Italiani di Crimea - in RUSSIA .biz

L'incredibile epopea degli italiani di Crimea

La storia degli ITALIANI DI CRIMEA ebbe inizio ufficialmente intorno al 1820 quando emissari russi inviati nel Regno delle Due Sicilie dopo il Congresso di Vienna*  (riorganizzazione dell’assetto dell’Europa finite le guerre napoleoniche)  furono incaricati di presentare l’invito formale dello Zar Alessandro I e reclutare quanti più coloni ed artigiani possibile al fine di sviluppare al meglio la penisola crimeana. Già a quel tempo la Crimea era meta turistica privilegiata dall’aristocrazia russa e per renderla un vero paradiso mancava solo la mano di specialisti della buona tavola e del buon vivere. Chi meglio degli Italiani, già allora? Agricoltori, pescatori, artigiani, commercianti, lo Zar non ne avrebbe potuti trovare di migliori in alcuna altra parte d’Europa. L’invito ebbe grande riscontro, a migliaia soprattutto dalla Puglia emigrarono attratti dalla pescosità del Mar Nero e Mar d’Azov, dal clima mite ed in tutto simile a quello di origine, dalle enormi prospettive di sviluppo soprattutto se confrontate con la miseria in cui a quei tempi versavano alcune nostre zone del sud. In realtà esistevano già dei cognomi italiani in Crimea anche prima dell’Ottocento, non va infatti dimenticato che la gran parte della costa sud della Crimea fu una fiorente colonia della Repubblica Marinara di Genova tra il Duecento fino alla metà del Quattrocento (Cap. IX pagina STORIA). Si ritiene tuttavia che solo pochissimi italiani rimasero nella penisola dopo l’espansione dell’Impero Ottomano e la perdita delle colonie. Ovviamente ancora meno probabile pensare di risalire alle discendenze di quegli antichi romani che controllarono la regione per ben tre secoli dal 63 a.C. dopo le guerre Mitridatiche (Capitolo IV). La comunità degli italiani di Crimea odierna conta le sue origini dunque a partire da quella prima massiccia migrazione del 1820 e le successive che si susseguirono fino al 1870 quando la Russia subito riconobbe l’unificazione del Regno d’Italia.

I flussi migratori si concentrarono soprattutto sull’antica città portuale di Kerc’, importante snodo sull’omonimo stretto ed affacciata sia sul Mar Nero che il Mar d’Azov. Da subito la nostra comunità si conquistò il rispetto della popolazione locale grazie alla propria laboriosità, creatività e capacità di fare. In breve divenne la più ricca e stimata ed iniziarono ad arrivare non solo agricoltori, pescatori e buoni artigiani ma anche architetti, ingegneri, avvocati, medici, scrittori, musicisti che si distinsero nelle attività intellettuali e contribuirono grandemente allo sviluppo della città. Esemplari i casi dell’architetto piemontese Alessandro Digbi a cui si devono i principali edifici del centro storico, monumenti e la prima chiesa cattolica della Crimea, oppure dell’imprenditore genovese Raffaele Scassi che già nel 1821 ottenne la nomina a governatore del porto di Kerc’. Pare che lo stesso Giuseppe Garibaldi proprio in Crimea (qui si stabilì un ramo della sua famiglia – zio e cugini) in uno dei suoi viaggi venne instradato da Giambattista Cuneo (intorno al 1833) agli ideali della ‘Giovane Italia’. Molti garibaldini negli anni successivi passarono per la Crimea, terra franca buona allora anche per coltivare e pianificare a dovuta distanza gli ideali del nostro Risorgimento.  Alla fine dell’Ottocento gli italiani erano talmente tanti e tanto influente la loro presenza (circa il 2% della popolazione della città) che fu necessario aprire un ufficio consolare a Kerc’ e all’inizio del Novecento venne aperta anche una scuola italiana, una biblioteca, un club, e una società cattolica di beneficenza. Tutto sembrava quindi procedere per il meglio e basterebbe fare un paragone con lo sviluppo conosciuto della comunità italiana negli Stati Uniti (in quel caso i grandi flussi iniziarono solo a fine Ottocento) per capire che coefficiente di progresso in condizioni normali avrebbero conosciuto anche questa nostra comunità estera e a che punto di sviluppo si sarebbe trovata oggi se non fosse poi successo quello che purtroppo è successo.
 
L’avvento del bolscevismo, la collettivizzazione forzata, le purghe staliniane e, soprattutto, la  deportazione etnica totale avvenuta in ritorsione all’entrata in guerra dell’Italia fascista contro l’Unione Sovietica, furono colpi devastanti per gli italiani di Crimea. Nel capitolo XIV della pagina di STORIA parlo già di bolscevismo, collettivizzazione, crisi indotta e purghe staliniane, temi per altro ben noti anche al grande pubblico, rimando quindi a quella sezione ogni approfondimento aggiungendo solamente che la nostra comunità, proprio perché tra le più produttive ed intraprendenti, più di altre venne presa di mira e spesso questi nostri connazionali di origine vennero additati come ‘kulaki’ per le ricchezze pur onestamente guadagnate o accusati di essere ‘nemici del popolo’ e repressi per i sospetti che nell’ottusa NKVD suscitava la loro identità e diverso senso di appartenenza. Per quanto riguarda la deportazione vale invece la pena spendere qualche parola in più dal momento che si tratta di un fatto storico del tutto trascurato, noto a pochi ma dall’importanza enorme.

Il 28 gennaio del 1942 almeno 2.000 italiani di Crimea vennero rastrellati e tradotti al porto di Kerc’ per un viaggio dal quale ben pochi riuscirono a far ritorno. Due ore di tempo per fare le valigie e otto chili di bagaglio a testa consentiti, in pieno inverno, in nave fino a Novorossisk, poi in treno attraversando tutto il Caucaso, poi ancora in nave per attraversare il Mar Caspio, poi ancora in treno fino alle impossibili steppe del Kazakistan. Destinazione finale le regioni di Karaganda e Celiabinsk. Tra l’8 e il 10 febbraio un nuovo rastrellamento venne effettuato per deportare coloro che erano riusciti a sfuggire al primo. La terza, ultima e definitiva deportazione venne portata a compimento il 24 giugno del 1944 dopo la riconquista della Crimea da parte dell’Armata Rossa. In questo caso gli italiani vennero imbarcati su due navi, una delle due venne centrata da una bomba appena uscita dal porto, l’altra arrivò a destinazione per far proseguire i deportati lungo un viaggio di circa altri due mesi. All’arrivo erano attesi delle dure condizioni del GULag – il solo KarLag, il GULag di Karaganda, si calcola abbia ucciso di fame, freddo e stenti oltre mezzo milione di prigionieri di una quarantina di nazionalità in quel periodo e che vi fosse una mortalità del 30% nei soli anni di guerra. Finita la guerra, morto Stalin, riabilitati da Krushov, gli italiani sopravissuti furono liberi di tornare ma oggi a Kerc’, che nel periodo di massimo splendore per la nostra comunità contava circa 3.000 individui, non restano che circa 150 famiglie le quali hanno dovuto ricominciare ancora una volta tutto da zero, già l’ennesima se contiamo emigrazione, collettivizzazione forzata, dekulakizzazione, crisi indotta, purghe, repressione, deportazione, ritorno dai GULag.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica a nulla valsero i primi timidi tentativi della ricostituita comunità degli italiani di Crimea nei confronti sia delle autorità ucraine che italiane di veder riconosciuto il proprio status di minoranza deportata. Nel 2008 tuttavia un nuovo impulso verso l’esterno si è verificato con la costituzione dell’associazione C.E.R.K.I.O. ‘Comunità degli Emigrati nella Regione di Krimea – Italiani di Origine’ la cui attività consiste nel cercare di ricompattare e recuperare l’identità della comunità, far conoscere la sua storia agli stessi italiani d’Italia, ricordare e commemorare il dramma della deportazione, insistere a chiedere prima alle autorità ucraine, ora a quelle russe, il riconoscimento dello status di minoranza deportata, chiedere all’Italia di occuparsi finalmente di loro (almeno per ottenere un canale preferenziale per ottenere visti e permessi di soggiorno se non la vera e propria cittadinanza che è difficile da riconoscere per chi dopo repressione e deportazione ha perso tutte le documentazioni che dimostrino la continuità parentale). Altrettanto importante è l’impegno di questa associazione nel cercare di ravvivare la cultura e la lingua italiana tenendo corsi di lingua. Considerato che fin’ora lo Stato Italiano ha dimostrato il massimo del disinteresse e questa associazione sta facendo di fatto tutto da sola, ad eccezione di quanto generosamente messo a disposizione da singole iniziative per lo più private, si può dire che in pochi anni i progressi siano stati eccellenti dato che questa comunità aveva rischiato l’annullamento totale della propria identità e memoria mentre adesso la sua storia inizia per lo meno ad essere conosciuta e si sta, piano, piano, ricreando un centro di interesse intorno ad essa.

Qualsiasi imprenditore italiano volesse creare e sviluppare qualcosa di serio e duraturo in Crimea dovrebbe tener presente questa realtà – esistono, soprattutto nella zona di Kerc’, tanti italiani di origine desiderosi di recuperare i contatti con le proprie radici, volenterosi e ben radicati sul territorio, una base ideale con la quale ricominciare da capo anche dal punto di vista imprenditoriale.

Intanto che aspettiamo che lo Stato italiano esca dal letargo politico-internazionale nel quale egli stesso si è recluso, solo l’iniziativa privata può ristabilire le giuste verità storiche e restituire le giuste dignità ai nostri amici in Crimea ed a noi stessi.

Spero che lo spazio messo a disposizione su questo mio sito posso servire a questo. Di seguito i link da seguire per poter contattare direttamente l’associazione CERKIO e le attività imprenditoriali che stanno intraprendendo per tornare a crescere e tornare a far crescere l’intera Crimea.
 
Alessio Trovato – luglio 2015

C.E.R.K.I.O.

C.E.R.K.I.O.
Comunità degli Emigrati nella Regione di Krimea – Italiani di Origine

Crimea Investment

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Assistenza agli affari in Crimea proposta dagli italiani di origine