistente dal punto di vista puramente militare e l’accerchiamento sarà completato. I cazari, da parte loro, non potevano immaginare che i ‘cugini’ selgiuchidi avrebbero potuto sfondare sia le linee arabe prima, che quelle bizantine poi, come pure non potevano immaginare che il loro peggior nemico sarebbe arrivato da nord (i Rus di Kiev), per cui si preoccuparono sopratutto di conservare buoni rapporti con i due motivi di preoccupazione appariscenti – bizantini e arabi. Nel tentativo di costruire delicati equilibri maturarono una politica di attento compromesso. Necessitando di una religione di stato, per i motivi già visti nell’analisi sul caso degli unni di Groda, ma non volendo scegliere nè Cristianesimo per non finire soffocati dall’influenza bizantina, nè la religione Musulmana per non finire sotto quella araba, consapevoli d’altra parte del valore aggiunto in termini di ordine e compattezza che una religione monoteistica può dare ad un giovane Stato, scelsero per esclusione l’Ebraismo. Non mancavano infatti, sopratutto in Crimea, ebrei arrivati già intorno al primo secolo d.C. in seguito alle prime diaspore e che con i quali i cazari collaboravano attivamente nei commerci. Dal contatto con questi avvenne la conoscenza dell’ebraismo e la scelta definitiva per questa religione che avvenne nel VIII sec. La scelta, analizzata a posteriori, si direbbe oggi non indovinata. Se avessero scelto la religione musulmana avrebbero potuto coordinare la loro battaglia contro i bizantini coinvolgendo i ‘fratelli’ arabi, come avrebbero di lì a poco fatto i più lungimiranti turchi selgiudichi; se avessero scelto la religione cristiano-ortodossa avrebbero potuto creare un’alleanza invece proprio con i bizantini per stabilizzare il nord del Mar Nero e non sarebbero stati presi in mezzo tra questi e i rus di Kiev a loro volta poco dopo cristianizzati. Va anche considerato che in caso di difficoltà la religione ebraica non avrebbe potuto offrire alcun impero di riferimento cui chiedere aiuto. Fatto sta che i cazari di lì a poco si sarebbero trovati in gravi difficoltà ed avrebbero ceduto agli emergenti rus’, i padri del grande impero russo, non prima però di essere riusciti a mettere le mani anche su la fortezza di Mangup, capitale della Doros gota. La posizione di Cherson era sempre più in bilico, i cazari avevano ancora pochi decenni di fiato ma, con la caduta dello stato cuscinetto degli alleati goti, si trovavano molto prossimi alla città mentre Bisanzio, unica speranza di salvezza da un mondo sempre più ‘barbaro’ veniva indebolita non solo dall’erosione araba, alla quale l’alleanza turca avrebbe presto moltiplicato vigore, ma anche dalle lotte politiche interne. Proprio in una delle più romanzesche di queste lotte Cherson venne coinvolta suo malgrado.
Nel 695 viene deposto dal trono di Bisanzio l’imperatore Giustiniano II che in soli dieci anni di regno era riuscito a disastrare l’impero oltre ogni modo. Perdite territoriali come quella dell’Armenia a favore degli arabi, ambizioni personali sproporzionate rispetto a reali mezzi, tassazioni vessatorie e politica dissennata in generale montarono un forte dissenso popolare che sfociò nella deposizione forzata.
A Giustiniano venne mozzato il naso in una pubblica ed umiliante punizione e venne esiliato a Cherson. Da allora venne chiamato Giustiniano II il Rinotmeto che significa appunto ‘col naso mozzato’.  A Cherson il Rinotmeto, piuttosto che calmarsi, complottò per cercare alleanze e tornare alla carica. I chersonesi non avevano alcuna intenzione di tradire l’impero, unica loro speranza di difesa e sopravvivenza, per cui tradirono piuttosto il deposto imperatore. Questi, ‘fiutata’ (si fa per dire) la mal parata che si andava prospettando si rifugiò presso la fortezza gota di Doros, ribattezzata Mangup dai cazari che ora la controllavano. Qui ordì una trama proprio con i cazari per tentare di rovesciare il nuovo potere instaurato a Costantinopoli il quale però, per tempo allertato proprio da Cherson, non rimase a guardare. Un ambasciatore venne inviato presso i cazari con la promessa di una ricca taglia per il Rinotmeto vivo o morto. La giovane figlia del Khan* (nota 46) cazaro, data in sposa proprio a Giustiniano II riferì al marito della trappola che stavano per preparargli e questi scappò nuovamente, questa volta per andare a rifugiarsi dai bulgari che nel frattempo avevano già edificato il loro importante regno nella Bassa Mesia strappando territori proprio ai bizantini. Questa volta gli intenti coincidevano perfettamente, i bulgari capirono bene che il ritorno di Costantino II sarebbe stato quanto di più destabilizzante per l’impero nemico e lo aiutarono a riconquistare il trono. Nel 705 Giustiniano II Rinotmeto tornava quindi ed incredibilmente, imperatore. Tutto il resto delle sue forze furono concentrate alla vendetta personale e Cherson, che l’aveva tradito, sapeva di doversi aspettare il peggio. La città cercò a questo punto, per la prima volta, di divincolarsi dall’impero ed andò a cercare alleanza addirittura con i cazari che a questo punto sarebbero potuti essere non il peggiore dei mali. La vendetta del Rinotmeto arrivò nel 710 quando questi ordinò una terribile spedizione militare punitiva e la città subì quello che neppure sciti, nè goti, nè unni, nè cazari ebbero osato farle patire. Parte della popolazione venne trucidata, parte deportata, quaranta dei più illustri esponenti dell’aristocrazia cittadina vennero bruciati vivi in piazza, rappresentanti del potere chersonesi e ambasciatori cazari imprigionati e condotti a Costantinopoli. Il Rinotmeto giudicò la spedizione insufficiente perchè troppo ‘morbida’ e ne ordinò subito un’altra.
Questa volta i chersonesi difesero la città con i denti e seppero coinvolgere nella difesa anche goti reduci di Doros, cazari e, sopratutto, il Principe armeno Varden. Le forze bizantine, vista la resistenza e poco convinte della missione imposta contro i fratelli chersonesi, tradirono l’imperatore dispotico e si schierarono con la causa chersonese. Sarà lo stesso Varden, appena un anno dopo, ad odire il colpo di stato finale che deporrà definitivamente l’oramai del tutto sbandato e paranoico imperatore. Questa volta a Giustiniano per punizione venne tagliata la testa, risoluzione molto più drastica del taglio del naso della prima deposizione ma quanto più efficace – da allora il Rinotmeto cessò infatti di creare ulteriori problemi. L’impero ne usciva però seriamente provato, stava per ripetersi la parabola del grande impero romano dalla cui costola orientale quello bizantino era nato e della cui storia questi avrebbe dovuto far tesoro. Come l’impero romano si fece cogliere impreparato ed intento in inutili contese di potere interne mentre arrivavano i barbari, così l’impero bizantino rischiava di lacerarsi in combutte intestine mentre tutto intorno si andava preparando la morsa che li avrebbe potuti stritolare. Forse è a questo punto che Cherson capisce di potersi di colpo ritrovare sola ed assediata. L’alternativa a Bisanzio tuttavia non esisteva ancora; accettare il predominio dei cazari o di qualsiasi altro popolo proveniente dalle steppe avrebbe comportato una lenta perdita di identità culturale come già accaduto al Bosforo, oramai una disordinata babele. La fedeltà all’impero, per quanto poco rassicurante dopo il caso del Rinotmeto, doveva essere comunque condotta fino in fondo. Già in quello stesso VIII secolo, Cherson abbraccia infatti la dottrina iconoclasta* (nota 47) imposta dall’imperatore Leone III l’Isaurico che tentava di servirsene per finalità, più che religiose, probabilmente politiche. Per fuggire alla repressione molti dissidenti si rifugiarono in Crimea, periferia estrema dell’impero. Non già si insediarono a Cherson, fedele alle direttive di Costantinopoli, bensì nella zona montuosa dei goti di Doros, che ora, per quanto controllata ancora dai cazari, era per loro più sicura. Sorsero così molti monasteri di montagna che andarono a rafforzare la cosiddetta ‘civiltà delle città nella pietra’ iniziata dai goti secoli prima con le loro postazioni fortificate scavate nella roccia delle montagne. Non mancarono tuttavia momenti di seria titubanza da parte dei chersonesi riguardo alla fedeltà dovuta all’impero. Quando questi, nel momento di maggior sbandamento, dimostrò di poter non garantire la corretta difesa degli interessi della città nei confronti sopratutto dei cazari, iniziarono a svilupparsi preoccupanti movimenti di sfiducia e dissidenza. Il vespaio dell’est continuava intanto a produrre regolarmente sciami incontrollabili di orde di nomadi. I rus’ non erano ancora abbastanza forti da impedire il passaggio lungo quello che oggi si chiama il Bassopiano Sarmatico Russo mentre i cazari divenivano sempre più deboli ed il compromesso di non belligeranza con i bizantini risultava inutile perchè attraverso le terre cazare si infiltravano altre tribù più aggressive. In Crimea arrivarono ben due di questi popoli nel giro di pochi secoli – i Peceneghi* (nota 48) nel IX secolo e i Kipciaki-Polovzi* (nota 49) nel XI; entrambi popoli turcomanni che mossero i primi dalla zona stepposa intorno al fiume Ural, spinti dai secondi che partirono invece dalla zona ancora più interna intorno al lago Aral. Per quanto la storia li abbia piuttosto trascurati dopo la loro estinzione, la presenza e l’importanza di questi popoli fu molto seria in quei secoli per gran parte dell’intero continente Euroasiatico tanto che venne redatto persino un vocabolario latino-cumano (nome dato in Italia ai kipciaki-polovzi), indispensabile strumento di lavoro per qualsiasi mercante o diplomatico che avesse avuto a che fare con l’est Europa. Una copia del ‘Codex Cumanicus*’ (nota 50), ora conservata nella biblioteca di San Marco a Venezia, era posseduta anche dal nostro grande poeta lirico Petrarca a testimonianza dell’interesse intellettuale che una presenza così importante come quella turcomanna non poteva non suscitare e dei frequenti contatti avuti anche con i nostri antenati, sopratutto quelli delle Repubbliche Marinare di Venezia e Genova. Impegnativi avversari si trovavano quindi alle porte e la Crimea sarebbe stata ancora il centro di contese tra est ed ovest.
La posizione di Cherson introno al IX secolo sembra già senza speranza: i regno dei goti di Doros è controllato dai cazari per cui non funziona più da cuscinetto difensivo, la non belligeranza con i cazari è inutile perchè questi a loro volta non fanno filtro nei confronti degli altri popoli turcomanni emergenti che penetrano nella penisola ed insidiano le ricche posizioni occidentali, l’impero bizantino sembra alla deriva, assediato dagli arabi, senza un governo forte e lacerato da contese politiche interne e incapace di garantire l’assistenza e la sicurezza necessarie. I commerci anche languono perchè le vie di comunicazione interne alla penisola sono impraticabili vista la presenza dei troppi predoni mentre quelle marine non sono più rassicurate dalla domanda dell’impero che non tiene più neppure dal punto di vista commerciale. La situazione è disperata, il collasso prossimo. Eppure la storia di Cherson e dell’alleanza con Bisanzio reggerà ben altri sei secoli, non senza punte di splendido progresso e prosperità. Il merito sarà della resistenza ed aggrappamento all’Occidente di Cherson ma anche della forte sterzata e moto d’orgoglio avuto dall’impero tra il IX e XI secolo sotto la guida di una dinastia di imperatori finalmente brillante, energica e continuativa, la dinastia macedone.

Cap.VIII . Dal ‘vicolo cieco’ alla momentanea rinascita

Sedeva formalmente al trono di Bisanzio, nella metà del IX secolo, l’imperatore Michele III. Succeduto alla tenera età di due anni al padre prematuramente scomparso, resse il trono sino alla sua maggiore età la madre Teodora coadiuvata da un logoteta. Nell'856 Michele divenne maggiorenne e si sarebbe aspettato il passaggio di consegna dei poteri reali senonchè, Bardas, fratello di Teodora, ordì proprio allora una congiura per non perdere il potere che aveva man mano usurpato alla sorella. Ucciso Teoctisto, il logoteta, mandata in convento Teodora, si proclamò Cesare e governò per dieci anni. Michele si fece da parte e si dedicò a quanto pare a bagordi e vizi tanto che, in effetti, passò alla storia con il nome di Michele III l’Ubriaco. Sotto Bardas, tra l’843 e l’859, l’impero perse quasi tutta la Sicilia, caduta in mani arabe, e nell’860 Costantinopoli si sottrasse a stento ad un attacco normanno. Non parliamo di economia e sviluppo. Intanto Michele conosceva un giovane macedone figlio di contadini di origine armena, bello e atletico, riportano i pettegolezzi del tempo. La reale natura della loro amicizia non può essere nota agli storici, esistono solo supposizioni, le stesse per altro che qualsiasi lettore smaliziato può fare da sè. Fatto sta che Basilio, così si chiamava il giovane, aiuta Michele a sbarazzarsi della pesante presenza dello zio despota portando a termine nell’866 una congiura per questi fatale. Finalmente acquisiti i pieni poteri, Michele ne rinuncia in parte per condividerli con il suo favorito che l’aveva risolutamente aiutato contro lo zio; ma già l’anno successivo arriva il colpo di scena più teatrale che solo la storia, il più grande degli autori, potesse scrivere: Basilio il contadino, l’uomo che veniva dal nulla e che entrato nelle grazie di un imperatore ne aveva condiviso il potere, complotta contro il proprio benefattore e lo fa uccidere per, subito dopo, farsi proclamare imperatore con il nome di Basilio I. La cosa più inverosimile, eppure da credere perchè fatto storico, è che proprio Basilio I ‘il Macedone’ non solo sarà uno dei migliori imperatori della storia bizantina ma darà anche vita ad una vera dinastia finalmente all’altezza dell’impero che regnerà per ben due secoli e che, dalla situazione catastrofica di partenza, saprà rigenerare l’impero dal punto di vista sia militare che politico, economico, legislativo e persino culturale! l'impero rifiorisce, l'offensiva musulmana non solo viene arrestata ma vengono anche recuperati importanti territori in Asia Minore, riprese Cipro e Creta, contrastati gli slavi in Grecia, Macedonia e Tracia, dato un nuovo impulso alle attività scientifiche, letterarie e artistiche nonchè sistema amministrativo e legislativo vengono riordinati e gli scambi commerciali riprendono con vigore sia nel Mediterraneo che nel Mar Nero. Di riflesso anche Cherson e tutta la Crimea ‘bizantina’ tornano finalmente a veder la luce dopo il lungo purgatorio.
L’impero iniziava a venir ristrutturato in un insieme di province militarmente ordinate, chiamate i Themata, già ai tempi dell’imperatore Teofilo, padre di Michele l’Ubriaco. Ogni provincia era posta sotto il comando di un generale chiamato lo ‘stratega’ che oltre all’autorità militare esercitava quella civile. Ai soldati degli eserciti delle province (stratioti) vennero assegnate terre esenti da tasse il chè permise di difendere l’impero risparmiando sull’enorme costo di un esercito salariato. Anche in Crimea venne creata una themata, chiamata Themata Klimat. Centro di questa divisione amministrativa e militare fu naturalmente Cherson. Il territorio era quello compreso tra la città oggi chiamata di Simeis a sud, i fiumi Alma e Belbek a nord.
did15.jpg
Carta 15 – posizioni bizantine e rus’
Già durante il primo periodo della Themata Klimat vennero rinforzate le mura e le difese di Cherson, costruita una reggia per la residenza dello stratega, ristrutturato l’acquedotto e riformulato l’intero sistema di difesa. Grazie al sistema dei soldati stratioti, incentivati a difendere la terra perchè in parte anche propria, la leva venne diffusa su più vasta e motivata scala mentre, un contingente di soldati altamente qualificati e addestrati, gli acriti, assicurava la necessaria copertura professionale e specialistica. Questi corpi speciali svolgevano un delicato ruolo di prima linea, controllo e ‘intelligence’ sulle frontiere. Erano loro che si inoltravano oltre le linee difese per segnalare i movimenti dei nomadi ed erano loro i primi a combattere in caso di sfondamento delle linee di difesa. Il ruolo di questi soldati in questa zona era fondamentale non solo per Cherson ma per l’intero impero, era attraverso questi infatti che Costantinopoli poteva tendere l’orecchio ai movimenti che avvenivano al nord del Mar Nero, fondamentale corridoio di transito per tutti i popoli nomadi dell’est e che attraverso quella pista poi potevano arrivare sino al cuore stesso dell’impero nonchè alla stessa capitale come spesso infatti già accaduto. Con la rinascita di Bisanzio non solo la difesa trae beneficio nella Crimea bizantina ma anche un pò tutti gli altri aspetti della sviluppo sociale. Cherson, dopo due interi secoli, torna finalmente a battere moneta propria, l’intera città è un cantiere di nuove cattedrali nel nuovo stile architettonico bizantino ed arti e cultura tornano a fiorire con mosaici, affreschi, marmi, ceramiche, opere di gioielleria e quant’altro.
Primo stratega insediato in Cherson fu un certo Petron Kamatir, parente dell’imperatore e noto già prima della prestigiosa investitura per aver condotto un’audace spedizione inoltrandosi verso nord lungo le rive del Don. Scopo della spedizione, progettata di comune accordo con gli stessi cazari, fu quello di eseguire un lavoro di ‘intelligence’ che andasse anche al di là del normale raggio di azione dei soldati acriti, finalizzato alla perlustrazione e conoscenza della situazione del profondo nord. E’ proprio grazie a quella spedizione che Bisanzio venne informata che sulla grande scacchiera si stavano muovendo uno sciame di pedoni da est, le ennesime tribù nomadi, e pezzi pesanti da nord, i rus’, sempre più forti e organizzati. Cazari e bizantini sulla base di quei dati tireranno le loro somme e giocheranno le proprie contromosse, i primi andando probabilmente in confusione, sbagliando le alleanze e rimanendo presi in mezzo, i secondi, sopratutto con l’arrivo della dinastia macedone, eseguendo l’immortale strategia del ‘dividi ed impera’ mutuata dall’esperienza degli avi romani. Bisanzio fu capace di allearsi di volta in volta e indistintamente con cazari, peceneghi, kipciako-polovzi a seconda delle convenienze del momento per metterli gli uni contro gli altri. Il capolavoro di arte diplomatica verrà tuttavia eseguito più tardi proprio contro i rus’, primo popolo ad apparire a nord del Mar Nero con serie intenzioni stanziali per cui, in quanto appunto di tendenza ‘stanziale’, intenzionato a conquistare delle posizioni per tenersele nel tempo e non semplicemente per saccheggiarle. Il pericolo era quindi in questo caso di tipo diverso dai pericoli incontrati in precedenza. Se nel caso della razzia era solo il popolo residente a rischiare, nel caso della conquista permanente era l’impero a perdere in maniera definitiva posizioni importanti e l’intera continuità della civiltà ad essere messa in discussione. Il pericolo rus’ era quindi più serio dei precedenti pur tuttavia apparendo meno immediatamente violento ed aggressivo. Nel tempo avrebbero cercato di conquistare posizioni per tenersele e, crescendo, avrebbero avuto bisogno di uno sbocco sul mare. L’avamposto di Bisanzio in Crimea sarebbe stato prima o poi preso di mira, d’altra parte solo la formazione di uno stato forte a nord avrebbe potuto fermare i flussi dei popoli nomadi delle steppe chiudendo il corridoio del Bassopiano Sarmatico. Bisanzio probabilmente si rese conto di entrambe le problematiche e si rese anche conto di non essere in grado di combattere a nord e via terra se non per difendere posizioni già fortificate. Le uniche strade erano la diplomazia e l’arma della civiltà, le stesse che avevano portato i primi coloni greci e che li aveva fatti sopravvivere e tramandare. Facendo un salto in avanti di secoli vediamo che in effetti poi, esattamente nel 1783, l’intera Crimea finirà effettivamente sotto l’impero russo, l’erede appunto dei più antichi rus’, ma a quel punto l’intera Russia era già stata a sua volta conquistata dalla civiltà bizantina attraverso proprio l’avamposto di questa nella piccola Cherson. L’importanza della posizione bizantina in Crimea non fu quindi solo rappresentativa, al contrario si trattò di una posizione che oltre a veder passare sulla propria pelle l’intera storia del continente euroasiatico influenzò questa a sua volta e profondamente. Religione, cultura, commerci e diplomazia arrivarono dall’Occidente all’Oriente attraverso questo formidabile avamposto tanto che quando alla fine cadrà verrà poi ripreso dai suoi stessi eredi orientali tanto che questi non ne saranno i conquistatori ma i continuatori. Per capire come è possibile che potè Cherson conquistare i rus’ prima ancora che viceversa, bisogna conoscere meglio proprio la storia di questi.
did16.jpg
La più antica Cronaca Russa si intitola ‘Povest' vremennijh let’ (‘Повесть временных лет’, liberamente traducendo dal russo antico ‘Racconti degli anni del tempo’) e si suppone sia stata scritta intorno al 1116. La stesura di questa opera viene attribuita a un monaco di nome Nestor e perciò nella storiografia russa è conosciuta come Cronaca di Nestor o Manoscritto Nestoriano. Si tratta di una fonte primaria di informazioni sulla storia delle origini dei popoli russo, bielorusso, ucraino e polacco. Nel manoscritto si legge a proposito dei rus’ “Le quattro tribù, Chud, Slavi, Merian e Krivichi, che erano state obbligate a pagare tributi ai Variaghi, si ribellarono a questi respingendoli indietro sul mare, si rifiutarono di pagare loro altri tributi ed iniziarono a governarsi da sole.  Non vi erano tuttavia leggi tra esse e ogni tribù si levò contro le altre.       La discordia si fece così strada e le tribù iniziarono una guerra tra loro. Allora si dissero: - Andiamo a cercare un principe che possa governarci e ci giudichi secondo le usanze. Andarono così oltre il mare, dai Variaghi, detti Rus. Questi particolari Variaghi erano noti come Rus, proprio come altri erano detti Svedesi ed altri Normanni ed Angli ed altri ancora Gotland. I Clud, gli Slavi, i Krivichi e i Ved dissero ai Rus - Le nostre terre sono grandi e ricche, ma non vi è ordine in esse. Venite a regnare come principi su di noi. Tre fratelli, con i loro parenti, furono scelti. Essi riunirono tutti le loro genti e migrarono”. L'originale è purtroppo andato perduto e la copia più antica ha sicuramente subito integrazioni posteriori, così che è molto difficile stabilire l'esatto contenuto del testo originale e da quante mani sia stato scritto. Numerosi studiosi hanno tentato di ricostruire il testo originale basandosi sulle copie posteriori e su annotazioni provenienti da altre cronache, come pure è aperta una contesa sull’attendibilità della fonte stessa. In effetti secondo questa l’origine dei rus’, e quindi dell’intera tradizione russa che questi iniziarono, sarebbe da ricondurre ad una intesa tra Slavi* e Variaghi*, cioè nientemeno che Vikinghi*  (note 51,52,53). Con il nome di variaghi erano conosciuti appunto i vikinghi che migravano e commerciavano nell’est europa lungo le principali vie fluviali tra il IX e XI secolo. La teoria che i rus’ siano nati da una commistione tra tribù semistanziali slave, dedite principalmente all’agricoltura, e una élites di navigatori e guerrieri venuta dalla scandinavia sembra accettata dalla maggior parte degli storici contemporanei. In effetti, a parte il Manoscritto Nestoriano, esistono molte evidenze certe della presenza dei variaghi in quella che oggi è la Russia europea e della loro influenza su politica ed economia della regione. La via che dal Mar Baltico portava al Mar Nero attraverso il fiume Dniepr era stata ribattezzata dagli stessi variaghi, e conosciuta anche da bizantini, come “via dai variaghi ai greci”, su questa gli straordinari navigatori di mare e di fiume avevano costruito le loro ricchezze ed il loro potere attraverso in parte la spada, in parte il commercio. E’ anche un fatto appurato che l'organizzazione politica degli slavi orientali, ancora di tipo tribale, non disponesse di un'autorità suprema capace di risolvere i costanti conflitti interni ed è del tutto verosimile che quando le ostilità tra i clan divennero insostenibili, aggravate dalla minaccia di invasioni cazare da sud o di altri nomadi da est, possa essere stata presa la decisione di ricorrere ad un principe straniero in grado di unire le fazioni sotto un'unica entità statale. Secondo le cronache di Nestor fu scelto il capo variago Rjurik che nell'862 fondò il principato di Novgorod. Da qui ha inizio, secondo la tradizione, la storia dell'impero russo. Venne subito avviato un processo di consolidamento interno e di espansione del territorio slavo verso le regioni settentrionali e lungo le grandi vie fluviali che portano ai mari del sud. Oleg, parente di Rjurik, nell'882 conquistò la regione di Kiev, città che divenne la capitale del nuovo regno chiamato ‘terra dei Rus'. Tra l’altro l’etimologia della parola rus’ pare derivi proprio dal vichingo e significherebbe ‘rematore’. E’ appunto con piccole ed agili imbarcazioni a remi da 20-40 uomini l’una che i variaghi si spostavano lungo le grandi vie fluviali continentali, altro elemento a riprova della verosimiglianza della teoria dell’origine scandinavo-slava dei rus’, quindi dei russi. In seguito Oleg guidò le proprie truppe verso sud spingendosi fino a Costantinopoli, con cui nel 911 i rus’ firmarono il loro primo trattato. L’ascesa dei rus’ grazie alla componente variaga che dava loro le capacità di sfruttare le grandi vie fluviali interne continentali e quelle in mare aperto nonchè le abilità nei traffici commerciali e nelle armi, abbinata alla tradizione slava della coltivazione agricola e produzione dalla terra, costituiva un serio pericolo per bisanzio già nel IX secolo e sarebbe destinato a crescere senza contromisure. Già dal viaggio di Petron Kamatir fu probabilmente chiaro a Costantinopoli che non sarebbe potuta rimanere ad assistere alla formazione di un nuovo vero regno a nord, presto o tardi confinante con il proprio impero, senza interferire con la politica di questi al fine di potersene assicurare per lo meno la non belligeranza. Accerchiatia a sud dagli arabi, a sud-est dai turchi selgiudichi, a nord-est dagli altri popoli turchi delle steppe, e con i rus’ che iniziano a manifestarsi a nord, Bisanzio mette in gioco la propria esperienza millenaria e si gioca le ultime mosse a disposizione per rimandare la fine della partita. Dopo il primo trattato del 911 ne venne firmato un’altro ancora più importante nel 945 in cui Costantinopoli cerca di ‘comprare’, concedendo importanti vantaggi commerciali, non solo la non belligeranza dei rus’ ma addirittura la promessa di una loro partecipazione alla difesa proprio di Cherson in caso di attacco di orde nomadi dalle steppe. Il contratto per l’impero era molto vantaggioso perchè tra le clausole erano comprese anche speciali garanzie per i pescatori e commercianti chersonesi ed anche se concedeva molte concessioni economiche ai rus’, sopratutto, cercava di mettere già in cassaforte il prezioso avamposto crimeano. D’altra parte però l’accordo era anche un via libera di fatto ai rus’ nei confronti dei cazari dato che con esso Bisanzio dichiarava apertamente con chi si schierava e dava la possibilità agli ambiziosi rus’ di prendere di mezzo i cazari per arrivare finalmente a creare e consolidare propri sbocchi sul Mar Nero. Verso la fine del X secolo il principe Sviatoslav dei rus’ di Kiev non si fa sfuggire l’occasione e decide di sferrare il colpo risolutivo ai cazari. Questo porterà però a conseguenze non previste da Bisanzio. I cazari, messi in fuga dai rus’, vanno a rifugiarsi proprio in Crimea nella zona della linea montuosa dei goti a ridosso delle difese della Themata Klimat. L’impero nel frattempo è impegnato nell’ennesima guerra contro i bulgari che non smettono di premere non lontani dalla capitale e non è in grado nè di accogliere i rifugiati goti nè di prendere alcun altro provvedimento. Ai goti quindi, attaccati dai cazari, non resta che chiedere aiuto ai rus’ il ché comporta un rischio grave per Cherson perchè rischia di portare in casa proprio il pericolo più serio ed al tempo stesso fa perdere a Bisanzio un importante alleato, i goti, che vanno a schierarsi altrove. L’imperatore Niceforo II Foca non aveva nè voglia nè mezzi per combattere contro Sviatoslav ma abbastanza ingegno per tentare varianti più tattiche. Convocò a Costantinopoli un giovane ufficiale chersonese, un certo Kalokir, per affidargli una missione estrema. A Kalokir vennero consegnate 1.500 libbre d’oro, il titolo di patrizio, promessi onori e glorie e mandato ad incontrare il feroce Sviatoslav in persona con un piano persuasorio. Kalokir avrebbe dovuto consegnare l’oro a Sviatoslav e convincerlo dei migliori bottini da conquistare a ovest nelle terre dei bulgari. In questo modo Bisanzio si sarebbe tolta di mezzo due nemici con una mossa sola. Kalokir, profondo conoscitore di lingua, cultura e costumi rus’ eseguì la missione perfettamente – riuscì a convincere Sviatoslav, anche si dice i due fossero diventati amici, e lo diresse deciso contro i bulgari. L’imperatore da parte sua era convinto che una volta afferrata la preda il predatore si sarebbe fermato per digerirla a lungo e sarebbe tornato a casa propria. Le cose non andarono però affatto secondo i piani nonostante le premesse. Il primo colpo di scena fu che a Sviatoslav la Bulgaria piacque evidentemente molto, tanto che invece di fare bottino e tornare decise di spostare proprio lì la capitele del suo regno, il chè comportava che invece di eliminare due problemi in un colpo solo Bisanzio si trovava semplicemente ad averne risolto uno in una lontana periferia dell’impero per averne accuito un’altro alle proprie porte. Il secondo colpo di scena avvenne nel 969. In quell’anno ci fu infatti un colpo di stato a Costantinopoli che portò al trono Giovanni I Zimiscè che aveva tutti altri piani e non riconobbe i precedenti accordi presi dal predecessore. Terzo colpo di scena – Kalokir capisce che presto sarebbero sorti nuovi seri problemi tra Bisanzio e rus’ e tenta di giocare d’anticipo con la speranza di poter lottare addirittura per il trono di Costantinopoli. Kalokir si unisce a Sviatoslav in Bulgaria e con l’aiuto di questi spera di poter attaccare la capitale che ritiene ancora in confusione dopo il colpo di stato. Quarto – Giovanni Zimiscè si allea nientemeno che con gli eterni nemici bulgari per scacciare Sviatoslav. E’ a questo punto che gli eventi precipitano. L’impero, con alleati i bulgari dal dente avvelenato, mette in fuga i rus’. Durante il percorso di ritorno le truppe rimaste finiscono in un agguato dei peceneghi nella zona del Dniepr. Kalokir riesce a fuggire ma per Sviatoslav non c’è scampo, il suo cranio verrà usato come scodella dal khan pecenego che insieme alla moglie berrà da questo in segno di beneaugurio per il figlio che dovrà nascere affinchè possa assumere le doti di coraggio e onore che aveva da vivo il proprietario del macabro trofeo. Il risultato alla fine dei giochi sembra favorevole a Bisanzio perchè l’impero è riuscito a far combattere tutti contro tutti e difendersi sacrificando solo pedoni senza toccare le figure.   La posizione generale tuttavia è indebolita. L’accordo generale con i rus’ è saltato ed anche se ora sono più deboli il tempo gioca a loro favore ed è chiaro che prima o poi torneranno ancora più risoluti e con intenzioni più difficilemente moderabili. Dopo pochi anni al trono di Bisanzio sale Basilio II e su quello del regno di Kiev il figlio di Sviatoslav – Vladimir. E’ proprio Basilio II a voler giocare d’anticipo con Vladimir. Impegnati in furiose battaglie, ai bizantini non resta che guardarsi per l’ennesima volta intorno per capire tra i tanti nemici quale può essere invece l’alleato. La scelta ricade ancora una volta sui rus’, è a questi infatti che Basilio chiede aiuto ed è a questi che è pronto a concedere tributo. Per quale motivo solo i rus’ non potevano che essere i migliori potenziali alleati e non tuchi, arabi o tribù nomadi non ci è dato per certo dalla storia ma possiamo provare a dedurlo. Per prima cosa possiamo immaginare affinità etnico-raziali - slavi e variaghi erano pur sempre popoli indoeuropei mentre i nomadi per la maggior parte iranici, mongoli o comunque asiatici. Con qualsiasi popolo nomade sarebbe stato impossibile condividere qualsiasi affinità commerciale e sociale finchè non si fossero stanziati, l’esperienza tuttavia dimostrava che questi se anche riuscivano a stanziarsi non erano poi in grado di creare veri stati organizzati con un potere centrale affidabile col quale anche solo definire accordi poi validi per un unico continuo territoriale. Arabi e turchi selgiudichi possedevano una religione monoteistica antagonista, le probabilità di fare accordi con loro potevano essere solo teoriche tantopiù che le rispettive aree di interesse commerciale e geopolitico coincidevano e l’antagonismo sarebbe stato difficile da gestire, d’altra parte erano già tra loro stessi alleati e metterli gli uni contro gli altri sarebbe stato difficile anche per i più scaltri diplomatici biazantini. I rus’ invece erano ‘liberi’, temevano gli stessi nemici dei bizantini, i nomadi da est, non avevano ancora scelto una religione monoteistica, ma prima o poi l’avrebbero dovuto fare, avevano bisogno di uno sbocco sul Mar Nero e di un mercato forte con cui commerciale, d’altra parte avevano caratteristiche tali da indicarli come potenziale vero solido stato per il futuro con spazi vitali conquistabili ad est dove Bisanzio non aveva interessi e non necessariamente ad ovest dove invece di regni veri c’era già sovrabbondanza. Quali che fossero le motivazioni la scelta risulterà alla fine indovinata anche se prima di arrivare all’alleanza vera e propria non mancheranno momenti di crisi prossimi al collasso. Basilio II, infatti, superato il momento di crisi, tentenna a concedere a Vladimir il premio richiesto per il proprio aiuto – la mano della principessa Anna, sua sorella. Questo matrimonio sarebbe stato un matrimonio tra l’intero impero e lo stesso Vladimir, Basilio dimostra remore e vuole riflettere bene prima di immischiare troppo seriamente le sorti di Bisanzio con quelle di un popolo considerato in fondo ancora barbaro. Vladimir non ci pensa due volte a si precipita proprio a Cherson con tutta l’armata per adare a prendere quello che ritiene gli spetti, la principessa Anna che appunto è in città. Dopo un lungo assedio la città per la prima volta dopo 1500 anni capitola completamente. La perla strategica di Bisanzio è nelle mani di Vladimir, l’ultimo avamposto nel nord-est non esiste più. Vladimir può farne quello che vuole ed ha finalmente non solo uno sbocco sul Mar Nero ma un’intera penisola strategicamente protesa nel mezzo di questo. Vladimir ha apparentemente tutto quello che vuole invece, proprio a questo punto, esegue una mossa che vede al di là di centinaia e centinaia di anni. Sceglie di non depredare Cherson, lasciarla invece a Bisanzio, non prendere con la forza la prinicipessa Anna e chiederla invece in sposa a Basilio II sempicemente come da accordo. Basilio questa volta accetta ma pone una condizione che sà tuttavia Vladimir voler già accettare – ricevere la confessione cristiana per sè ed il suo popolo. Vladimir effettivamente, che già era venuto in contatto con il cristianesimo attraverso la diffusione della dottrina partita proprio da Cherson attraverso le missioni di Cirillo e Metodio* (nota 54), accettò senza riserve. La cerimonia si tenne in Cherson nell’anno 988, con quella scelta Vladimir decise di legare sè ed il suo popolo per sempre alla tradizione occidentale e di agganciare il suo regno all’Europa. Strategicamente il calcolo fu estremamente preciso e, potremmo dire oggi, corretto. I rus’ volevano impostare uno stato solido e stanziale, basato sui commerci, la proprietà e la difesa dalle orde dell’est. Avavano bisogno di un regno simile dal quale prendere esempio, da imitare, col quale commerciare e col quale poter condividere gli stessi problemi di difesa. I rus’ avevano bisogno di una Bisanzio viva, per questo avevano scelto di non contribuire ad affondarla ma anzi erano del tutto intenzionati a dimostrare di volerci lavorare insieme. La religione cristiana avrebbe aiutato a condividere cultura e civiltà nonchè consolidare l’alleanza. Per Bisanzio a sua volta questa era una buona garanzia, la religione avrebbe contribuito ad ammorbidire il carattere di crudeltà e violenza ed era comunque considerata il passo essenziale per non definire più un popolo ‘barbaro’ e quindi valido potenziale alleato. Con quella scelta l’intera storia della Russia avrà una svolta e con essa l’intera storia di tutto il continente euroasiatico. Tornato in patria Vladimir fece abbattere tutti gli altari pagani consacrati al Dio Perun (divinità della guerra mututata con ogni probabilità dal vikingo Thor) e le altre divinità pagane per sostituirli con grandiose chiese ortodosse. Via Cherson, Costantinopoli inviò regolarmente a Kiev missionari, materiali e libri per rinforzare la fede dei rus’ che in breve tempo divenne una realtà consolidata. Oggi la cattedrale di San Vladimir, recentemente restaurata, fa bella mostra di sè proprio sul promontorio dell’antica Chersones dove la tradizione vuole che sia avvenuto il battesimo del principe dei Rus’ di Kiev ed è meta di pellegrinaggio di credenti, appassionati di storia e semplici turisti. Dopo la presa e la restituzione di Cherson, la posizione dei Rus’ sul Mar Nero si rafforzò notevolmente. Il luogo in cui sorgeva l’antica colonia greca di Tamatarka, oltre lo stretto tra Mar d’Azov e Mar Nero, di fonte all’antica Panticapei ed il regno del Bosforo Cimmero, venne scelto come capitale di un nuovo principato satellite dei Rus’ – il principato di Tmutarakan. Nel IX secolo questo era un importantissimo porto internazionale nel quale vivevano greci, cazari, armeni, ebrei ed altri popoli. Dopo l’acquisizione della regione da parte delle truppe di Vladimir Tmutarakan divenne un porto militare e commerciale rus’. Vladimir assegnò il trono del principato al figlio di sei anni Mstislav sotto la tutela di fidati istruttori. Mstislav crebbe forte e coraggioso, ottenne l’alleanza di sottotribù cazare della zona, espanse i suoi interessi oltre lo stretto, commerciò con le altre città crimeane e fece sentire il proprio peso politico su tutta la penisola. Fino al XIII secolo il principato di Tmutarkan fu un protagonista importante e positivo per la vita economica, sociale e politica dell’intera regione, poi si verificherà quello sempre temuto sia da bizantini che rus’ – l’arrivo dell’ennesima, ultima e più terribile orda dall’est.

Cap. IX . Nuovi protagonisti: Rus’, Selgiuchidi, Veneziani, Genovesi, Tataro-Mongoli

Cap. IX  . Nuovi protagonisti:   Rus’, Selgiuchidi...
L’inizio del nuovo millennio aveva visto la ripresa dell’impero bizantino dopo il quasi tracollo del IX secolo, l’affermazione dei rus’ come possibile prima vera potenza capace di creare ordine ad est, l’assestamento dei popoli turcomanni al nord del mar Nero (cazari, peceneghi, kipciaki-polovzi) e la forte espansione dei turchi selgiuchidi che andavano mano a mano sostituendosi ad un impero arabo in progressiva dissoluzione politica. Cherson poteva prosperare contando su di un impero bizantino ancora vivo e presente, pur circondato da nemici, e sul regno dei rus’, in prima persona cristianizzato e non più temibile, che anzi si andava dimostrando sempre più un secondo valido alleato contro i sempre temuti popoli delle steppe (carte 15 e 17, pag.55 e 63). L’intera Crimea sembrava non poter essere che interessata dalle uniche tre grandi potenze in campo – bizantini, rus’ e turchi selgiudichi che avrebbero dovuto trovare il modo di controbilanciarsi a vicenda e stabilizzarsi nel tempo, ma, ancora una volta, un nuovo secolo porterà nuovi protagonisti che modificheranno lo scacchiere geopolitico e volgeranno in modo imprevedibile il corso della storia della penisola e non solo. Il XIII è il secolo della svolta.
In questo secolo gli elementi di novità che avevano iniziato a manifestarsi con l’inizio del nuovo millennio trovano la loro massima realizzazione. Dall’Occidente la novità sono le Repubbliche marinare* (nota 55) italiane, prime tra tutte Venezia e Genova che reinterpretano la civiltà comunale* (nota 56) nella variante commerciale e capitalistica sviluppando i propri traffici in tutto il Mediterraneo approfittando anche dell’indebolimento degli arabi intenti a dirimere le proprie controversie interne al Califfato. La rivalità per il predominio dei mari porterà Venezia e Genova a confrontarsi in guerre e scontri a tutto campo che le renderanno protagoniste in tutto il bacino del Mediterraneo. Al tempo stesso la tribù di Selgiuk, un turcomanno del ramo degli Oghuz proveniente dall’Asia centrale (carta 14, pag. 47) aveva fondato la grande Dinastia dei Selgiudichi. Questi, convertiti all’Islam e occupati gli odierni prima Iran, poi Iraq, erano divenuti talmente forti da seriamente impensierire Bisanzio estendendosi sino ai confini dell’impero occupando anche Siria, Palestina e Anatolia. La vittoria dei selgiudichi sui bizantini del 1071 nella battaglia di Manzikert (oggi Malazgirt), intimorì l’intero mondo  cristiano tanto che questi avrebbe poi reagito alla minaccia islamica con le crociate. Proprio le crociate sono un ulteriore elemento di svolta portato dal nuovo millennio che produrrà conseguenze indirette molto importanti per la storia della Crimea. Iniziate con il naturale movente di reagire alla minaccia selgiudica da parte dei bizantini in primo luogo, e fatte proprie dall’intero Occidente cristiano che le condusse sotto la guida e ispirazione della Chiesa, che ne definì, almeno inizialmente, tanto le finalità religiose quanto l’organizzazione politica, le crociate costituirono l’evidente riscontro del prestigio politico e del potere temporale dei papi. Gli storici hanno messo in relazione le crociate anche con la crescita della popolazione europea determinatasi tra il XII e il XIV secolo e con il parallelo fiorire ed espandersi dell'attività commerciale.Le spedizioni intraprese dai crociati, allora, si spiegherebbero anche come movimento migratorio motivato dalla necessità di nuove terre di insediamento e come sbocco per le ambizioni di acquisizioni territoriali nutrite dagli ordini cavallereschi e dalla nobiltà. Per i mercanti delle fiorenti Repubbliche marinare di Genova, Pisa e Venezia, le crociate furono l'occasione per espandere le aree di commercio. “Bisogna riconoscere che effetto principale di questo vasto movimento contesto di spirito d’avventura e devozione, curiosità e avidità, non fu di avvicinare Cristo all’uomo, ma di fondare in Oriente l’impero commerciale di Venezia” – così si esprime lo storico inglese Herbert Fisher (Londra 1865-1940) che in un suo autorevole scritto aggiunge “…a quest’animosità inveterata, in cui il sentimento di razza e il sentimento religioso erano esasperati dall’ambizione politica e dall’avidità economica, si deve l’atto più disonorevole di tutta la storia medievale, e cioè la diversione della quarta crociata alla conquista di Costantinopoli e la mutilazione e il saccheggio del più ricco e civile stato europeo”. Il riferimento di Fisher alla quarta crociata* (nota 57)  riconduce direttamente alla storia crimeana.  Abbiamo visto, in tutti i capitoli precedenti, come la costa sud e Cherson principalmente, fossero state sin dall’inizio, dai tempi cioè della Chersones Taurica dora e della Panticapei iona, fortemente legate agli imperi dominanti occidentali dai quali avevano sempre tratto difesa, ordine, impianto commerciale e politico in cambio di fedeltà e rimessa fiscale. La quarta crociata (1202), deviata dai veneziani con la complicità dei principi europei e del papa su Costantinopoli, era arrivata nel cuore dell’impero che sosteneva la themata crimeana demolendolo e sostituendolo (1204) con un impero latino d’oriente* (nota 58) frantumato in una quantità di principati e regni vassalli sul modello feudale occidentale del tutto instabile politicamente proprio mentre i nemici barbari aumentavano le loro pressioni. I veneziani, che avevano fornito le principali risorse militari e finanziarie contro Bisanzio, dalla costituzione dell’impero latino d’oriente avevano riscosso i maggiori vantaggi. Oltre ad estendere i propri domini su Creta, le isole Ionie, quasi tutte quelle dell’Egeo, i principali porti bizantini nel Mediterraneo nonché in un’ampia zona metropolitana della stessa Costantinopoli, Venezia ebbe la possibilità di aprirsi l’accesso al mar Nero attraverso lo stretto dei Dardanelli e tagliare fuori la concorrente Genova da importantissime rotte commerciali orientali. I turchi infatti, nonostante gli alterni successi dei crociati, continuavano a tenere le posizioni del Medioriente per cui, per raggiungere le vie orientali della seta, il passaggio a nord, attraverso il mar Nero, diventava di importanza strategica fondamentale. I veneziani, attraverso la quarta crociata e la costituzione dell’impero latino, consolidavano le loro posizioni ad est, entravano nel mar Nero e, naturalmente, la loro storia finiva inevitabilmente per incrociarsi con quella crimeana. Nacquero una quantità di basi di appoggio ed empori commerciali veneziani in un territorio crimeano dove le carte dell’ordine politico venivano a loro volta mischiate.  I bizantini, cacciati da Costantinopoli, avevano fondato nel frattempo dei regni contrapposti all’impero latino pronti a ristabilire l’ordine violato non appena ne fossero maturati i presupposti. Il principato dell’Epiro, l’impero di Trebisonda* (nota 59) e quello di Nicea erano i regni nati dalla dissoluzione dovuta allo scempio della quarta crociata che aveva visto l’Occidente affondare l’Occidente.
did18.JPG
In Crimea non possono che ripetersi in piccolo la grandi contrapposizione che si hanno in tutto Occidente. I bizantini furono costretti a lasciare molte posizioni costiere a favore dei veneziani e cercare piuttosto la resistenza rafforzando le posizioni interne di montagna. Questo è uno dei motivi per cui la città di Cherson, dopo tanti secoli di supremazia nella   penisola   iniziò   in  questa 
fase a perdere forza e consistenza a favore di Mangup, liberata dagli oramai estinti cazari e divenuta nuovo punto di riferimento per le speranze di rivalsa dei bizantini. Alla rivalsa dei bizantini corrisponde quella dei genovesi che con l’usurpazione di Costantinopoli avvenuta ad opera e tutto vantaggio soprattutto dei veneziani stavano decisamente perdendo la sfida per il controllo delle rotte commerciali dell’est. L’occasione per l’attesa rivincita non tardò a presentarsi – nel 1261 l’esercito di Michele VIII Paleologo con l’aiuto determinante proprio dei genovesi ribaltò il nuovo potere insediato a Costantinopoli. La svolta restaurò un impero bizantino che, seppure non più quello di un tempo ed anzi già comunque destinato all’estinzione, riconfigurava gli equilibri geopolitici. Genova, che aveva sostenuto i bizantini contro i latini si sostituì a Venezia formalmente con il trattato del Ninfeo* (nota 60) nel quale Costantinopoli le garantiva l’esclusiva di libero passaggio sugli stretti e le apriva quindi le porte del mar Nero e delle preziose rotte commerciali orientali. Venne riconosciuta a Genova formalmente anche la colonia di Caffa (oggi Feodosia), prima colonia ufficiale italiana in Crimea e punto di partenza per quello che sarà di lì a poco un vero e proprio regno federato appartenente all’impero commerciale  dalla Repubblica marinara. L’arrivo dei genovesi in Crimea non ristabilì l’ordine precedentemente costituito, Mangup non fonderà i propri interessi con quelli genovesi e le due forze in campo non si riconosceranno mai l’una con l’altra anzi, nel tempo, rafforzeranno le proprie contrapposizioni e si combatteranno duramente. Nel vuoto di potere e aleatoreità generale, Mangup, un crogiuolo di razze e derivate storiche tra oriente e occidente, era finita sotto la protezione e controllo dell’impero di Trebisonda il quale, dopo la restaurazione dell’impero bizantino, comunque parziale, era rimasto un regno indipendente. Il benestare di Costantinopoli ai genovesi sulle terre crimeane non poteva valere quindi anche per Mangup che dipendeva invece da Trebisonda attraverso quello che il secolo successivo verrà chiamato Principato di Feodoro* (nota 61) con capitale una Mangup sempre più forte. Intanto i selgiudichi approfittavano della situazione di marasma e già nel 1221 tentavano un blitz via mare per prendere la città di Sudak ancora in bilico tra veneziani, genovesi, bizantini e trebisonda. Ai comandi dell’Emiro Hussein Cioban venne tentato l’assalto alla città la quale resistette a lungo grazie all’orgoglio dei propri cittadini e l’utilizzo del micidiale fuoco greco* (nota 62). Vennero forniti rinforzi anche dai rus’ e dai polovzi, oramai vicini ‘addomesticati’, ma invano questi tentarono ripetutamente di raggiungere la città dato il grande sbarramento organizzato dai selgiudichi. La città si ostinava tuttavia a non cedere e l’assedio rappresentava una scommessa pericolosa anche per gli assalitori. Questi escogitarono allora una trappola geniale e classica al tempo stesso: durante un controattacco finsero di accusare il colpo e di darsi alla fuga. Si fecero quindi inseguire dalle guranigioni che sarebbero dovute rimanere a ultimo baluardo difensivo e, quando gli avversari che credevano di dare la caccia a topi in fuga si inoltrarono in campo aperto lontano dalle mura difensive, tornarono sui propri passi. Dai lati guerrieri nascosti allo scattare della trappola entrarono in azione e quello che sembrava un esercito esausto e disperso dal caos e la disfatta apparve improvvisamente come un esercito di lupi che circonda la preda – alle guarnigioni di Sudak non venne lasciata alcuna chances e la città rimase senza difese e cadde sotto il controllo dei turchi. Alle guarnigioni greche vennero sostituite quelle degli invasori - i primi che venivano dal mare dopo millenni di invasioni dalle steppe. Forti tasse vennero imposte e venne tentata anche una prima islamizzazione la quale porterà aspetti anche positivi dal momento che introdurrà elementi nuovi sopratutto in architettura che contribuiranno ad arricchire ulteriormente la diversità culturale della penisola. Anche altre città vennero prese d’assalto da successivi blitz via mare. La stessa Cherson, che già non era più il glorioso baluardo dell’Occidente, venne attaccata e dovette convivere con i nuovi invasori i quali tuttavia, di lì a poco se ne sarebbero andati per via di un nuovo incredibile ed imprevedibile evento.
La geografia politica crimeana nel XIII secolo venne infatti complicata da quella che è una novità ancora più importante di un secolo che di novità ne stava introducendo già tante. Nel lontano oriente, intorno alla regione del lago Baikal (carta 18.1, pag.70), un certo Temuijn, in parte con la persuasione della diplomazia, in parte ancora maggiore con la persuasione della forza, unificava tutte le tribù mongole e imponeva la sua autorità sulle trubù tatare* (nota 63) e le altre tribù minori a nord della Grande Muraglia Cinese. Si fece a quel punto (1206) proclamare Gengis Khan ‘Signore universale’ di tutte le tribù tatare e mongole, stabilì a Karakorum la capitale del regno e da lì mosse alla conquista dell’intera Asia sottomettendo rapidamente gli stati dell'Asia centrale, frammentati e poco organizzati militarmente, quindi invadendo gran parte dell'impero cinese dei Ch'in arrivando sino in Corea. Conquistò poi i sultanati arabi e turchi del Medio Oriente, costituendo così il più vasto impero della storia il quale si estendeva dal mar della Cina al fiume Dnepr, dal golfo Persico sin quasi al Mar Glaciale Artico.  Nell’anno 1222 ventimila guerrieri mongoli si diressero verso Occidente comandati da due dei migliori generali di Gengis Khan – Djebe e Subede. Entrarono in Europa passando dal Caucaso   (carta 18.2 e 18.3 pag.70) e dopo aver attraversato e messo a ferro e fuoco quelli che oggi sono Iran, Georgia, Armenia e Azerbaigian, i mongoli mossero ancora più ad occidente ma vennero a scontrarsi con una coalizione di alani, polovzi e rus’ di Kiev uniti per affrontare il comune terribile pericolo. Le armate mongole vennero in questo modo fermate e le terre dei rus’ si salvaro da questo primo assalto ma le truppe invece che ritirarsi deviarono piuttosto a sud e finirono proprio in Crimea. Qui assalirono la stessa città di Sudak (1223) che l’anno prima era stata presa già dai Selgiuchidi. Questi ultimi, che già avevano dovuto vendere l’anima per aver ragione di tanti tenaci difensori, all’arrivo di ulteriori invasori decisero di averne abbastanza e rinunciarono a tutte le loro posizioni nella penisola per ritirarsi via mare. Il poco tempo trascorso in Crimea era comunque bastato per far maturare nei turchi seri interessi nei confronti di questa terra unica sia dal punto di vista estetico che strategico tanto che torneranno di lì a due secoli non appena le condizioni saranno per loro più favorevoli e per almeno altri tre secoli combatteranno per tenersi la preziosa terra conquistata (guerre russo-turche* nota 64). All’arrivo dei mongoli le genti abitanti le coste scapparono per cercare rifugio sulla fascia montuosa tra mare ed entroterra. Questa è una delle ragioni per cui Mangup acquisì ancora maggiore importanza e potere rispetto alle varie Cherson e altre città storiche della costa che oramai erano in piena decadenza e solo i genovesi riusciranno a rivitalizzare dopo aver aiutato i bizantini a ritornare a Costantinopoli. Depredata la costa i mongoli ripresero la loro marcia con l’intenzione di ‘scoprire’ il resto del mondo occidentale ma all’uscita dalla penisola erano attesi da circa 80 mila guerrieri polovzi e rus’ per la presa al varco. La coalizione, poco affiatata ed organizzata, si fece trovare impreparata dalle forze mongole che, pur in netta minoranza numerica ed inferiorità posizionale ma dimostrando una tecnica e disciplina militare straordinaria, misero in fuga i nemici e li sconfisse. I principi e cavalieri rus’ fatti prigionieri vennero legati e disposti supini in una radura, sopra di essi venne posta una piattaforma di legno e su questa i mongoli organizzarono un macabro banchetto. Mentre i vincitori gozzovigliavano e ridevano, sotto i loro piedi gli sconfitti, schiacciati dal peso, venivano condannati ad una morte umiliante ed atroce. Tutto questo faceva parte della strategia militare mongola nonchè della tradizione più antica di un pò tutti i popoli precedentemente venuti delle steppe asiatiche – creare il mito della propria ferocia, un’arma psicologica capace di vincere ancora più di qualsiasi arma fisica. Il nemico, conoscendo la ferocia dell’assalitore, ne veniva terrorizzato ancora prima della sconfitta che, inevitabilmente, visto l’approccio psicologico perdente già in partenza, non poteva che puntualmente verificarsi. La strategia del terrore e dell’orrore non si estinse tuttavia con le invasioni mongole, ancora oggi le guerre moderne ci dimostrano quanto questa strategia sia purtroppo efficace e drammaticamente in voga. Dopo lo schiaffo inferto a rus’ e polovzi i mongoli non si diressero verso Kiev, come temuto dai rus’. La mossa, troppo prevedibile, sarebbe stata probabilmente anche poco efficacie e le forze a disposizione dei mongoli forse non sufficienti.  Scelsero piuttosto il principato dei Bulgari del Volga, il piccolo regno formatosi dopo la divisione delle orde bulgare del VII secolo, quale meta di bottini. Finita la scorribanda tornarono nelle loro terre asiatiche. Mezza europa tirò un sospiro di sollievo, sembrava finita lì. Per 13 anni i mongoli non furono altro che un terribile ricordo fino a che nel 1236 non si ripresentarono ancora più agguerriti, affamati, numerosi, organizzati ed ambiziosi. Per tutta l’Europa dell’Est sarà inizialmente un vero incubo, poi una realtà consolidata con la quale scontrarsi regolarmente, oggi il riconoscimento di un elemento etnico aggiunto col quale dover convivere. Batu Khan, nipote di Gengis Khan, scelse appunto il 1236 per portare il suo micidiale attacco. Passò questa volta da nord, passando sopra il Caspio (carta 18.2, 18.3 pag. 70) e puntò direttamente sul regno dei bulgari del Volga conquistandolo facilmente. Attraversò il Volga e lungo il cammino, come un’onda che raccoglie l’acqua che incontra per aggiungerla alla sua potenza d’urto, arruolò tra le fila del suo esercito tutte le orde sbandate e anarchiche di polovzi e altre tribù minori. Nel 1237 Batu Khan puntava già diritto contro i rus’. L’impatto fu terribile – finirono a ferro e fuoco i gioielli dei rus’, non si salvarono Mosca, Novgorod e, dopo lunghi anni di saccheggi e scorribande in lungo ed in largo per tutte le terre del regno, nel 1240 cadde anche Kiev, la capitale. Messi in ginocchio i rus’ i mongoli si diressero ancora più ad occidente (carta 18.3). Polonia, Ungheria, Cechia, Moldova, Valacchia, Transilvania, Croazia, Dalmazia conobbero il ‘passaggio’ dei mongoli. Batu Khan si fermò solo di fronte al mare Adriatico. Pensando forse di essere arrivato alla fine del mondo fisico o più semplicemente alla fine di quello conquistabile, voltò indietro alla ricerca delle ultime città ancora da saccheggiare e di un luogo ideale in cui edificare la capitale di un nuovo regno. 
Sulle rive del Volga venne individuato il luogo considerato ideale e venne costruita Saraj, capitale del regno chiamato dell’Orda d’Oro*(nota 65). Questo regno non comprendeva le terre dei rus’ i quali formalmente rimanevano indipendenti. In realtà i rus’ erano costretti a pagare forti tasse agli emissari di Batu Khan in cambio del solo diritto alla sopravvivenza. L’Orda d’Oro era composta da una quantità di tribù, non tutte provenienti direttamente dalla profonda Asia. Come visto, lungo il percorso le fila degli invasori erano state ingrossate sopratutto da polovzi e tribù nomadi minori euroasiatiche. Per identificare tuttavia l’etnia dominante e caratterizzante dell’Orda d’Oro venne scelta dai vicini aggrediti quella dei tatari, una delle tribù conquistate e assimilate per prime dai mongoli di Gengis Khan e portate con sè alla conquista del mondo. Tatari vennero quindi chiamati in senso lato da rus’, bizantini e mondo occidentale gli uomini portati dall’Orda d’Oro in Europa anche se in realtà questi erano una popolazione mista che aveva in comune più un’identità culturale che puramente etnica. A proposito dei tatari uno dei primi cronisti a parlarne all’Occidente fu il nostro viaggiatore francescano Giovanni da Pian del Carpine che nella sua Historia mongolorum’* (nota 66) del 1247 (precedente di circa un trentennio il più famoso viaggio di Marco Polo) ne descrive usi e costumi. Del Carpine passando per Kiev, la steppa dei Kirghisi ed arrivando sino alla capitale mongola Karakorum descrive con accuratezza e senza troppe enfasi gli aspetti sia positivi che negativi del carattere dei tatari tanto che persino un viaggiatore moderno può verificare molti aspetti di verità persistenti ancora oggi in questo popolo. I tatari fondarono la loro economia su nomadismo e pastorizia che col tempo, mano a mano che andarono stanziarsi in forma più stabile, trasformarono  in più semplice transumanza. Allevavano cavalli, ovini, bovini e cammelli, praticamente non lavoravano la terra a parte la coltivazione del miglio dalla cui lavorazione ricavavano il ‘busu’, una bevanda nutriente. Si nutrivano principalmente delle carne degli animali allevati e di quelli cacciati dai quali derivavano anche il materiale per quasi tutto il loro abbigliamento. La loro economia era quindi piuttosto essenziale ed involuta, fortissimi però erano dal punto di vista disciplinare e militare per cui, almeno per i primi secoli, i diretti concorrenti rus’ non furono in grado di contrastarli adeguatamente. Questo darà modo ai tatari di occupare, quando non  direttamente e fisicamente, indirettamente e amministrativamente attraverso l’imposizione dei tributi, un territorio molto vasto che comprenderà l’intera Ucraina, Moldova, parte di Polonia e Romania, gran parte della Bielorussia, Russia Europea e Kazakistan, sino ad estendersi ad Est ben oltre gli Urali e raggiungere la catena dell’Altai dove andrà a confinare con gli altri regni derivati dalle invasioni mongole e sorti dopo la morte di Gengis Khan. Alla morte del grande condottiero mongolo infatti, il grande impero era stato diviso tra i suoi figli maschi. Erano nati così, oltre al Khanato dell’Orda d’Oro, l’impero di Kublai Khan* (nota 67), il regno di Ciagatai* (nota 68) e il regno della dinastia Ilkhan* (nota 69) che si dividevano tra l’oro la gran parte dell’Asia. Essendo il ‘Grande Yasa’ – il codice di leggi imperiali voluto dal fondatore dell’impero Gengis Khan – molto rigido per quando riguarda la fede politica ma molto liberale in quanto a fede religiosa, l’impero accolse varie differenti dottrine. Questo comporterà una forte diversificazione culturale che aggiunta alla diversificazione di interessi economici e politici dei vari regni sorti dopo la divisione dell’impero porterà ad una deriva e frantumazione definitiva. Ogni regno era a sua volta diviso internamente in provincie (nel Khanato dell’Orda d’Oro chiamate ‘Ulusi’) il cui potere era in mano di Khan minori seguendo uno schema che assomigliava a quello feudale europeo a questo contemporaneo. Al potere avevano diritto i soli discendenti diretti di Gengis Khan, era scritto nel ‘Grande Yasa’, ma col tempo questi iniziavano ad essere in numero sempre maggiore senza considerare che alla discendenza diretta poteva pretendere qualsiasi millantatore che avesse pretese politiche. I singoli regni succeduti al grande impero erano quindi a loro volta destinati alla frantumazione. E’ questo il grande elemento di debolezza dei mongoli rispetto ai turchi selgiuchidi ed ai rus’. Mentre i primi si dividevano progressivamente in identità sempre più piccole e separate, tra l’altro quasi sempre in conflitto tra loro, i secondi erano impegnati piuttosto in un lavoro di lenta unificazione e rafforzamento anche proprio per contrastare il nemico comune. Il Khanato dell’Orda d’Oro sarà uno dei primi a disfarsi in divisioni e feroci guerre interne. Per la Crimea, una delle provincie più ambite, sarà un calvario di conflitti, rappresaglie e saccheggi. La popolazione di origine ‘occidentale’ troverà rifugio nella parte montuosa del Principato di Feodoro, la parte interna sarà completamente sotto il controllo tataro e la configurazione della geografia politica costiera muterà completamente con Genova che si sostituirà completamente a Bisanzio. Anche le città protagoniste della storia della penisola cambieranno. Caffa, la città genovese, sarà il nuovo centro dei traffici e porto principale nonchè la città più grande mentre Sudak e Cembalo altre due importantissime città fortezza della Repubblica. Mangup sarà invece l’unica vera città che continuerà la tradizione bizantina anche se sempre più compressa tra nord tataro ed un sud non più alleato. Panticapei e le altre città greche già da tempo avevano perso il loro carattere originario e si erano lasciate confondere e corrompere dai tanti passaggi di popoli invasori. Cherson a sua volta, devastata dai saccheggi, perso l’appoggio politico storico, isolata e circondata da nuovi concorrenti sia economici che culturali, si spegnerà lentamente sino ad estinguersi completamente. Documenti genovesi del 1472 la descriveranno già come una città fantasma. La città simbolo e avamposto dell’Occidente ai confini dell’Europa moriva dopo duemila anni di gloriosa storia. Non morirà tuttavia la sua eredità culturale la quale sopravviverà durante ben tre secoli di dominazioni totali per poi risorgere terminato lo stato di vita latente.

Cap. X . Il crollo definitivo dell’ordine antico

did19.jpg
Carta 19 – posizione geopolitica crimeana dopo le svolte del XIII secolo
La situazione geopolitica in Crimea alla fine del XIII secolo (carta), vede contemporaneamente puntati sulla penisola gli interessi di tatari, selgiuchidi, genovesi, bizantini di Trebisonda e indirettamente dei rus`. Bisanzio oramai non si occupava più altro che di tentare di rimandare il più a lungo possibile la propria fine, per altro inevitabile. Venezia aveva spodestato i bizantini da Costantinopoli, Genova li aveva rimessi parzialmente al loro posto, le nostre Repubbliche marinare erano oramai le vere protagoniste del Mediterraneo. I mari non erano dominati che da queste ed i turchi come pure a livello commerciale e politico l’impero aveva perso ogni prelazione. La Chiesa aveva vissuto lo scisma tra dottrina Cattolica ed Ortodossa avvenuta agli inizi del nuovo millennio e sia Roma che Costantinopoli ne pagavano il prezzo politico proprio mentre l’Islam andava invece consolidando, coagulando e fortificando popoli diversi in un unico potente corpo d’attacco che finirà per aggredire l’intero Occidente. Bisanzio schiudeva quindi l’ala protettiva sulla Crimea la quale vedeva così perdere il proprio referente principale dell’Occidente. A questi si sostituivano il Principato di Feodoro, alleato dell’impero di Trebisonda* (nota 59) e i genovesi. Quello di Trebisonda tuttavia era un impero che aveva nulla della potenza avuta nè da bizantini nè da romani e la copertura e difesa che poteva offrire anche nulla poteva aver a che fare con quello che invece avevano offerto i grandi imperi del passato. Genova a sua volta non aveva che interessi puramente commerciali e tutti i suoi territori erano custoditi con gelosia e cura ma non erano che funzionali alla raccolta, smistamento, trasporto e distribuzione. Principato di Feodoro e Genova tra l’altro non si riconoscevano l’un l’altro ed anzi si scontrarono frequentemente in cruente battaglie. Sulla base di questi presupposti è facile capire che la posizione sviluppatasi nel XIII secolo nella penisola dovesse essere quanto mai instabile. A complicare la situazione provvederanno ancora una volta i tatari. Verso la fine del secolo Nogaj Khan, uno degli alti dignitari dell’Orda d’Oro, a capo dell’Ulus (provincia) che comprendeva le terre oggi ucraine tra Don e Duna, decise di staccarsi dal grande regno formato da Batu Khan e di formarne un Khanato del tutto indipendente.  Pretese da tutte le città crimeane che i tributi, prima dovuti al Khanato dell’Orda d’Oro, venissero invece riscossi dai suoi messi. Proprio il nipote favorito di Nogaj, inviato nella penisola per la raccolta dei tributi, venne ucciso da servitori fedeli all’amministrazione centrale. Questo scatenò una terribile rappresaglia che portò la distruzione sull’intera regione, vennero saccheggiate tutte le città principali e fu proprio questo, probabilmente, il colpo di grazia definitivo per Cherson. Ancora nel XIV secolo nella penisola esistevano due differenti khanati tatari in continua e feroce lotta tra loro. Queste lotte non facevano che riversare il loro effetto nefasto su tutte le popolazioni presenti, tatare e non. Solo nel secolo ancora successivo i tatari definiranno in qualche modo le loro posizioni in Crimea ma non prima di aver avuto a che fare anche con l’esercito di Timur Tamerlano* (nota 70) che, partendo dall’Uzbekistan, tentò di ricostituire compattezza e grandezza dell’impero di Gengis Khan pur non essendone discendente diretto. Tra il 1389 e il 1395 questi attaccò proprio il khanato dell'Orda d'Oro. Nel 1430 il Khan Handj Ghirej creerà finalmente un khanato crimeano indipendente ma solo nel 1443, dopo ripetute e terribili rappresaglie effettuate dall’Orda d’Oro, il suo potere verrà confermato e consolidato. Nel frattempo Genova e Principato di Feodoro, nonsostante i tempi particolarmente inquieti, portavano avanti i propri piani di sviluppo i primi, forse più di sopravvivenza i secondi. Genova edificava la città di Caffa, capoluogo amministrativo dei possedimenti crimeani, che a metà XV sec. contava oltre 70.000 abitanti, per i parametri del tempo una vera metropoli – la città più ricca, popolata ed attiva che la Crimea avesse mai avuto. I tatari, dimostrando senso pragmatico, non ostacolavano più di tanto lo sviluppo genovese perchè avevano ben capito come essi stessi potessero approfittare della rete commerciale di questi e come dal punto di vista politico non avessero nulla da temere per i propri possedimenti continentali ai quali la Repubblica, impero puramente commerciale e marittimo, non ambiva affatto. Caffa dal punto di vista architettonico divenne una città del tutto simile ad una qualsiasi nostra città medioevale. Ancora oggi i resti di torri, ponti e merletti di questa e le altre città genovesi ricordano al visitatore italiano il proprio passato e quante le cose in comune con questa terra nonostante le distanze. Se dal punto di vista estetico le città genovesi in Crimea erano del tutto simili a quelle italiane, da quello etnico e culturale erano invece più simili a delle colorite Babilonia tutte intente agli affari e gli scambi. Mestieri di tutti i tipi e mai visti prima così ad oriente venivano introdotti dall’Italia, spezie, alimenti, tessuti, pelli, pelliccie, preziosi e merci ed orpelli provenienti da tutti i punti cardinali venivano scambiati, religioni e mentalità del tutto differenti convivevano fianco a fianco e popoli di tutte le razze e provenienze insieme lavoravano, tutti uniti nuovamente dopo tanti secoli ancora una volta come ai tempi dei greci dalla fiosofia portata dagli uomini del mare – il commercio. Per almeno un secolo Genova gestì i propri traffici con grande profitto ed in relativa sicurezza, la costa sud occupata dalla Repubblica conobbe i benefici di questo apporto occidentale che non sviluppava benessere solamente per sè ma creava un importantissimo indotto come pure, difendendo e garantendo sicurezza per sè, difendeva e garantiva anche tutti i popoli sotto il proprio ombrello protettivo raccolti. A capo di tutte le colonie del mar Nero Genova aveva posto un Console residente in Caffa con poteri ben definiti ed istituzionalizzati, il potere giuridico era separato e posto nelle mani di un Vicario. Le città genovesi in Crimea, ben fortificate, ben politicamente gestite ed economicamente utili anche ai nemici, a lungo produssero profitti e furono, pur sempre in concorrenza con Venezia, intermediari commerciali importantissimi tra Europa e India, Cina, Medio Oriente, Iran, regioni baltiche e nord continentali. I tatari approfittarono del movimento sviluppato dagl italiani sopratutto garantendo la sicurezza delle vie commerciali continentali e per questo ricevendo in cambio dazio. Meglio ancora seppero fare i rus’ che, pur ancora formalmente sottomessi ai tatari, riuscivano a commerciare con le città della costa riscuotendo anche ottimi profitti. Il piccolo regno genovese nella penisola, tutto votato al commercio e creato ad immagine e somiglianza della civiltà comunale italiana, prosperò senza troppe angoscie per un lungo periodo, considerati i tempi, ma intorno alla metà del XIV secolo l’incanto si ruppe. Tanto giro di affari, tanti interessi differenti, tante energie belliche confinanti e, sopratutto, tanti occhi puntati, non potevano che prima o poi scatenare invidie e pretese. I genovesi da parte loro non si facevano scrupolo di lanciarsi anche negli affari più controversi e pericolosi, come quello della tratta degli schiavi, confortati dalle forti strutture difensive costruite, da una sicura superiorità tecnologica in campo militare nonchè, probabilmente, anche un pò di presunzione. Fu così che l’uccisione di un tataro, durante una violenta lite derivata da una disputa avvenuta per una delle già di per sè spregievoli pratiche commerciali, creò il pretesto all’Orda d’Oro di dare sfogo a invidie e antagonismi repressi in nome del solo denaro. Il Khan Djaibek tra il 1343 ed il 1345 attaccò il cuore del sistema genovese tentando la conquista di Caffa iniziando una lunga dolorosa guerra. Caffa resistette valorosamente ma durante l’assedio accadde qualcosa che si dovrebbe definire incredibile se l’incredibile non fosse stata semplicemente la norma nella storia di questo paese. Tra i tatari iniziò a diffondersi una strana malattia che creava bubboni ai linfonodi di inguine, ascelle e collo, altamente contagiosa e quasi sempre mortale – la peste. Djaibek, vistosi sconfitto da un’arma invisibile quasi fosse una punizione divina, decise di usare la stessa per portare con sè magari all’inferno anche il nemico. Vennero quindi catapultati all’interno delle mura della città cadaveri decomposti e appestati. La terribile epidemia si diffuse rapidamente nella città, via mare mercanti di Caffa arrivarono a Costantinopoli, da qui in Italia e resto d’Europa. Sembra incredibile ma pare che proprio così si diffuse la famosa peste nera* (nota 71) che devastò l’intero continente - tutti i dati storici corrispondono. Finito di massacrarsi con le armi dell’uomo e quelle di ‘Dio’, genovesi e tatari nel 1381 arrivarono ad un accordo. I tatari riconobbero ai genovesi tutti i possedimenti consolidati più anche la striscia costiera di Balaklava dove questi avevano costruito la fortezza di Cembalo. Tutte le colonie andorono a costituire quello che venne allora chiamato il ‘Capitanato di Gotia’ (carta 19), nome che ricordava, non può essere a caso, il regno che più o meno nelle stesse zone i goti avevano costituito quasi un millennio prima. La fortezza di Cembalo, pur se un piccolo lembo di terra, andava a costituire per il Capitanato una importanza strategica fondamentale. Grazie a questa postazione i genovesi potevano controllare di fatto tutta la costa sud tagliando la concorrenza del Principato di Feodoro che non si era ancora costruito un vero porto e di fatto non aveva vero sbocco al mare se non dal punto di vista solo puramente geografico e formale. Sotto il regno del principe Alexej (1411-1434) venne individuato il luogo in cui edificare il porto che avrebbe dovuto togliere il principato dall’isolamento politico e commerciale. La scelta (1427) ricadde su una delle baie naturali oggi della città di Sebastopoli. Luogo ideale per il governo di Mangup in quanto sul lato occidentale della penisola, quindi fuori dallo sbarramento genovese, ben difeso via mare dall’insenatura e via terra da quella che verrà chiamata la fortezza di Kalamita. Il porto iniziò subito a funzionare con successo tanto anche i khan tatari spesso lo preferirono ai porti genovesi per i loro traffici e questi, presto, iniziarono a sentire minacciato il proprio monopoli commerciale nella penisola. Il principe Alexej a sua volta, rinfrancato dal successo dell’investimento e verificata la concorrenzialità delle potenzialità commerciali del principato, ritenne maturi i tempi per affrontare i genovesi nell’enclave di Cembalo.  Tra il 1433 ed il 1434  quelle che prima erano state solo scaramuccie si trasforarono in vera e propria guerra. Contro i genovesi venne montata anche la protesta degli abitanti dell’enclave nonchè, a fianco di Alexej, si schierò il khan Handj Ghirej che aveva appena creato il suo khanato indipendente dall’Orda d’Oro. Soverchiati da tante forze i genovesi furono costretti a lasciare la posizione anche se non dopo una dura resistenza. L’enclave venne incorporata dal principato di Feodoro e la fortezza di Cembalo occupata da guarnigioni provenienti da Mangup. Genova non poteva tuttavia rinunciare a Cembalo nè creare un precedente. Venne organizzata quindi una spedizione militare direttamente dall’Italia. Il 4 giugno del 1434 ventuno navi da guerra genovesi con seimila soldati erano già nella baia di Balaklava ai comandi del generale Carlo Lomellino. Sbarcati sulla terra ferma parte dei soldati vennero disposti ad escludere qualsiasi intervento da terra da parte tatara mentre, raparti speciali eseguirono il blitz contro la fortezza di Cembalo. Quattro giorni più tardi l’operazione riusciva completamente – la fortezza veniva ripresa e le guarnigioni a difesa sterminate. Lomellino, dopo tanta strada fatta e gli immediati risultati ottenuti, decise che si sarebbe potuto tentare l’assalto anche della stessa fortezza nemica di Kalamita. Anche questa operazione riuscì con successo, probabilmente visto anche l’effetto sorpresa che subisce sempre chi da predatore si trova improvvisamente predato. Porto, navi e tutte le strutture in legno vennero bruciate, la fortezza gravemente danneggiata e le guarnigioni gravemente offese. Eseguiti i raid Lomellino si diresse verso il quartier generale di Caffa ma con l’intenzione di proseguire la propria guerra lampo. Dopo pochissimo riposo diresse le sue truppe direttamente contro il nemico coalizzato ai feodoriti ma fu questa la mossa che non gli permise di passare alla storia come uno dei grandi condottieri. Handj Ghirej, infatti, aveva a suo volta mosso nella direzione uguale e contraria e Lomellino, invece di prendere di sorpresa il Khan come aveva fatto con le postazioni di Cembalo e Kalamita, se lo vide piombare contro in campo aperto con forze predominanti. L’impatto provocò una battaglia terribile e crudele dalla quale a pochi riuscì sopravvivere. Le forze di Lomellino subirono la peggio ma questo non comportò la perdita delle posizioni riconquistate quanto piuttosto la fine delle velleità ulteriori del generale e dei genovesi. Feodoriti e genovesi continueranno a contendersi ancora a lungo Cembalo e Kalamita, poi, neanche a dirlo, la storia preparerà l’ennesima sorpresa che spiazzerà entrambe le posizioni.

Cap. XI . Dominio ottomano e fine della contesa tra Est ed Ovest

Nasceva nel 1259, in Anatolia nordoccidentale, Osman figlio di Ertoghrul, comandante al servizio del sultano selgiuchide di Rum. Osman, proseguendo la tradizione guerriera del padre, strappò ai bizantini varie città e divenne così sovrano di un piccolo principato ponendo la capitale a Bursa e rendendosi indipendente dai selgiuchidi. Nasceva così la dinastia degli Osmani, chiamata in Occidente dinastia Ottomana. I discendenti di colui che passò alla storia con il nome di Osman I, avrebbero in seguito ampliato progressivamente i domini del regno in Asia Minore, nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, fino a creare un grande e vasto impero protagonista della storia di tre continenti sino al 1922 – il grande Impero Ottomano. Approfittando sopratutto della debolezza bizantina, ma anche organizzando uno stato che sapeva fondere credo, astuzia, cinismo e, in battaglia, crudeltà, velocemente gli ottomani estesero i loro territori. Nel 1338 cacciarono i bizantini dall'Anatolia ed estesero il proprio dominio a sud e a oriente a spese di altri principati turchi. Nel 1354 conquistarono Ankara e invasero Gallipoli (sulla costa europea dello stretto dei Dardanelli), da qui procedettero all'occupazione dell'Europa sudorientale. Nel 1361 presero Adrianópolis (l'attuale Edirne), che elessero a nuova capitale. Nel 1389, sconfitti i serbi nella battaglia del Kosovo, gli ottomani di Murad I invasero la Tracia, la Macedonia e gran parte della Bulgaria e della Serbia. Nel 1402, proprio mentre stavano per organizzare l’attacco risolutivo agli ultimi capisaldi dell’impero bizantino, subirono l'invasione di Tamerlano* (nota 70), che sconfisse il sultano Bayazid I vicino ad Ankara. Poco dopo gli ottomani riuscirono a ristabilire il controllo sull'impero ed anzi accrescere ulteriormente i domini sotto Maometto I e Murad II dato che Tamerlano morì nel 1405 e nel frattempo l’Occidente non era stato in grado di approfittare dello sbandamento subito dall’impero turco (carta 20.1).
did20.1.jpg
Carta 20.1 – espansione ottomana  XIV sec.
did20.2.jpg
Carta 20.2 – Khanato vassallo crimeano
 
did20.3.jpg
Carta 20.3 – espansione ottomana al XVI sec.
Persa la grande occasione, l’impero bizantino, oramai ridotto alla sola Costantinopoli e circondario, senza più guida nè forza nè convinzione, comunque ancora simbolo del mondo cristiano che gli ottomani volevano sottomettere, era pronto per essere definitivamente immolato. Nel maggio del 1453 Costantinopoli, l’ultima testimone del grande impero romano, cadeva nelle mani dei turchi che in due mesi di assedio rimettevano in gioco duemila anni di storia. L’ultimo imperatore bizantino, Costantino VIII, moriva con la spada in pugno e la sua testa veniva mozzata ed esposta su di un’alta picca nel centro della città. Il Sultano Maometto II aveva promesso ai propri soldati “lasciatemi le mura e gli edifici, il resto sia pure il vostro bottino personale”, un tale invito non potè che produrre uno dei saccheggi più selvaggi e sanguinosi della storia umana. Dopo l’arrivo dei turchi la città non sarà più la stessa, non più l’antica Bisanzio, nè la gloriosa Costantinopoli, ma Istambul, la capitale definitiva di un impero del tutto differente da quello che aveva preservato per tutto il mondo occidentale le antiche culture greco-romane. La caduta del mondo bizantino e l’affermazione della cultura islamica e potenza politica turca cambiavano completamente la geopolitica mondiale. Gli stretti sul mar Nero venivano chiusi e completamente controllati dagli ottomani e le rotte per l’oriente gravemente compromesse. Questo costrinse quello che restava dell’Occidente a cercare altre vie commerciali ed altre traiettorie, non è infatti un caso che l’America venne scoperta appena quarant’anni dopo – l’Europa venne spinta ad Occidente dalla curiosità di audaci esploratori ma anche e sopratutto da precise esigenze economiche dovute alla chiusura delle rotte orientali. Mentre l’Oriente si spostava quindi ad Occidente e l’Occidente era costretto a spostarsi ancora più ad Ovest, genovesi e feodoriti continuavano a contendersi ingenuamente dei piccoli lembi di costa crimeani strategicamente fondamentali dal punto di vista geopolitico in assenza di terze variabili in campo, ma assolutamente insignificanti nel momento in cui politicamente, culturalmente, militarmente ed economicamente il mondo si muoveva in direzione opposta agli interessi di entrambi e stava per tagliarli fuori da ogni possibilità di sopravvivenza alla storia che stava per compiersi. Chiusi gli stretti sul Bosforo, il Capitanato di Gotia genovese ed il Principato di Feodoro finirono per non essere altro che due avamposti di religione cristiana e cultura occidentale, tra l’altro in inutile conflitto tra loro, in un’isola persa all’interno di un lago popolato su ogni lato da genti di fede islamica e provenienti dall’estremo opposto del continente euroasiatico. La fine sarà invevitabile per entrambi e sarà una fine terribile. Genova tra l’altro si era schierata alla strenua difesa di Costantinopoli e Maometto II sarebbe stato per questo ancora più impietoso con gli italiani della penisola. L’asfissia iniziò esattamente l’11 giugno del 1454 quando 56 navi turche approdarono nella rada di Caffa. Dopo soli tre giorni, provenienti da nord, si unirono ai turchi le forze dei tatari di Handj Ghirej, vecchio nemico dei genovesi del Capitanato. Genova fu costretta a pagare tributi sconsiderati nella speranza di poter salvare le colonie. Lo stesso Banco di San Giorgio* (nota 72) fu ridotto al collasso. Le enormi riserve della Repubblica vennero gravemente intaccate per comprare la clemenza degli aggressori ma nel 1466 la situazione precipitò nonostante il salasso. In quell’anno il Khan Handj Ghirej muore e in tutto il khanato scoppia la guerra per la successione. Vinse inizialmente Mengli Ghirej, figlio di Handj, che si era servito delle alleanze funzionali sia dei feodoriti di Mangup che dei genovesi di Caffa. Gli avversari di questi, però, vista la mal parata, erano andati a chiedere aiuto proprio ai turchi che non aspettavano altro che un buon pretesto per chiudere definitivamente la partita ora che dal limone genovese non c’era rimasto più molto altro da spremere. Il 31 maggio del 1475 la flotta turca comandata dall’ammiraglio Ghedik Ahmed sbarcava nuovamente a Caffa, questa volta per il colpo definitivo. Il 6 giugno Caffa già capitolava nonostante il contributo difensivo dello stesso Khan Mengli Ghirej. Ghedik Ahmed aveva promesso salva la vita e le proprietà dei cittadini in cambio di una resa repentina ed incruenta. Circondati, assediati ed in netta inferiorità numerica, genovesi e tatari minoritari non potevano che cedere la posizione illusi dall’offerta che, se mantenuta, sarebbe stata più che equa. Troppo equa, infatti non venne mantenuta. Non solo le proprietà vennero usurpate ma sangue venne versato senza affatto parsimonia e migliaia furono i prigionieri italiani e non fatti schiavi e venduti ai mercati di Istambul. Mengli Ghirej venne catturato e portato a Istambul, più tardi sarebbe servito vivo. Conosciuti i fatti di Caffa, gli abitanti di Sudak difesero la loro città con i denti e le unghie quando arrivò il loro turno. Resistettero confinati all’interno delle spesse mura della città fortezza finchè non vennero sfiniti dalla fame e gli stenti.    A quel punto si raccolsero in preghiera nella chiesa principale rimettendo a Dio sorte e peccati. Alcuna fu la clemenza degli aggressori che bruciarono la chiesa sterminando tutti i fedeli oramai inermi. In ultimo i turchi presero la fortezza di Cembalo che rinominarono Balaklava, nome che la città moderna sorta su quelle rovine porta ancora oggi. Chiusa la partita con i genovesi ai turchi non restava che aggredire il solo Principato di Feodoro per cancellare ogni resto di istituzione cristiana nella penisola. Mangup tuttavia seppe mostrare ai turchi una resistenza eccezionale. Grazie alle straordinarie strutture difensive della città, alla struttura morfologica del territorio ed alla determinazione degli abitanti, che dopo l’esperienza di Caffa sapevano di non avere alternative alla resistenza ad oltranza, Mangup seppe resistere a ben cinque terribili attacchi turchi condotti, tra l’altro, con armi del tutto nuove per quei tempi – cannoni nientemeno. Tuttavia neppure i cannoni bastarono a fare breccia, da luglio a dicembre Mangup resistette. Come la città fu costretta a capitolare alla fine di quel terribile 1475 nessuno lo sa con certezza. Alcune fonti dicono che i turchi ottomani utilizzarono la stessa strategia della finta ritirata utilizzata già dai turchi selgiudichi due secoli prima a Sudak, altre ritengono che la città venne presa per fame e malattie, altri semplicemente con un’ultima terribile bordata offensiva. Se non ci è dato di conoscere quale sia stato l’ultimo atto di quell’epica resistenza  certa ci è invece la dimensione della tragedia – il visitatore da sè ne può immaginare la portata osservando i poveri resti che rimangono oggi di quella città che fu l’ultimo e più orientale caposaldo della nostra civiltà. Dopo la conquista del Capitanato di Gotia genovese e del Principato di Feodoro ai turchi non restava in Crimea che approfittare anche della confusione e vuoto di potere interna al khanato tataro giocando il jolly che si erano nascosti nella manica dopo la presa di Caffa – il Khan Mengli Ghirej.  Nel 1478, dopo tre anni di prigionia ad Istambul, il Sultano Maometto II decise di ricondurre il Khan in Crimea al fine di restaurarne il potere in un khanato completamente vassallo all’impero turco. Una sorta di Stato fantoccio gestito dai turchi tramite un Khan di fatto ostaggio (carta 20.2). Le condizioni erano infatti ben chiare: il Khan poteva intrattenere relazioni diplomatiche ma non aveva il potere di decidere guerre o paci senza il consenso del Sultano; la guardia personale del Khan non era che una guarnigione composta da duemila giannizzeri* (nota 73) fedelissimi all’impero; la costa sud rimaneva territorio esclusivo del Sultano con capitale Caffa e consistenti guarnigioni turche in ogni città; tra i territori sotto controllo diretto turco e quelli del khanato non vi dovevano essere frontiere o barriere di sorta; il Sultano poteva chiedere in ogni momento la partecipazione del khanato per ogni sua campagna militare; ad Istambul dovevano darsi il cambio continuamente figli e fratelli del Khan di modo che quanti più parenti stretti di questi potessero di fatto essere ostaggi del Sultano in caso di colpi di testa nel khanato. L’intera Crimea alla fine del XV secolo finiva quindi sotto il controllo turco. I continui successi non fecero che edificare ancora di più le ambizioni ottomane in una politica espansinistica senza requie. Il secolo successivo fu un periodo di conquiste ancora più grandi: il sultano Selim I sconfisse i Safavidi della Persia nel 1514, occupò l'Anatolia orientale, annetté Egitto e Siria nel 1516-17 sottraendoli ai Mamelucchi, e conquistò località arabe sacre ai musulmani nonchè importanti porti commerciali sul  Mar Rosso e oceano Indiano. Sotto  il regno di Solimano il Magnifico, figlio e successore di Selim I, considerato il più grande dei sovrani ottomani, l'Iraq entrò a far parte dell'impero (1534), e il dominio ottomano si estese al Mediterraneo orientale e, attraverso l'annessione di Algeri e le incursioni dei corsari, al Mediterraneo occidentale. Solimano penetrò anche in Europa: prese Belgrado (1521), sconfisse gli ungheresi nella battaglia di Mohács (1526) e tentò persino la conquista di Vienna (1529) il cui assedio fallì solo grazie all’intervento di Carlo V. Alla fine del XVI secolo l’impero ottomano aveva assunto circa le dimensioni e sostituito il Califfato arabo di sette secoli prima (carta 20.3). In Crimea la situazione politica finiva saldamente nelle mani dei turchi e, sopratutto le genti della costa sud, venivano costrette a seri compromessi con la propria origine e storia.  Sotto l’impero ottomano ognuno poteva professare formalmente la propria religione ma tutti i non mululmani erano di fatto cittadini di seconda classe. Non avevano possibilità di carriera nè politica nè militare nè statale alcuna nonchè erano vessati da tasse di diverso tipo e, solo i cristiani, costretti a dover subire anche l’odiosa ‘tassa del sangue’ per la quale spesso le famiglie si vedevano strappare i più giovani e sani figli maschi che, dopo un lungo indottrinamento, venivano convertiti all’Islam, spersonalizzati e trasformati nei terribili guerrieri giannizzeri.
did21.jpg
Carta 21 – posizione dopo l’invasione ottomana

Cap. XII . In attesa della nuova Europa

Con l’afferamazione degli ottomani la Crimea del XVI secolo non rimaneva altro che una penisola formalmente divisa tra turchi e tatari, popoli entrambi provenienti dalla profonda Asia, etnicamente simili, entrambi di fede musulmana e origine nomade nonchè in senso generale dalle culture piuttosto affini. La sfida tra Est ed Ovest si chiudeva dopo duemila anni con la vittoria militare degli uomini venuti dalle steppe contro quelli venuti dal mare. Occidente contro Oriente, mare contro terra, stanzialità contro nomadismo, cristianesimo contro islamismo, Europa contro Asia – la partita era chiusa. Per i discendenti di greci, ponti, romani, bizantini, goti, genovesi e feodoriti iniziava un periodo di lunghissima latenza, un letargo forzato dagli eventi ma non una morte vera e propria. Gli ottomani, terribili in battaglia, nella vita politica e amministrativa sapevano gestire mostrando non solo cinismo ma anche equilibrio e saggezza. Pur essendo i musulmani i dominanti, alle altre confessioni religiose era concesso di esistere e professare come pure ad ogni singola e distinta comunità etnica o culturale era permesso di conservare la propria identità. Le comunità religiose riconosciute erano istituzionalizzate ed organizzate in strutture chiamate Milleti. D’altra parte sarebbe stato impossibile gestire un impero così grande con i soli turchi come pure sarebbe stato pericoloso se non impensabile tentare una islamizzazione forzata generale. Un impero così grande per non collassare subito su se stesso non poteva che essere multietnico e multiculturale. Per i discendenti degli uomini della civiltà del Mediterraneo rimaneva quindi la possibilità di vivere senza dominare ma per lo meno tramandando la propria cultura e non disperdere il patrimonio accumulato nei secoli in attesa di tempi migliori che prima o poi sarebbero pur dovuti arrivare. L’Europa però si era troppo allontanata, i turchi erano arrivati sino alle porte di Vienna, traffici e interessi commerciali si andavano rivolgendo sempre più verso le nuove rotte occidentali, i nuovi regni che si andavano formando non mostravano più interesse per la piccola Crimea che non sarebbe stata più tramite tra Oriente e Occidente ma solo un nodo di smercio interno al mondo ottomano. I rus’, che nel frattempo si erano spostati da Kiev a Mosca e già possiamo chiamare russi, erano gli unici in gioco. Erano cristiani ortodossi, molto interessati ad uno sbocco valido sul mar Nero e del tutto vicini per cultura alla tradizione bizantina dalla cui costola erano appunto nati grazie proprio alla Crimea e il ruolo che la città di Cherson avava giocato a suo tempo (cap.VIII). I russi si erano però visti bloccare lo sviluppo dalla terribile Orda d’Oro e dovevano vedersela ora con i khanati tatari da questa derivati. Per fortuna l’ansia di assolutismo dei khan tatari, le loro scarse capacità in diplomazia e nella ricerca del compromesso oltre l’arretratezza economica e tecnica, davano ai russi buone chances per il futuro tanto più che alla spinta autofrantumatrice dei tatari corrispondeva una capacità invece di coagulazione tra gli slavi. Man mano che i tatari si dividevano e indebolivano i russi si unificavano e lentamente accumulavano forza. Il processo sarà molto lungo e i cristiani crimeani dovranno attendere ben tre lunghi secoli prima di potersi ricongiungere ai cristiani russi. Nell’attesa la vita nella penisola continuò e, tutto sommato, il totale dominio e controllo ottomano ebbe alcuni aspetti positivi anche per i cristiani – per la prima volta erano infatti sotto controllo le orde delle steppe e i conflitti interni erano stati notevolmente contenuti. La pax turca aveva imposto un rigido ordine ma, per lo meno, un ordine. I tatari spostavano nel frattempo la loro capitale e creavano Bahchisaray, ancora oggi città simbolo e museo della cultura tatara. Il primo Khan del vassallo khanato crimeano, Mengli Ghirej, rispettò alla lettera l’accordo con il Sultano e non ci furono problemi nè per l’uno nè per l’altro. I successori di Mengli furono meno quieti e, ovviamente, meno quieto fu il loro tempo e destino. Ogni volta che veniva investito un nuovo Khan il popolo tataro gridava ‘kop Jascia’ – ‘lunga vita’, augurio quantomai necessario viste le statistiche che mostrerà la dinastia Ghirej. Dei 47 khan Ghirej in tutto solo una decina morirono di morte naturale, la maggior parte trovò la morte con la spada in pugno, altri in agguati, uno – Inaijat Ghirej – venne giustiziato a Istambul per non aver rispettato le direttive del Sultano. Tra i tanti khan ve ne furono di talentuosi come di totali inetti, gli uni e gli altri dipendevano comunque da Istambul dove Sultano e Divan* (nota 74) gestivano di fatto la vera politica dell’intera penisola. Erano gli interessi prima di tutto di Istambul che gli stessi tatari dovevano difendere come accadde ad esempio in occasione dell’inasprimento delle relazioni con i vicini russi. Ivan il terribile* (nota 75), intorno alla metà del XVI secolo, aveva intuito la debolezza dei khanati succeduti alla frantumazione dell’Orda d’Oro e aveva puntato i più prossimi ai confini del Granducato di Mosca – il khanato di Kazan e quello di Astrahan. I tatari del khanato crimeano non avevano molto da temere grazie alla poderosa copertura dell’impero ottomano. A quei tempi sarebbe stato del tutto prematuro se non suicida, per l’ancora acerbo Granducato moscovita, tentare un’assalto a posizioni tanto salde difese dal più grande impero a quei tempi sul pianeta. A loro volta però gli ottomani non potevano non riflettere sull’ipotesi di approfittare dell’aggressione russa per correre in aiuto dei tatari di quei khanati al fine di poter poi creare degli ulteriori regni vassalli all’impero come già fatto proprio in Crimea. Fu così che i turchi spinsero i tatari del khanato crimeano contro i russi del Granducato di Moscovia e fu così che ebbe inizio la lunga storia delle guerre tra impero ottomano e quello che sarà poi l’impero russo, storia di sangue e infinite battaglie che non si sarebbe potuta concludere in altro modo se non con la caduta di uno dei due contendenti, cosa che avverrà in effetti ma non prima di quasi quattro secoli di lotte ed una guerra mondiale. Nei primi tempi però ai russi non restava altro che sopportare le bordate offensive dei tatari tentando di tenerli sotto controllo con missioni diplomatiche che cercavano di ‘comprare’ la benevolenza dei dignitari di Bahchisaray piuttosto che controffensive militari vere e proprie per le quali i tempi non erano ancora maturi. Altro regno confinante con il khanato crimeano era quello della Polonia. Anche con questo i rapporti non erano proprio ideali. La Polonia, che derivava il proprio nome dall’antica popolazione slava dei polani* (nota 76), durante il regno di Mieszko (962-992), si era convertita alla cristianità rafforzando in questo modo la propria identità culturale distribuendo un unico credo a tutte le tribù del proprio territorio.  Con i vicini del khanato, differenti per religione e cultura, non vi furono grandi possibilità per fraternizzare, anzi, le grandi pianure a confine tra i due regni, che iniziavano a venire chiamate ‘Ucraina’ (da ‘craj’confine, quindi ‘terra di confine’) erano rimaste quasi del tutto spopolate tanto insopportabili erano state le scorribande delle orde di Nogai Khan prima e quelle dei tatari del khanato crimeano poi. Quando non vi era altro da rubare, la popolazione stessa diventava bottino. Ai mercati di Istambul, cui arrivavano di solito via Caffa, prigionieri e sopratutto prigioniere bianche ridotte in schiavitù dai tatari andavano a ruba. Quelle terre spopolate vennero occupate dai cosacchi* (nota 77), unici tanto tenaci da poter tener testa ai devastanti predoni tatari. Questo popolo fiero e gagliardo, che imperi russo e sovietico sapranno poi utilizzare per le caratteristiche dimostrate, non solo difendeva con successo quelle terre di confine che nè russi nè polacchi erano in grado di gestire, ma addirittura osava a sua volta attaccare khanato e impero ottomano con raid offensivi condotti da manipoli di uomini dall’audacia romanzesca. In gruppi di 50-70 uomini, su barche piccole ma veloci, come i variaghi del IX secolo, con una tattica da serpenti d’acqua, viaggiavano lungo i fiumi e piombavano su postazioni nemice per colpire e scappare. Uno dei blitz più clamorosi fu quello compiuto nel 1629 quando un gruppo di questi temerari tentò il furto del tesoro del Khan custodito nientemeno che dalle guarnigioni turche nella fortezza di Mangup. Percorrendo probabilmente il fiume Dnepr, su una sola delle loro piccole imbarcazioni, proseguirono in mare aperto per sbarcare nella baia di quella che oggi è Sebastopoli, non lontano dai resti di Chersones. Si nascosero tra i resti della fortezza di Inkermann, al tempo già disabitata, ed attesero, probabilmente in cerca del momento propizio e del recupero delle energie necessarie al resto dell’impresa. Andarono poi a Mangup dove, con i favori della notte, entrarono in città passando nientemeno che dalla porta principale fingendosi comuni cittadini. Una volta all’interno iniziarono il raid. Nessuno immaginava di poter essere preso di sorpresa al sicuro delle mura di una città difesa da tutti i lati e priva di nemici ufficiali sul raggio di almeno 500 km. L’azione era tanto impensabile che proprio per questo, almeno in parte, riuscì. I cosacchi si impadronirono del bottino e scapparono. Iniziò allora una caccia all’uomo straordinaria che, secondo le fonti turco-tatare, si concluse con l’uccisione dei fuggitivi. Leggende popolari raccontano invece di fantasmi cosacchi che ancora oggi la notte continuano a cercare la via del ritorno aggirandosi per la penisola portando con sè parte del bottino conquistato. Favole romantiche, ovviamente, e’ però un fatto che il tesoro non venne mai del tutto recuperato. Col tempo tatari, russi, polacchi e cosacchi, non si sarebbero scambiati solo sangue e odio. Tra questi popoli, nonostante l’antagonismo, filtarono, si diffusero e scambiarono anche elementi di cultura, usi, costumi e singole parole. Tra una battaglia e l’altra trovarono spazio anche commerci e relazioni amichevoli. Non possiamo però dire che nei rapporti di vicinato prevalse mai l’istinto sociale a quello individuale. Possiamo al massimo dire che la storia dimostra che da un contatto tra popoli diversi, per quanto violento, poi alla lunga siano inevitabili anche commistioni positive per entrambe le culture in gioco.  
            Il khanato tataro crimeano, a sua volta, sotto il controllo politico dei turchi ottomani, da questi mutuò anche gran parte di usi e istituzioni sociali. Come nel resto dell’impero ottomano, l’intera Crimea, anche quella interna, venne suddivisa in Milleti – le varie comunità religiose alla base della struttura sociale e multietnica del sistema. Oltre al Millet dominante dei musulmani, ne esistevano in Crimea ben altri tre: quello dei greci-ortodossi, degli armeni e degli ebrei. Ogni comunità viveva di solito in quartieri distinti nelle grandi città oppure in villaggi separati di modo da meglio coltivare e preservare la propria diversità. Ogni gruppo sceglieva liberamente i propri uomini più validi ed influenti i quali avevano la responsabilità di rappresentanza degli interessi della comunità nei confronti del potere centrale. Il Millet musulmano era composto principalmente da tatari. Esisteva ovviamente anche una consistente comunità turca concentrata sopratutto nella città più bella e rappresentativa, la Caffa strappata ai genovesi che gli stessi turchi chiamavano ora ‘Kuciuk-Stambul’‘La piccola Istambul’. A parte tuttavia guarnigioni militari piazzate nelle posizioni chiave, coloni e personale amministrativo nelle migliori città della costa sud, il resto della popolazione musulmana era solo tataro. Al Millet musulmano si aggiunsero man mano anche russi, ucraini e polacchi fatti prigionieri e islamizzatisi per affrancarsi dalla schiavitù nonchè tutti i figli delle prigioniere prese in seconde nozze o a servizio dai signori turchi o tatari. Col tempo, sulla base della religione musulmana, della lingua turca, di un’organizzazione sociale e culturale comune, ed indipendentemente dall’origine razziale in sè, nacque un nuovo gruppo etnico nella penisola, quello dei tatari crimeani. Questo gruppo, pur composto da genti in origine provenienti da luoghi molto differenti, era caratterizzato da aspetti somatici, culturali, usi e costumi del tutto distinti dal resto della popolazione e propri esclusivi in assoluto. Sono questi gli elementi che li identificano come un popolo a parte ancora oggi ben presente e radicato in Criemea e, nonostante la globalizzazione livellante, facilmente distinguibile persino da un occhio non particolarmente esperto. Durante i primi anni della dominazione turca i tatari si distinguevano in tre sottogruppi poi andatisi mano a mano amalgamando pur preservando nel tempo, sino ai nostri giorni, piccoli caratteri distintivi. Vi erano i tatari della costa sud, che con la fine del sistema bizantino avevano iniziato ad infiltrarsi nelle zone pregiate della penisola e prima di sola esclusiva occidentale, i tatari delle montagne, insediati sulla fascia intermedia montuosa prima appartenuta al Principato di Feodoro, e nella parte interna, i tatari delle steppe. A seconda del substrato storico e culturale col quale andarono a confrontarsi si formarono i particolarismi dei sottogruppi. I tatari della costa sud da una parte parlavano una lingua prevalentemente turca, dall’altra possedevano caratteri somatici più simili a quelli europei e un’economia più stanziale. Erano sopratutto pescatori, agricoltori, viticoltori ed in parte minore artigiani. I tatari delle montagne impararono più tardi a coltivare tabacco e fondarono anche loro l’economia più che altro su agricoltura e allevamento. Tra questi non raramente si incontravano individui dai capelli rossi o castano chiari. Oltre a caratteri culturali mai del tutto dispersi, la genetica stessa rendeva in questo modo omaggio ai secoli di presenza gota in quelle regioni. La lingua era formata sulla base prevalentemente del kipciako, primo popolo con quale i tatari dell’Orda d’Oro si fusero, con importanti elementi presi sia da turchi che greci. I tatari dell’interno erano invece, e per ovvie ragioni, i più asiatici e conservatori. Parlavano una lingua ancora più kipciaka con elementi ancora di mongolo vero e proprio. Continuavano del resto in gran parte a praticare il nomadismo, mostravano caratteri somatici molto più spiccatamente asiatici e cultura nonchè economia piuttosto arretrate rispetto agli altri sottogruppi. Lo stesso Khan Sahib Ghirej che regnò tra il 1532 ed il 1551, resosi conto dell’arretratezza di questo popolo, impose pesanti multe a chi si ostinava a praticare il nomadismo. Risultato dei provvedimenti furono una maggiore stanzialità ma l’economia di queste genti continuò ad essere concentrata sull’ allevamento di cavalli ed ovini, solo più tardi, con sforzi e risultati mediocri, si iniziarono a vedere coltivazioni di grano. La comunità più nutrita dopo quella musulmana era quella greca. Per greci si intendono in questo caso non solo i discendenti dei primi coloni dell’antica grecia o dei bizantini ma tutti coloro che professavano la fede cristiano-ortodossa. Non quindi un unico popolo identificabile geograficamente o etnicamente ma un insieme di culture e tradizioni reduci da decine di secoli di storia ed ora raccolti ed identificabili da un unico credo. Vi erano ad esempio i romei, discendenti dei bizantini e conservanti la lingua greca, e gli urumi, europei passati alla lingua tatara o tatari passati alla religione cristiana. Guida spirituale e rappresentante degli interessi del Millet era il Metropolita di Gotia che dopo la caduta di Feodoro risiedeva a Ciufut-Kale. I tatari mostrarono grande rispetto per le istituzioni greco-ortodosse che consideravano parte importante della loro stessa storia mentre Mosca inviava regolarmente consistenti aiuti finanziari a riconoscenza e per consolidare legami ben più radicati. La comunità rappresentava il passato più antico e glorioso della penisola e continuò a farsi onore anche sotto la dominazione grazie ad un’economia più dinamica, tecnica ed evoluta sia di tatari che turchi. Terzo Millet era quello degli armeni. Questi, popolazione di origine indoeuropea provenienti probabilmente dai balcani, si insediarono nell'Asia Minore nel XIII secolo a.C. e tra il X e il VII secolo a.C. fondarono il regno di Urartu che andava dalle montagne del Caucaso ai deserti della Siria. La formazione della lingua armena risale a quest'epoca, come risultato della commistione tra la lingua dei colonizzatori, le parlate locali e l’influenza delle lingue iranica, assiro-babilonese e greca. Stabilitisi a sud-ovest del Caucaso, un’area geografica contesa da grandi imperi e posta sulla rotta delle invasioni, dovettero lottare continuamente per assicurare la sopravvivenza della loro nazione sotto le varie dominazioni. Conquistata dai romani e contesa lungamente tra questi e i parti, la nazione armena si definì ulteriormente nel 302, con la conversione al cristianesimo per opera di San Gregorio l'Illuminatore, figlio di un principe rifugiato alla corte del re d'Armenia, Tiridate II. Lingua e religione divennero presto strumenti per sottrarsi al controllo di vicini troppo potenti e conservare la propria identità nei periodi di asservimento. La Chiesa armena* (nota 78), vittima delle lacerazioni religiose bizantine, persiane e soprattutto, in seguito, delle pressioni e delle periodiche ingerenze del mondo islamico, proclamò la propria indipendenza sia da Roma che Bisanzio nel 366 e svolse un importantissimo ruolo nella conservazione della particolarità e del patrimonio culturale armeni sotto i vari domini. In Crimea gli armeni giunsero intorno al XI secolo in conseguenza delle invasioni dei turchi selgiudichi, una delle tante invasioni e delle tante diaspore che la loro storia dovette subire. Si insediarono numerosi sulla parte orientale della penisola e  sopratutto nella città di Caffa prosperando discretamente al tempo dei genovesi. Dopo la sanguinosa invasione del 1475 subirono gravi perdite ma non vennero del tutto annientati dai discendenti di quegli stessi turchi dai quali erano già scappati quattro secoli prima. D’altra parte a nessuno poteva convenire la perdita di una minoranza tanto produttiva ed evoluta. Gli armeni erano degli ottimi commercianti e talentuosi artigiani, la sola tassazione sul loro valore aggiunto prodotto non poteva che costituire la migliore garanzia di sopravvivenza. Centro spirituale e sede del Millet armeno era il monastero di Surb-Hac’ edificato nel 1338 e funzionante sino al XVIII secolo. Qui trovarono, tranquillità, concentrazione e ispirazione pittori, poeti e letterati non solo armeni. Il quarto Millet era ovviamente quello degli ebrei. Arrivati in una prima ondata già intorno al primo secolo a.C., spinti probabilmente dal fenomeno migratorio iniziato con il crollo dell'impero persiano di fronte all’arrivo di Alessandro Magno nel 331 a.C. e il passaggio della Palestina sotto il dominio macedone, i primi ebrei in Crimea venivano a sfruttare i vantaggi economici e culturali portati dalla civiltà greca. Si insediarono dapprima nel Bosforo Cimmero e poi a Chersones prosperando considerevolmente grazie alle loro abilità commerciali.  Col tempo andarono a mischiarsi con le altre popolazioni insediatesi nella penisola. Nacquero così dei sottogruppi etnici come gli ebrei karaimi e gli ebrei krimciaki. I karaimi e i krimciaki vengono considerati discendenti dei cazari. Ricordando che furono gli stessi ebrei arrivati in Crimea dalla Palestina a convertire i cazari all’ebraismo, va osservato che karaimi e krimciaki erano quindi sia discendenti di ebrei mischiati a cazari che semplicemente discendenti di cazari convertiti all’ebraismo. Anche in questo caso per appartenenza etnica si intende appartenenza culturale e non razziale. I cazari, uno dei primi popoli turchi arrivati nella penisola (cap. VII), finirono a loro volta per confondersi con gli altri popoli turchi arrivati successivamente. Il risultato di tante commistioni, per karaimi e krimciaki, furono lingua, usi e costumi molto vicina a quelli dei tatari crimeani pur con proprie specifiche e, naturalmente, religione completamente diversa. Proprio in alcuni aspetti relativi al credo religioso possiamo identificare le differenze principali tra karaimi e krimciaki. I primi ritenevano la Torah* (nota 79) il loro libro sacro, non contraevano matrimoni misti (pur essendo essi stessi come popolo nati da matrimoni misti), vivevano in piccole enclave circoscritte come quella di Mangup e Ciufut-Kale. I secondi seguivano una fede molto più ortodossa e rigorosa che prevedeva l’osservanza sia della Torah che del Talmud* (nota 80), ed erano ancora più chiusi ed esclusivi. Accorta strategia contenitiva, vicinanza di regni emergenti dalle fedi religiose e culture concorrenti, relativa lontananza dal centro politico e militare dell’impero, non consigliavano agli ottomani una islamizzazione forzata che, del resto, non avvenne massiva neppure in altre parti dell’impero. I vari Milleti ebbero quindi modo di esprimersi e preservare le proprie identità pur all’interno di una disciplina abbastanza rigida imposta da Istambul. Con l’arrivo di una nuova stagione politica le comunità non musulmane, sopratutto quella cristiana, avranno modo di riemergere dal lungo letargo per tornare protagoniste. L’Europa, che era arrivata fino al lontano Bassopiano Sarmatico portata dall’Occidente via Cherson, tornerà in Crimea riportata proprio dagli stessi russi e  l’antica città greca, pur oramai un cumulo di macerie disabitate, avrà la propria rivincita e la storia la propria morale: regni e popoli possono venire estinti, civiltà e cultura no.

Cap. XIII . L’impero russo ed il ritorno dell’Occidente

L’impero  russo che nasce dal Granducato della Moscovia è la nuova potenza mondiale che riconfigura il quadro geopolitico. Il processo di formazione di questa grande entità fu però molto lungo e sofferto. Solo a fine XIV secolo i russi ottennero la prima vittoria contro i tatari (Kulikovo), solo a fine XV l’affrancamento da condizione di vassallaggio nei confronti dei khan e a metà XVI l’inversione di tendenza con le prime conquiste dei khanati di Kazan e Astrahan.  La  Moscovia,  per  diventare prima Russia e poi impero, dovette imporsi non solo contro nemici provenienti da oriente e sud ma anche contro quelli provenienti da ovest e nord: svedesi, polacchi, lituani e Cavalieri teutonici* (nota 81).
add01.jpg


‘Cavaliere al bivio’ opera di V.M. Vasnezov – 1882, Mosca, galleria Tetrakovskaja. L’opera rappresenta la civiltà rus’ di fronte alla sfida imposta dalle invasioni tatare. Tra la sottomissione totale accettando l’estinzione culturale e la resistenza ad oltranza rishiando l’estinzione fisica, i rus’ seppero trovare la soluzione di compromesso, unica capace di portarli alla vittoria anche se nel lungo periodo.
add02.jpg


‘Risposta dei cosacchi di Zaporožje al sultano turco’ opera di  Il'jia Efimovič Repin - Museo Russo di San Pietroburgo. Il celebre dipinto evoca un leggendario episodi della storia russa avvenuto nel 1675. Interessato ad annettere la regione del basso fiume Dnepr, il sultano Maometto IV scrisse una lettera ai capi cosacchi chidendo loro sottomissione incondizionata. Il tono autocelebrativo della missiva e la ripetuta proclamazione del mandato divino suscitarono la sarcastica reazione dei fieri cosacchi, che risposero con insulti e derisioni. Proprio i cosacchi* (nota 74) furono una delle armi vincenti dei russi nella lotta contro i tatari.
Quando sotto il regime rigido ma vincente di Ivan il Terribile* (nota 75) la situazione sembrava instradarsi nel migliore dei modi per la Moscovia, lo sviluppo venne improvvisamente rallentato e, questa volta, da lotte interne per il potere. Alla morte di Ivan il Terribile il potere venne retto, in attesa della maturità degli eredi diretti, dal primo consigliere dello zar, Boris Godunov, sotto cui regno lo stato russo continuò ad espandersi aumentando ricchezza e prestigio. La morte degli eredi diretti di Ivan venne presa a pretesto da una schiera di pretendenti al trono che inaugurarono una stagione di anarchia, guerre e recessione passata alla storia come ‘epoca dei torbidi’. Alle sete di potere dei vari pretendenti al trono e dei boiari (nobiltà russa) si aggiunsero le rivolte di contadini e cosacchi nonchè l’ingerenza simultanea dei re di Polonia e Svezia che speravano di poter approfittare della situazione di caos. Nel 1610 Mosca veniva in questo modo occupata da truppe polacche e l’intera Moscovia finiva in stato di anarchia totale. La riscossa russa fu organizzata dal principe Požarskij che, alla testa di un esercito composto anche da cosacchi,  partì da  Novgorod  per  Mosca  e,  nel  1612,  cacciò i polacchi. L'anno dopo, lo Zemskij Sobor (Assemblea nazionale) elesse zar Michele Romanov inaugurando la dinastia dei Romanov che andò così a sostituirsi, dopo otto secoli, a quella dei riurikidi discendenti diretti dei variaghi (cap. VIII). I primi anni di regno della nuova dinastia servirono a ricostituire l’ordine perso e fortificare posizioni economiche e politiche. A metà XVII secolo si presentò però spontanea una buona occasione di espansione: i cosacchi dell'Ucraina, dopo essersi ribellati al dominio polacco, offrirono la loro fedeltà allo zar Alessio. Nella successiva guerra con la Polonia (1654-1667) la Russia riconquistò l'Ucraina orientale, compresa la città di Kiev. Sostituendo i polacchi i russi andavano in questo modo notevolmente ad aumentare la linea di confine con il khanato crimeano. All’aumentare della superficie a contatto, visti i precedenti, la consistenza e minaccia che iniziava a rappresentare la Moscovia per i turchi da una parte, e la forte ambizione di sbocco sul Mar Nero per i russi dall’altra, la situazione non sarebbe potuta che prima o poi precipitare. In effetti la prima delle guerre russo-turche* (nota 64) non tardò a scoppiare. Tra il 1677 e il 1681 si svolse un conflitto che si concluse senza sostanziali sconvolgimenti territoriali ma con la conferma delle posizioni acquisite dai russi e la pace di Bahchisaray che definiva le pretese reciproche ma solo per 20 anni. Più che una vera e propria pace, in pratica una specie di tregua, favorevole comunque ai russi che erano in fase espansiva mentre i turchi stavano già per avviarsi alla decadenza. Il XVII secolo si chiudeva quindi per la Moscovia decisamente meglio rispetto a come era cominciato – i polacchi erano stati corrosi dalle continue guerre sia difensive che offensive ed oramai non erano più un pericolo anzi presto sarebbero stati loro stessi una preda, i tatari avevano estinto la loro devastante spinta offensiva e si stavano lentamente trasformando in popolazioni sempre più stanziali, frammentate dalle lotte di potere tra gli stessi khan ed oramai vassalli di regni più potenti. Gli svedesi erano ancora molto forti ma su posizioni più conservative rispetto ai grandi spazi già conquistati piuttosto che offensiva e i turchi, a loro volta, erano stati affrontati, ne era stata testata la forza, non più irresistibile come un tempo, e si era diffusa nei russi la consapevolezza della loro finalmente conquistata competività. Quando nel 1682 al trono sale Pietro il Grande, tutto è pronto per il grande salto e dalla Moscovia nasce l’impero russo. E’ solo a questo punto che le speranze di ricongiungimento con la tradizione occidentale iniziano ad essere concrete per i crimeani discendenti dei greci. Pietro, alla fortuna di capitare nel momento giusto, aggiunse straordinarie abilità personali e realizzò una vasta e profonda opera di modernizzazione che trasformò la Russia in una delle maggiori potenze europee. Dopo un viaggio di diciotto mesi in Europa, introdusse nel paese le nuove acquisizioni scientifiche, tecniche e culturali del mondo occidentale, e grazie a una serie di fortunate campagne militari ampliò il suo dominio con nuovi territori. Particolarmente importanti furono le acquisizioni ottenute grazie alla guerra del Nord (1700-1721) combattuta contro la la Svezia. La vittoria permise ai russi l’accesso al mar Baltico e quindi la creazione di una grande flotta militare e commerciale. Nel 1703 Pietro avviò la costruzione di una nuova e splendente capitale, la città di San Pietroburgo, in un territorio paludoso conquistato proprio alla Svezia. Con la vittoria definitiva sugli svedesi a Poltava nel 1709 la Russia assunse un vero e proprio predominio sul Baltico. Nel 1721 Pietro si faceva proclamare imperatore e nasceva così anche formalmente l’impero russo, a quel punto non mancava che lo sbocco sul Mar Nero per affermare la Russia come una delle più grandi potenze europee. Il riferimento all’Europa che ebbe la storia dell’impero sin dalla sua origine, lo stesso della Crimea di cui abbiamo parlato, sarà poi proprio quella caratteristica che permetterà alla Russia di prevalere nei confronti dei popoli asiatici e turchi che, anche proprio perchè privi di questa spinta, risulteranno arretrati tecnicamente e organizzativamente e perderanno il confronto. Quando nel 1762, Sofia Federica Amalia, figlia di un principe prussiano e consorte dello zar Pietro III, in seguito alla deposizione del marito salì al trono con il nome di Ekaterina II, l’impero russo era finalmente pronto per il confronto con l’impero ottomano. La nuova sovrana proseguì l'opera di occidentalizzazione iniziata da Pietro il Grande, mantenne frequenti contatti con gli illuministi e promosse un piano di riforme amministrative ispirate anch’esse alle nuove tendenze europee. Nei confronti degli ottomani la Russia si presentò quindi pronta alla sfida sia dal punto di vista militare che organizzativo e culturale.  Paradossalmente, tuttavia, nel 1768 furono proprio gli ottomani a dichiarare per primi guerra alla Russia. Questi, iniziando a percepire pressioni interne provenienti dai popoli di tradizione greco-ortodossa come quelli appunto crimeani e sopratutto Balcani che vedevano nella Russia un potenziale liberatore, vollero giocare d’anticipo nel tentativo di bloccare l’espansionismo russo. D’altra parte anche le restanti grandi potenze europee, Austria, Francia, Inghilterra, erano interessate ad un ridimensionamento delle ambizioni russe e del peso politico, militare e commerciale che l’impero esponenzialmente stava accumulando, per cui, i turchi ritenevano di potersi presentare al confronto con le spalle ben coperte. I russi ottennero invece una serie di vittorie prima via terra, poi anche via mare mentre le altre potenze europee, impegnate con questioni più contingenti, si chiamarono fuori.  Arrivati i russi sino a Caffa, agli ottomani non restò che firmare nel 1774 una pace che  chiaramente apriva ai russi le porte all’ambito Mar Nero. L’impero russo, oltre all’accesso e la possibilità di costruire una flotta, otteneva anche l’indipendenza del khanato crimeano dall’impero ottomano. Tra le clausole del trattato di pace vi era la smilitarizzazione bilaterale della penisola crimeana che sarebbe quinda dovuta rimanere libera dalla presenza di contingenti militari sia russi che turchi. I russi in questo modo avevano notevolmente indebolito le posizioni turche e rafforzato le proprie preparando il campo per le mosse successive che sarebbero state risolutive. Nel settembre del 1778 oltre trentamila tra discendenti di greci, goti, armeni e genovesi venivano trasferiti dalla Crimea alla regione a nord del Mar d’Azov su disposizione di Ekaterina II. Alcune fonti ritengono che si trattò di un miglior accomodamento richiesto all’imperatrice dal metropolita di Gotia e l’arcivescovo armeno al fine di preservare gli interessi di quei cristiani. In effetti spostandosi in quelle terre russe, appena oltre i nuovi confini del khanato, ai cristiani veniva offerta l’opportunità di affrancarsi dallo stato islamico. Altre fonti ritengono invece che sia stata la stessa astuta imperatrice a studiare la mossa al fine di indebolire la struttura economica interna del khanato, gli individui deportati, infatti, non solo erano cristiani ma appartenevano anche ad alcune delle migliori famiglie di artigiani e commercianti della penisola. Per altro con il ritiro delle forze turche in Crimea venne meno anche l’ordine da queste garantito e la Russia, da parte sua, proprio con il pretesto di riportare l’ordine stava preparando l’azione finale. L’8 febbraio del 1783 la risoluta imperatrice ordinava l’occupazione dell’intera penisola che riusciva immediata e quasi senza colpo ferire. Azzerate le difese, isolato il nemico, l’azione assomigliò più alla mossa finale che conclude una combinazione scacchistica piuttosto che ad un sanguinoso atto bellico. L’anno dopo veniva già iniziata l’edificazione di due nuove città, funzionali agli interessi dell’impero, e che diventeranno le principali della Crimea moderna: Simferopoli e Sebastopoli. Vennero scelti nomi greci (Simferopoli – ‘città utile’ e Sebastopoli – ‘città della gloria’) proprio in onore ed a riconoscenza di quei primi coloni greci portatori dell’Europa in questo lontano angolo del bacino del Mediterraneo e da qui alla stessa Russia. Simferopoli divenne presto, e ancora oggi rimane, principale snodo comunicativo e centro amministrativo della regione, Sebastopoli, edificata intorno ai resti della Chersones Taurica e una straordinaria baia naturale ideale per un porto militare, divenne la base della poderosa flotta russa del Mar Nero. Solo nel 1787 i turchi ottomani raccolsero le forze per reagire all’azione russa e dichiarare nuova guerra ma intanto l’imperatrice Ekaterina aveva già trovato il tempo di visitare la regione e prepararla alla difesa. Con l’imperatrice arrivarono anche due armate, vennero fortificate le posizioni principali e quando i turchi furono pronti per l’attacco i russi si fecero trovare pronti per la difesa. Battaglie su terra e mare si protrassero per quattro anni ma senza successo alcuno per i turchi che non poterono che riconoscere il nuovo stato di fatto. La Crimea nel 1791 entrava quindi anche formalmente a far parte dell’impero russo che, a tre secoli dalla conquista dell’indipendenza dai tatari, a quel punto annetteva  e cancellava anche l’ultimo khanato nato dall’Orda d’Oro e dimostrava la propria forza al mondo. Al termine del suo viaggio Ekaterina definì la Crimea come ‘la più bella perla della corona’ e da quel momento nacque il periodo d’oro per la costa sud che divenne non solo un cantiere di fortificazioni, porti e postazioni militari ma anche col tempo un fiorire di palazzi imperiali, parchi, giardini botanici, belvederi e meta di villeggiatura per tutta l’aristocrazia e intellighenzia del tempo. Fu allora che iniziò il turismo nella regione che, proprio perchè caratterizzato da un traget molto alto, portò indotti che rivitalizzarono l’intera economia che dai tempi dei genovesi oramai languiva. La presenza della marina e dei ben stipendiati ufficiali fu un ulteriore elemento di aumento di domanda interna. Se dopo la guerra russo-turca del 1774 la Crimea si era vista spopolare ed impoverire sia dei cristiani che si spostarono nella vicina Russia che dei turchi che tornarono sull’altra sponda del mare, dopo la guerra del 1791 si ebbe invece un importante ripopolamento, sopratutto, ovviamente, portato avanti da genti russe ma non solo. Il battaglione chiamato ‘Balaklava’, ad esempio, era stato formato su iniziativa del barone Potiomkin raccogliendo dissidenti greci delle isole Egee fortemente motivati contro gli ottomani a cui le loro terre erano sottomesse. Cristiani ortodossi, ferventi difensori dei loro valori e tradizioni, avevano trovato rifugio in Russia ed erano completamente votati alla causa anti turca. Nessuno meglio di loro avrebbe potuto difendere la costa sud dai tatari rimasti ostili, tantopiù che andavano ad inserirsi in un substrato storico e culturale per loro del tutto affine. L’imperatrice concesse a questi utili soldati e le loro famiglie importanti benefici tra cui terre ed esenzioni fiscali in cambio dei loro servizi. Nacque in questo modo anche una comunità di greci moderni sulle stesse terre colonizzate dai greci antichi. In breve la Crimea divenne effettivamente ‘la migliore delle perle della corona’. Dal punto di vista strategico militare era una perla altrettanto preziosa. Dal porto di Sebastopoli, insenatura naturale inattaccabile, in trenta ore le navi dell’epoca sarebbero potute piombare direttamente anche su Istambul. Ottenuto il Baltico estinguendo Polonia e Lituania e ridimensionando la Svezia, conquistato ai turchi sul Mar Nero non solo uno sbocco ma l’intera costa nord, ottenute importanti acquisizioni territoriali nei Balcani e nel Caucaso sempre ai danni dei turchi, intraprese l’esplorazione, conquista e sfruttamento della Siberia, l’impero si sarebbe potuto ritenere più che soddisfatto della posizione assunta nel mondo. I turchi avevano però dimostrato grandi debolezze e da questo gli strateghi di San Pietroburgo non potevano che essere tentati. In primo luogo l’impero ottomano possiedeva grandi, importanti e ricchi territori popolati da genti a maggioranza cristiano-ortodossa, come nei Balcani, che avrebbero molto probabilmente favorito gli sforzi espansionistici russi. In secondo luogo lo stesso sistema ottomano iniziava a scricchiolare da sè. Nonostante sforzi e maggiore lungimiranza anche tra gli ottomani si stava verificando quella deriva amministrativa che fu tipica di tutti gli altri regni creati da invasioni asiatiche, peraltro durati molto meno. Il potere si stava infatti andando disperdendo tra una moltitudine di sovrani locali sempre più autonomi. Le sconfitte subite innescarono a loro volta una generale ‘psicologia del declino’ che si ripercosse pesantemente su tutte le istituzioni. Per sanare l’impero si scontrarono teorie innovatrici che avrebbero voluto riformare il sistema sul modello occidentale, contro teorie invece islamico-conservatrici. Il risultato non fu che un peggioramento generale di gestibilità di un sistema che iniziava per primo ad avere forti dubbi su sè stesso. L’impero russo nutriva l’ambizione di approfittare di tutte queste debolezze ma, anche questa volta, avrebbe dovuto attendere i giusti tempi. Nel 1796 Ekaterina la Grande moriva lasciando il trono al figlio Paolo I, sovrano che non si dimostrò affatto all’altezza della madre. Autocratico, dispotico e squilibrato durò ben poco – nel 1801 venne assassinato da una congiura ordita dalla nobiltà. Suo figlio, Alessandro I, non a caso nipote prediletto di Ekaterina, fu invece all’altezza e potè continuare l’opera di edificazione del grande impero. Concesse l'amnistia ai prigionieri politici, elaborò un progetto di Costituzione ed abolì molte misure restrittive adottate dal padre. Il processo di riforma subì però una battuta d'arresto quando la Russia fu coinvolta in una serie di guerre su diversi fronti. Nel 1805 aderì alla terza coalizione contro Napoleone ma, dopo la prima sconfitta (Friedland, 14 giugno 1807), si accordò per la firma del trattato di Tilsit, grazie al quale ottenne libertà d'azione ancora contro Svezia e impero ottomano. In quella nuova Europa attaccare o difendere sarebbe sempre più stato un gioco di alleanze, un nuovo attacco contro gli ottomani doveva tenere conto non solo della forza dell’avversario diretto ma anche di tutto il contesto geopolitico nel quale sarebbe avvenuto.  Tra il 1808 e 1809 sembrava essere giunto per la Russia il momento giusto e dall’ennesima guerra contro i turchi la Russia ottenne la Bessarabia* (nota 82), mentre dall’ennesima contro gli svedesi ottennero la Finlandia. In seguito però, i rapporti con la Francia si deteriorarono e nel 1812 Napoleone invase proprio la Russia. In settembre l'esercito francese entrava a Mosca, che però era stata incendiata dai suoi stessi abitanti. Dopo la disastrosa ritirata francese, Alessandro divenne la figura centrale dell'alleanza che rovesciò Napoleone. Nel 1815, dopo il congresso di Vienna che sanciva la fine dell’era napoleonica, la Russia si presentava nuovamente pronta all’ennesima mossa mentre, i turchi, sempre più vicini al marasma. La repressione turca attuata in Grecia a partire dal 1825 per schiacciare tutte le pretese di indipendenza di quel paese avava portato a ben oltre 200.000 morti compreso il patriarca greco ortodosso di Costantinopoli, impiccato per pura rappresaglia. I russi, che con i loro primi agenti segreti avevano lavorato a fomentare la rivolta, non potevano che approfittare dell’occasione che si erano loro stessi cercati tantopiù che, dopo i massacri subiti dalle popolazioni cristiane, al movente politico subentrava effettivamente anche quello umano. Nel 1829, dopo un inizio incerto, le forze dello zar conquistarono Adrianopoli e avanzarono verso Costantinopoli, costringendo i turchi a firmare la pace. Il trattato di Adrianopoli concesse alla Russia i territori attorno al delta del Danubio e nel Caucaso e un protettorato sulle province autonome di Moldavia e Valacchia; garantì altresì l'autonomia della Grecia e, in grado minore, della Serbia. Tre anni più tardi, un corpo di spedizione russo occupò lo stretto dei Dardanelli per proteggere il sultano ottomano dalle forze del pascià d'Egitto Muhammad Alì, che si era ribellato alla dominazione turca. A quel punto però, Inghilterra e Francia, che durante la guerra di indipendenza greca avevano sostuenuto la Russia, ritennero che questa si fosse spinta troppo oltre e, spaventate dall’ipotesi di un protettorato russo sull'intero impero ottomano, si fecero garanti della sicurezza del sultano stipulando la ‘Convenzione degli Stretti’ del 1841. Nel 1852 il nuovo zar Nicola I commise il primo vero errore della dinastia Romanov credendo di poter essere abbastanza forte da sfidare l'intero continente tentando un'ulteriore espansione russa nella regione balcanica. Le sue avventate mosse non tennero conto o delle reali forze in campo o degli interessi. Francia e Gran Bretagna avevano forti interessi in Medio Oriente, quest’ultima inoltre difendeva con gelosia la supremazia conquistata sui mari nonchè anche l’Austria sarebbe potuta entrare nel gioco della coalizione visti i forti interessi espansionistici che proprio con la Russia condivideva nei Balcani. La tensione creatasi portò tra il 1853 al 1856 alla guerra di Crimea* (nota 91) che vide contro l’impero russo una coalizione formata da impero ottomano, Inghilterra, Francia, nonchè, dal 1855, il Regno di Sardegna il cui primo ministro, Cavour, vide nella guerra una chance per sollevare la questione italiana all’attenzione dell’intera Europa. In effetti, finita la guerra, nel corso delle trattative di pace, Cavour sollevò con forza la questione dell’unità d’Italia con un intervento apertamente antiaustriaco che ebbe grande risonanza in Europa. In proporzione agli sforzi il risultato politico fu innegabile, quello militare, tuttavia, per quanto le patrie lettere non possano che averne esaltato il valore, fu non determinante visto dalla parte delle fonti russe. Il grosso della guerra venne sostenuto da Francia e Inghilterra che invarono le loro truppe direttamente in Crimea per unirsi ai turchi e dirigersi alla volta di Sebastopoli per il grande assedio alla città simbolo della potenza russa sul Mar Nero. La città cadeva dopo una lunga e valorosa resistenza che verrà poi celebrata dai russi come una vittoria del proprio orgoglio vista la disparità di forze in campo. Ancora oggi una delle mete immancabili da visitare nella città è il museo chiamato ‘Panorama’ in cui il dipinto  appunto panoramico a 360 gradi ‘Difesa di Sebastopoli’ dall’artista F.A.Rubo, rappresenta l’attacco finale. L’edificio situato nel punto fisico in cui l’artista pose il punto di osservazione dell’azione ritratta e la prospettiva panoramica, pongono il visitatore al centro dell’azione come se fosse egli stesso protagonista di quel tempo e quei fatti. Persa Sebastopoli, Alessandro II, appena salito al trono, pensò bene di firmare al più presto la pace per evitare ulteriori danni. Con il trattato di Parigi del 1856 che metteva fine alla guerra, la Russia perse il delta del Danubio e il protettorato sulla  Moldavia  e sulla  Valacchia,  oltre al diritto  di mantenere forze navali nel Mar Nero. Quest’ultima clausola venne tuttavia unilateralmente revocata da Mosca nel 1870 senza che la comunità internazionale avesse granchè da ridire. La prima grande sconfitta dell’impero russo si limitò quindi a contenerne le ambizioni; per lo meno di quelle che andavano a toccare le sfere di influenza delle nazioni europee concorrenti. Nel 1875 però un sollevamento generale dei popoli balcanici soggetti all'impero ottomano risvegliò una diffusa solidarietà in tutta la Russia. Lo zar Alessandro II fu inizialmente riluttante a un nuovo coinvolgimento, temendo la reazione del resto dell'Europa che già aveva castigato il padre, ma alla fine (1877) si decise a muovere nuovamente guerra ai turchi. La strategia russa era quella di attaccare il nemico contemporaneamente in due fronti sui confini laterali ma mentre la campagna nel Caucaso si risolse favorevolmente, nei Balcani il conflitto risultò inaspettatamente sanguinoso e difficile. Nel gennaio del 1878 le forze russe, che stavano avanzando verso Costantinopoli, furono bloccate dalla richiesta di pace dell'avversario. Il trattato di Santo Stefano, firmato nel 1878, concesse alla Russia ampi territori nel Caucaso, ma anche nei Balcani dove decretò inoltre l'indipendenza di Romania, Serbia e Montenegro, e soprattutto, la nascita di un grande principato autonomo bulgaro, con sbocco sul Mediterraneo. Gran Bretagna e impero austrio-ungarico si opposero a questa notevole espansione russa nella regione e al congresso tenutosi a Berlino nel giugno del 1878 modificarono gli accordi di Santo Stefano, riducendo il territorio del principato bulgaro, che perse l'accesso al mare, e contenendo l'influenza russa nei Balcani.  Mosca non combatté più guerre contro gli ottomani fino al 1914, consapevole di essere troppo debole per assicurarsi il controllo degli Stretti con l'opposizione dell'intera Europa. La grande occasione avvenne con la prima guerra mondiale quando ottenne l'assenso inglese e francese all'annessione di Costantinopoli e degli Stretti a fine conflitto in caso di vittoria ma, a quel punto, saremo già arrivati al 1917, anno in cui per l’impero si presenteranno ben altri problemi ed in cui anche la storia della Crimea di riflesso volgerà notevolmente. La Russia ispirata culturalmente al modello occidentale non aveva dimostrato di esserlo altrettanto dal punto di vista politico-istituzionale. Il potere, fortemente concentrato nelle mani dello zar, non poteva che portare il paese avanti o indietro troppo a seconda dell’individuo in sè che lo deteneva. Dopo Pietro il Grande ed Ekaterina II, la dinastia Romanov non fu più in grado di esprimere ulteriori talenti. Alessandro III, succeduto al padre Alessandro II, ultimo dei sovrani accettabili, nel 1881, condusse una politica reazionaria, repressiva e russificatrice nei confronti delle minoranze. Unico risultato di tale condotta fu l’ulteriore accredito della propaganda rivoluzionaria e le teorie marxiste. Il figlio Nicola II che gli succedette nel 1894 e che sarebbe stato l’ultimo degli zar, fu un sovrano ancora più debole. Non solo mantenne il sistema autocratico del padre, oramai del tutto superato dai tempi, ma perse completamente il contatto con il popolo. In politica estera, inutili ulteriori progetti di espansione sfociarono nell'occupazione della Manciuria che portò la Russia a scontrarsi con il Giappone con cui entrò in guerra l'8 febbraio 1904. La guerra si risolse disastrosamente e la sconfitta venne acuita da un primo tentativo di rivoluzione interna nel 1905 risoltosi con un’altrettanto destabilizzante e sanguinosa repressione. Allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914 Nicola II aderì alla coalizione antitedesca con un paese demotivato, corrotto e infelice. Completamente soggiogato dalla moglie Alessandra e da Rasputin* (nota 68), la cui sgradita presenza a palazzo provocava tanta irritazione in tutto il paese, Nicola II non seppe cogliere alcuno dei passaggi chiave della situazione che, nel febbraio 1917 si conculese con un'insurrezione a San Pietroburgo. Nel corso di questa le truppe zariste si unirono ai rivoltosi, Nicola II e suo figlio furono costretti ad abdicare (15 marzo) lasciando il potere in mano a un governo provvisorio. Terminava così la storia dell’impero russo. La successiva Rivoluzione d'ottobre avrebbe segnato la nascita dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e di un nuovo capitolo di storia.

Cap. XIV . Il periodo sovietico

Cap. XIV  . Il periodo sovietico
L’impero in un secolo e mezzo aveva portato in Crimea strade, ferrovie, porti, cantieri navali e infrastrutture moderne, aveva creato università, parchi, palazzi imperiali, sviluppato le industrie del vino, del tabacco e del turismo elitario. Tutti i grandi intellettuali, aristocratici, politici e dignitari del tempo passarono per la Crimea, alcuni la scelsero come residenza definitiva o estiva come gli stessi zar da Alessandro II in poi. Grandi letterati come Puschkin, Tolstoj, Gorki, Cekov o grandi scienziati come Vernavskij e Obrucev, vollero godere e raccontare della ‘perla della corona’ contribuendo ad edificarne la fama. La popolazione ebbe un buon incremento demografico dovuto sopratutto ai flussi di coloni e militari russi. Durante gli ultimi periodi dell’impero, quelli governati dai sovrani meno equilibrati, si ebbero anche tuttavia forti tensioni e sperequazioni sociali sopratutto a danno della popolazione tatara, ora in minoranza, e costretta a pagare la propria diversità subendo una russificazione forzata della penisola. La prima guerra mondiale ovviamente non facilitò nè sviluppo armonico nè integrazione sociale come, per altro, in tutto il resto della Russia. Più della Grande Guerra in sè, il crollo del sistema fu dovuto ad un insieme di concause e tensioni sociali non comprese dallo zar Nicola II concentrato più che altro a cercare anch’egli di aggiungere territori al già sconfinato impero al fine probabilmente unico di dimostrare la propria altezza nei confronti degli avi e della storia. Preso dalla guerra che lo allontanava dal cuore vero dei problemi del paese, con le spalle mal coperte da una corte imperiale preda prima del pazzo Rasputin* (nota 83) poi tana di complotti interni ed internazionali, al primo tentativo seriamente organizzato Nicola II non poteva che cadere. La rivoluzione bolscevica sfruttò il diffuso malcontento popolare ma pochi sanno che pianificazione, propaganda e finanziamenti arrivarono proprio da quella stessa Germania contro la quale l’impero russo stava combattendo la guerra. Una rivoluzione interna sarebbe stata lo strumento ideale per far uscire la Russia dalla guerra e liberarsi del fronte orientale e, solo negli ultimi anni, con la caduta del regime sovietico e l’apertura degli archivi storici anche ai ricercatori occidentali, emergono, al di là dei vari Lenin e Trockij, figure come quella di Alexander Israel Helphand* (nota 84), più noto con lo pseudonimo di Parvus, che fu uno dei reali artefici della rivoluzione ma mai salito agli onori della storia proprio perchè agente segreto di Berlino. Fu lui l’ideatore e artefice del famoso viaggio di ritorno in treno di Lenin in Russia, lui a muovere accordi con i più alti vertici del potere in Germania e lui a ricevere da questi i finanziamenti necessari ad organizzare seriamente la rivoluzione. Per ovvi motivi nè Unione Sovietica nè Germania ebbero mai motivo di rivelare al mondo questa realtà ed ancora oggi, pur essendo oramai nota agli storici l’evidenza dei fatti, in nessuna università si parla mai di alcun Alexander Parvus. La nascita dell’Unione Sovietica comportò un profondo cambiamento ma difficile è oggi a questo cambiamento attribuire un valore. L’analisi del periodo sovietico è un terreno difficile che rischia strumentalizzazioni politiche da una parte o dall’altra che non sono il fine di questo studio.  Difficilmente vengono eseguite le dovute e corrette distinzioni tra marxismo, comunismo, socialismo, boscevismo, leninismo e stalinismo confondendo tutto e banalizzando in uniche piatte conclusioni positive o negative a seconda della fede politica dell’autore. In un precedente lavoro (‘I popoli del GULag – strategia etnica del regime stalinista’ – A.Trovato, 1999) tentai a suo tempo anch’io un’analisi sul periodo sovietico a partire dallo studio del grande terrore staliniano. Dedussi, e a distanza di qualche altro anno passato in paesi dell’ex Unione Sovietica mi confermo nella convinzione, che tra le vittime dell’integralismo bolscevico non vi furono solamente i deportati dei GULag e gli epurati ma anche tutti i moderati occidentali sinceramente appassionati di politica e giustizia sociale che, rifacendosi ingenuamente al modello sovietico, vennero umiliati nello scoprire poi come quello stesso modello avesse mal applicato e deluso, se non tradito, l’ideale di partenza. In effetti, almeno nei primi decenni, tra rivoluzione, guerra civile, nazionalizzazione, industrializzazione forzata, grandi crisi economiche, repressioni, epurazioni, purghe, deportazioni di massa, campi di lavoro forzati e guerra mondiale, il regime sovietico fu una dura prova per tutti i popoli dell’unione. La Crimea non soffrì meno di altre regioni già a partire dalla guerra civile tra Bianchi e Rossi seguita alla Rivoluzione di Ottobre. Fu proprio qui infatti che le Armate Bianche del Generale Denikin* (nota 85) dal luglio del 1919 e poi quelle del Generale Wrangel* (nota 86) dal marzo del 1920 ebbero loro quartier generale. La Crimea fu in pratica l’ultimo punto di resistenza dei Bianchi dove questi si rassegnarono alla ritirata solo nel novembre del 1920 quando l’Armata Rossa occupò definitivamente Simferopoli. L’armata di Wrangel allora si disfece abbandonata anche dalle potenze occidentali che per un buon periodo avevano invece sostenuto e foraggiato la controrivoluzione illudendola del successo. Lo stesso Wrangel scappò da un porto crimeano per trovare rifugio prima ad Istambul, poi Jugoslavia, infine Belgio. Finita la guerra civile iniziò subito la forte centralizzazione ed il potere non fu più messo in discussione a costo però di dure repressioni e dura gestione di opinione pubblica. Il passaggio al sistema pianificato fu sofferto e costò caro, la prima crisi economica la si ebbe subito finita la guerra civile – la politica economica bolscevica fu contraddistinta da una troppo rapida e improvvisata nazionalizzazione del settore industriale e dei trasporti, e dalla confisca di tutti i rifornimenti ed equipaggiamenti necessari per scopi militari, questo lasciò il paese completamente privo di risorse. Finita la guerra civile e consolidato il dominio sovietico, il governo prese provvedimenti per ripristinare l’ordine economico adottando nel 1921 la Nuova Politica Economica di Lenini - N.E.P.* (nota 87). In Crimea come in buona parte del resto dell’Unione la NEP, sistema economico definito ‘di passaggio’ e per questo molto più transigente nei confronti del libero mercato,  ebbe un ottimo successo. Nel 1928 però, dopo la morte di Lenin, il potere venne preso in mano progressivamente da Stalin e la NEP abbandonata. Furono così ripristinate nelle campagne le requisizioni forzate e nel 1929 furono reintrodotte le quote di produzione agricola.      Nel 1930 fu soppresso anche il commercio privato. Alla collettivizzazione dell'agricoltura e alla socializzazione del commercio si accompagnò la pianificazione centralizzata, che a partire dal primo piano quinquennale (1928-1932) sostituì i meccanismi di mercato istituendo un severo regime di controllo statale dell'economia. Tutto questo portò ad una crisi catastrofica sopratutto nelle campagne e proprio in Ucraina i morti per vera e propria fame furono si dice milioni. In Crimea tra il 1930 e 1931 vennero deportate esattamente 4325 famiglie di contadini ‘kulaki’. Kulaki erano chiamati in Russia tutti i contadini benestanti. Quando Stalin intraprese i piani di collettivizzazione forzata (1929), decise di liquidare i kulaki come classe sociale, espropriandone le terre, trasferendoli in massa in Siberia o sterminandoli. Questo determinò non soltanto un impoverimento delle campagne che si vedevano sottrarre gli uomini più validi ma demotivava anche gli altri ad evolversi. D’altra parte a maggiori produzioni corrispondevano maggiori requisizioni per cui alla fine le campagne smisero del tutto di produrre. Fu così che proprio la terra più fertile dell’Unione, l’Ucraina, subì una delle più gravi crisi agricole della storia. Ancora oggi il ricordo di quei tempi è causa di rancori tra popoli ucraino e russo come causa ancora oggi di rancori sono le deportazioni di massa attuate dallo stesso Stalin nei confronti di molte minoranze e popoli di confine dell’impero sovietico. Le motivazioni di una tale politica sono ancora oggi oggetto di studio e meritano trattati a parte, una sola cosa mi pare di poter dire: nel momento in cui si arrivò allo stalinismo ogni ideale si estinse e tutto il sistema non venne ridotto altro che al culto della personalità di un solo uomo dittatore assoluto e per altro psicologicamente insano. Le conseguenze furono talmente disastrose che ancora oggi la Russia è costretta a pagarne a livello culturale e di relazioni internazionali. La prima metà del secolo scorso fu un periodo di assolutismi non solo in Russia. Lo scellerato patto Ribbentrop-Molotov, col quale Stalin e Hitler intendevano segretamente dividersi l’Europa dell’Est, non fece altro che avvicinare la Germania nazista ai confini sovietici e preparare la strada all’Operazione Barbarossa del 1941. L’invasione dell’Unione Sovietica iniziò il 22 giugno e nell’ottobre dello stesso anno le divisioni tedesche della direttiva sud entravano già in Crimea. Occuparono subito l’intera penisola con l’eccezione di Sebastopoli che resistette isolata, assediata e bombardata per ben otto mesi.  Quando nella primavera del 1944 la città venne liberata non rimanevano che macerie. Alle città di Sebastopoli e Kerc’ venne insignito il titolo onorifico sovietico di ‘città eroe’ che ancora oggi vantano con grande orgoglio. Il sacrificio offerto fu in effetti straordinario soprattutto per quanto riguarda Sebastopoli. Questa città sorta sui resti della gloriosa Chersones Taurica, e chiamata da Ekaterina II con un nome greco che significa appunto ‘città della gloria’, sembrava essere destinata già alla nascita al protagonismo nella storia della penisola. Come Chersones aveva resistito a tutte le invasioni delle orde da Est, Sebastopoli aveva valorosamente resistito alla terribile invasione questa volta da Ovest e aveva dimostrato di poter essere un nuovo importante baluardo. Dopo la guerra quello stessa baia scoperta dai dori chersonesi divenne  il principale  porto militare di  tutta  l’Unione  Sovietica.
Nel febbraio del 1945 le sorti della guerra erano già definite e i rappresentanti delle tre grandi potenze alleate, Roosevelt, Stalin e Churchill, scelsero proprio una città crimeana per la grande conferenza dei vincitori. La famosa Conferenza di Jalta* (nota 88), tenutasi nel palazzo Livadia, la grandiosa residenza estiva voluta dallo zar Nicola II, pose le basi dell’intero ordine mondiale del dopoguerra fino ai nostri giorni. Jalta da quell’evento ricevette una pubblicità internazionale tanto che ancora oggi è meta privilegiata del turismo internazionale e di elittes nella regione. Il primo dopoguerra, per quanto l’Unione Sovietica fosse stata potenza vincitrice, non fu un periodo di solo sviluppo e rinascita, al contrario, continuarono ed anzi in alcuni caso intensificarono, le repressioni staliniane. La vittoria non aveva fatto che aumentare il potere e l’autorità personale del dittatore già assoluto tanto che questi non ebbe problemi ad imporre le proprie teorie sulla gestione del popolo. Il 2 giugno del ’44, cioè già subito dopo la liberazione della Crimea e ancora prima della fine ufficiale della guerra, Stalin fece deportare l’intera popolazione dei tatari-crimeani verso i luoghi di insediamento speciali di Kazakhstan, Uzbekhstan, Altaj e Urali. L’accusa per i 191.000 tatari, comprese donne e bambini e tale da giustificare tale provvedimento, era di collaborazionismo con i nazisti. A parte tutte le considerazioni morali che possono essere fatte a priori, recenti studi dimostrano che l’accusa se non speciosa, era per lo meno esagerata. Gli antecedenti oggi sono noti e possono essere ricostruiti. Alfred Rosemberg, dal 1941 ministro del Raich per i territori orientali occupati, appena occupata la Crimea dai nazisti propose di annetterla all’Ucraina e creare uno Stato vassallo ucraino con centro a Kiev. Hitler era invece profondamente contrario a qualsiasi forma di autogoverno dei territori occupati dell’URSS e all’incoraggiamento dei nazionalismi locali. Venne stabilito che la Crimea sarebbe dovuta diventare ‘terra dell’impero’, annessa direttamente al Reich, e germanizzata. Per ‘germanizzazione’ si intendeva, tratto dalle stesse fonti naziste, ‘estradizione di tutti gli elementi estranei dal punto di vista nazionale senza eccezioni’ (in pratica deportazioni di massa e steriminio). Solo per insistenza di Goehring, a quanto pare, il quale temeva effetti negativi sulle operazioni militari ancora in corso, il piano venne rinviato. I nazisti, tuttavia e nonostante le remore funzionali, nel solo periodo ottobre 1941 - aprile 1942, sterminarono in Crimea un decimo della popolazione: 91.678 persone tra ‘elementi ostili’, ‘razze inferiori’, ebrei, zingari ed iscritti al partito bolscevico-comunista. Ai tatari venne concessa una politica più favorevole consistente nel permesso di formare ‘comitati musulmani’, l’autorizzazione a stampare giornali e riviste, l’apertura di teatri e scuole in lingua tatara. Accanto a queste concessioni sempre più pressanti si facevano però i richiami ad arruolarsi nei ‘reparti di autodifesa’ organizzati dagli stessi nazisti. Oggi sappiamo che questa politica differenziata aveva quale unico scopo allettare la Turchia inducendola ad un ruolo più attivo a favore della politica tedesca, al tempo però, per via di questo trattamento di favore, si sparsero voci su una presunta generale collaborazione dei tatari crimeani con i nazisti. Stalin esaltò queste voci e cercò di trasformarle in verità storica al fine di giustificare una sua mossa che fu puramente strategica. I tatari crimeani erano scomodi perchè troppo legati alla Turchia, paese con il quale la Russia non aveva mai chiuso i conti, erano musulmani troppo vicini ad altri musulmani e concentrati in un unico luogo e per questo potenzialmente autonomisti. Il 15 giugno dello stesso anno venivano deportati in massa, a dimostrazione che il movente punitivo era solo pretestuale, anche 15.000 greci, 12.400 bulgari, 9.600 armeni e in agosto circa 50.000 tedeschi, popolazione che si era insediata nella penisola ai tempi di Ekaterina II che, di origine appunto tedesca, aveva a suo tempo invitato coloni tedeschi a coltivare le buone terre della Russia europea. Il 20 ottobre 1944 dalle autorità sovietiche veniva addirittura adottata una risoluzione che proponeva di ribattezzare abitati, fiumi e montagne i cui nomi avessero origini tedesche, greche o tatare. Tra le minoranze deportate figurano anche 150 famiglie italiane residenti nella città di Kerc’ discendenti di emigrati dalla puglia dell’ottocento. Finirono in Kazachstan del nord e in Siberia insieme agli altri, pochi sopravvissero alle dure condizioni di vita negli insediamenti forzati in quei luoghi. Nella Crimea oramai quasi nuovamente spopolata si cominciarono ad attrarre coloni dall’Ucraina. Lentamente la regione si rimise in piedi, nuovi porti, fabbriche, stazioni ferroviarie, sanatori e stazioni balneari vennero costruiti ma solo con la morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo del 1953, potè iniziare la vera e propria rinascita economica. Il 19 febbraio del 1954 in occasione del trecentesimo anniversario dell’annessione dell’Ucraina alla Russia, la Regione Crimea, appartenente amministrativamente alla Russia, a sua volta parte del grande contenitore URSS, venne assegnata da Krusciov all’Ucraina. La differenza a quel tempo era solo amministrativa se non formale ma, con la caduta dell’Unione Sovietica che a quel tempo Krusciov non poteva certo immaginare, la differenza sarà fondamentale e segnerà la sorte contemporanea della penisola. Altro passaggio fondamentale per la storia dell’Unione e della Crimea si ebbe nel febbraio del ’56 quando Krusciov al XX Congresso del PCUS denunciò i crimini di Stalin e diede avvio al processo di destalinizzazione. Da quel congresso i popoli deportati in massa iniziarono ad ottenere la giusta riabilitazione anche se non tutti seppero, poterono o vollero tornare subito alle loro terre di origine. I tatari crimeani iniziarono a tornare in massa solo verso la fine degli anni ’80. Verso la fine degli anni ’90 si contavano circa 250.000 individui appartenenti a questa etnia, oggi sicuramente di più. Gli anni ’60 videro un ottimo sviluppo della regione, migliorando infrastrutture e servizi la costa sud crimeana divenne meta ambita di vacanza non solo per la nomenclatura del partito ma anche per milioni di individui comuni. Nel ’63 venne ultimata la canalizzazione che portò nella penisola l’acqua dolce del fiume Dnepr e si ebbe un eccellente boom demografico negli anni successivi. Il 12 febbraio del 1991 veniva concesso alla Crimea lo status di Repubblica Socialista Sovietica Autonoma. Già il 19 agosto dello stesso anno però la storia decideva ancora una volta di prendere un’altra strada.   

Cap. XV . La Repubblica ‘Autonoma’ di CRIMEA

La fine degli anni ’80 fu caratterizzata da forti rivendicazioni autonomiste delle Repubbliche autonome sovietiche, a partire da quelle baltiche, da importanti movimenti di riforma nell’Europa orientale comunista, un rapido deterioramento dell’economia e una presidenza, quella di Gorbaciov, aperta e progressista senza però sostegno popolare interno vista la crisi e al tempo stesso interpretata come incoraggiante per le ambizioni autonomiste delle Repubbliche dell’Unione. L'11 marzo del 1990 la Lituania si proclamò stato sovrano e indipendente, mentre anche nelle altre repubbliche si attivavano movimenti indipendentisti e nazionalistici. Fu a quel punto che I sostenitori della linea dura tentarono un colpo di stato.  Il 19 agosto del 1991 Gorbaciov veniva colto dai golpisti nella sua residenza privata estiva di Foros, proprio in Crimea, e messo agli arresti domiciliari. Boris Elsin, Presidente della Repubblica Russa, parte anch’essa dell’Unione, in soli tre giorni respinse l’attacco e approfittò del vuoto di potere per smantellare l’apparato del partito. Il 5 settembre il Congresso dei deputati del popolo costituì un governo di transizione, con un Consiglio di stato guidato da Gorbaciov e dai presidenti delle Repubbliche partecipanti. Il giorno seguente fu riconosciuta la completa indipendenza di Estonia, Lituania e Lettonia. L'influenza di Eltsin tuttavia andava oscurando quella di Gorbaciov e in breve tempo il governo russo assunse i poteri esercitati prima dal governo centrale sovietico. Il 21 dicembre 1991 l'URSS cessò formalmente di esistere e undici repubbliche, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia (rinominata Moldova), Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Ucraina, formarono la Comunità degli Stati Indipendenti. Gorbaciov si dimise il 25 dicembre e il Parlamento sovietico riconobbe la dissoluzione dell'URSS il giorno seguente. La Crimea diventava un’autonomia dell’indipendente Repubblica Ucraina. L’occasione per diventare un vero Stato indipendente non venne colta come pure la Russia, nonostante la forte maggioranza russa, le affinità storiche e culturali nonchè gli enormi interessi strategico-militari nella penisola, non ne rivendicò subito l’appartenenza, troppo presa probabilmente a sopravvivere essa stessa a quei primi tempi di caos istituzionale ed economico. Solo l’anno successivo il Soviet supremo russo approvava una risoluzione che annullava il passaggio della Crimea all’Ucraina avvenuto con Krusciov nel 1954 e, di seguito, 5 maggio, il Soviet crimeano dichiarava l’autogoverno. Il governo ucraino volle tuttavia conservare il controllo amministrativo sulla regione e la tensione tra Russia e Ucraina montò notevolmente. La situazione economica a sua volta non facilitava la vita – le riforme che come in Russia erano state dettate in buona parte dalla corsa all’accaparramento dei settori sani e redditizi dell’industria statale sovietica, svoltasi peraltro in assenza di regole e controlli, avevano drasticamente ridotto il ruolo dello stato nell’economia e favorito lo sviluppo dell’impresa privata ma, allo stesso tempo, avevano determinato una massiccia concentrazione di ricchezza in poche mani e spinto la maggioranza della popolazione nella povertà. Con i forti guadagni della privatizzazione, la nuova oligarchia, spesso erede diretta di quella politica del periodo sovietico, si era lanciata avidamente sui mercati finanziari internazionali, facendo mancare al paese le risorse necessarie allo sviluppo interno. Corruzione, confusione politica, bancarotta statale e disordine sociale contraddistinsero la situazione del primo periodo post-sovietico. In Crimea si fermarono fabbriche, kolkoz e sanatori. Nel 1992 venne emessa una prima valuta temporanea mentre la grivna, valuta ufficiale e tuttora in vigore, venne emessa solo nel 1996. Dopo il primo periodo di duro assestamento lentamente dai resti dell’Unione le varie nuove realtà costituite, chi prima chi dopo, iniziarono a riorganizzarsi. Stiamo parlando di un processo tutt’ora in corso. Nel gennaio del 1994 si tennero le prime elezioni presidenziali nella storia della Crimea. Cinque fra i sei candidati alla presidenza sostenevano pubblicamente la riunificazione con la Russia, e tra questi il vincitore, Jurij Meškov, il quale nominò primo ministro un russo, Evgenij Saburov, e, appena insediatosi, cominciò a imporre la propria autorità sulle istituzioni della Crimea. Costrinse alle dimissioni numerosi ministri e ordinò la rimozione del locale direttore della televisione ucraina. Escluse i residenti in Crimea dalla coscrizione militare ucraina e pretese che la regione rientrasse nello stesso fuso orario di Mosca. Nel mese di marzo indisse un pubblico referendum per decidere lo status della Crimea e le elezioni per il Parlamento ucraino. I dirigenti ucraini accusarono Meškov di abuso di potere e promisero di annullare il referendum. Ne seguì invece un ‘sondaggio d'opinione’, in cui oltre il 70% dei votanti approvò una maggiore indipendenza dall'Ucraina e il diritto alla doppia cittadinanza, russa e ucraina. Nonostante le chiare indicazioni popolari l’Ucraina riuscì a mantenere un importante controllo amministrativo che oggi conserva sebbene la maggioranza degli abitanti non riconosca l’autorità di Kiev. Sebastopoli, ancora oggi sede della flotta russa del Mar Nero, gode di uno statuto di municipalità speciale. Un’autonomia cittadina all’interno dell’autonomia crimeana. Secondo gli accordi tra Russia e Ucraina la flotta e i possedimenti russi nella città dovrebbero smantellare entro il 2017, non sono però chiare modalità e le tensioni tra le parti sono innegabili. Chiaro è invece il percorso economico della città e dell’intera penisola – Sebastopoli, da città militare, chiusa e dal sistema economico completamente incentrato sulle rimesse di marinai ed ufficiali, si sta trasformando in città aperta e turistica dotata di uno splendido porto che sarà sempre meno militare e sempre più turistico e commerciale. Tensioni e ambizioni indipendentiste si sono manifestate ultimamente in occasione della cosiddetta ‘Rivoluzione arancione’ avvenuta alla fine del 2004. Lo stallo istituzionale verificatosi in seguito alle elezioni presidenziali contestate dalla formazione di Juschenko portò Janukovich ad un gran consiglio delle regioni filorusse dell’Est e del Sud, a lui favorevoli, nel quale la Crimea espresse la propria disponibilità alla secessione o resistenza ad  oltranza a seconda delle necessità. Janukovich preferì accettare le condizioni richieste dall’avversario ed evitare un inasprimento della crisi che sarebbe effettivamente potuta finire anche male. Le elezioni presidenziali vennero ripetute e Juschenko, che aveva accusato brogli elettorali alla prima votazione, ottenne una risicata maggioranza grazie più che altro al voto di tutti coloro che alla votazione precedente erano rimasti indecisi. I moti organizzati di piazza, la martellante propaganda finanziata anche da un occidente al tempo non meglio identificato, avevano interferito sul corso naturale degli eventi. Io personalemente nei giorni della rivoluzione mi trovavo proprio a Kiev ed ebbi modo di assistere agli eventi. Alcun commentatore occidentale l’ha potuto o voluto notare ma alcun occhio esperto avrebbe potuto non vedere come le manifestazioni di piazza Maidan Nesalesnosti fossero state preparate con largo anticipo sugli stessi scrutini elettorali e come gli attivisti fossero riforniti, nutriti e, in molti casi, stipendiati. L’ipotesi che subito al tempo dei fatti azzardai su di una lunga mano della C.I.A. capace di ingerenza sugli affari interni del paese sono state poi confermate dallo stesso Senato americano che ha ammesso importanti ma non meglio specificati finanziamenti al ‘processo di democraticizzazione dell’Ucraina’. Quanto ora l’Ucraina sia più democratica ci è difficile capirlo, più facile capire gli enormi interessi strategici di Russia da una parte e USA dall’altra su di un paese, Ucraina ma sopratutto Crimea, posto in mezzo a Europa, Asia e Medio Oriente. D’altra parte la storia appena raccontata ci permette di capire che quella stessa posizione strategica aveva già fatto gola anche a tutti gli altri grandi imperi precedenti mentre la storia recente del mondo ci dimostra come le ingerenze negli affari interni utilizzino in forma per lo più solo speciosa la formula chiamata ‘democratizzazione’. Dopo le sofferte elezioni presidenziali l’Ucraina ha vissuto delle altrettanto imbarazzanti elezioni legislative che hanno visto la riaffermazione del partito proprio di Janukovich da una parte e della rivoluzionaria nazionalista e oltranzista Julia Timoschenko. Nel momento in cui scrivo, dopo quattro mesi da quele elezioni, la Duma (parlamento) non è ancora riuscita  a produrre una coalizione che possa tecnicamente governare. Il paese rimane nettamente diviso con una parte centro-occidentale a forte maggioranza linguistica e culturale ucraina e una parte sud-orientale quasi completamente filorussa cui la maggioranza al governo non sembra intenzionata a riconoscere l’identità culturale necessaria. In Crimea la situazione, per quanto poco chiara, non sembra tuttavia particolarmente tesa – dopo le tante crisi e guerre conosciute alcuno ha seriamente intenzione di sperimentare ulteriori forti emozioni. Russi, ucraini, tatari e le altre minoranze vivono oggi in sufficiente equilibrio dimostrando che alle differenze di cultura, lingua e mentalità si può rispondere più facilmente con un pò di buon senso e integrazione piuttosto che con lo scontro. Il governo ucraino da parte sua sembra possa capire le necissità di autorisoluzione crimeana ed in effetti non sta comprimendo oltremodo l’autonomia della regione, cosciente di quanto questo potrebbe essere antiproducente per i propri stessi interessi. L’alone di incertezza dovuto alla situazione politica viene fortunatamente più che compensato dallo sviluppo della situazine invece economica che in questi ultimi anni sta vivendo un ottimo miglioramento graze sopratutto proprio al nuovo turismo che sta portando nella penisola sempre più visitatori occidentali. Clima mite, costa ricca e frastagliata, paesaggi straordinari, infrastrutture sempre più adeguate e sopratuto una storia, che questo lavoro spera possa aver dimostrato essere unica ed affascinante, fanno di questa terra un luogo necessariamente da visitare dal viaggiatore goloso di suggestioni.
Protected by Copyscape DMCA Takedown Notice Checker

febbraio 2014

Purtroppo gli ultimi sviluppi confermano i timori avuti fin dal principio. L'Occidente ha continuato a soffiare sul fuoco e adesso la situazione è uscita fuori controllo. Come al solito i nostri media hanno già individuato bene i buoni ed i cattivi, nulla trapela sulle profonde questioni etniche, sull'estremismo di destra che si maschera dietro i dimostranti che gridano 'democrazia' ma con la moltov in mano, sugli interessi strategici della NATO, sull'irresponsabilità di aver istigato e giustificato l'assalto di istituzioni pubbliche di un paese terzo con armi alla mano. Quando si arriva alla guerra civile le responsabilità non possono essere mai solo da una parte. La differenza tra 'mediare' ed 'interferire' sta tutta qua - nella capacità di capire TUTTE le ragioni e gli argomenti in campo, non solo quelle più affini ai nostri interessi e, comunque, non anche le altre ma quando oramai è troppo tardi.

marzo 2014

Questa vorrebbe essere una pagina di storia e non di politica, tuttavia la situazione al momento è tale che alcune domande che riguardano il modo in cui la nostra politica occidentale si è rapportata fin'ora alla crisi ucraina ci sentiamo in obbligo di porcele:
 
  • Come giustificano gli USA i milioni di dollari investiti in Ucraina per finanziare l’opposizione filo-occidentale e soffiare sul fuoco della ‘rivoluzione arancione’ se il risultato finale non è stato un miglioramento delle condizioni economiche o democratiche in Ucraina, né un indebolimento del rivale Russia, né un miglioramento della propria influenza geopolitica nella regione?
  • Dov’era l’Europa quando la contrapposizione etnico-territoriale in Ucraina montava e il solco si stava scavando sulla base anche di questioni di diritto delle minoranze che sarebbe dovuto essere suo compito vigilare?
  • Come mai Europa e USA si sono affrettate a riconoscere come legittimo il Governo di Kiev nato a Maidan in violazione degli accordi appena presi con il Governo precedente e Mosca, mentre con altrettanta solerzia non solo non hanno favorito le intenzioni popolari in Crimea ma anzi ne hanno osteggiato fino all’ultimo ogni ipotesi sia di secessione che di riannessione alla Russia?
  • Come non vede l’Europa il rischio della creazione di un pericoloso precedente nel momento in cui giustifica un movimento di piazza che assalta palazzi presidenziali e ribalta un Governo, per quanto imperfetto, comunque democraticamente eletto?
  • L’Unione Europea come potrà giustificarsi con l’Ucraina filo-occidentale qualora tutte le promesse a questa fatte si dovessero rilevare inconsistenti e l’illusione dovesse trasformarsi nuovamente in protesta?